ateatro

numero 9 - 1 maggio 2001
a cura di Oliviero Ponte di Pino
 

INDICE

Per una carta d'intenti del teatro per l'infanzia e la gioventù
Prima bozza in attesa di contributi e modifiche a cura di Marco Baliani

Archivio: Il segreto di via Rovani
ovvero l'incontro tra Veronica e Silvio

Un dialogo pre-elettorale
un piccolo esempio di nuova drammaturgia italiana

La pittura teatrale di Emilio Tadini
Oliviero Ponte di Pino in margine alla mostra

Il programma di "teatri90 danza", a Milano dal 18 maggio al 3 giugno.


Imperdibile: Chi non legge questo libro è un imbecille. I misteri della stupidità attraverso 565 citazioni, Garzanti, Milano, 1999.

Chi non legge questo libro č un imbecille


Per una carta d'intenti del teatro per l'infanzia e la gioventù
Prima bozza in attesa di contributi e modifiche
a cura di Marco Baliani

Quello che segue è il documento presentato in occasione del I° incontro di presentazione dei "cantieri" del Consiglio Artistico del Teatro delle Briciole e dell'inaugurazione del 2° stralcio dei lavori di ristrutturazione del Teatro al Parco, il prossimo 3 maggio a Parma (il comunicato è riportato di seguito - a proposito, in bocca al lupo!!!!). Si tratta di una prima riflessione sulla situazione e le prospettive del teatro ragazzi: ma è soprattutto un invito alla discussione. "ateatro" sarà lieto di ospitare, nella rivista e nei forum, altri contributi sull'argomento.
 

I papaveri

Questo è un anno di papaveri, la nostra
terra ne traboccava poi che vi tornai
fra maggio e giugno, e m'inebriai
d'un vino così dolce così fosco.

Del gelso nuvoloso al grano all'erba
maturità era tutto, in un calore
conveniente, in un lento sopore
diffuso dentro l'universo verde.

A metà della vita ora vedevo
figli cresciuti allontanarsi soli
e perdersi oltre il carcere di voli
che la rondine stringe nello spento

bagliore d'una sera di tempesta
e umanamente il dolore cedeva
alla luce che in casa s'accendeva
d'un'altra cena in un'aria più fresca

per grandine sfogatasi lontano.
Attilio Bertolucci

Il tempo non abbellisce mai salvo che nell'infanzia
Quello contemporaneo non è tutto il mio tempo
Essere contemporaneo: creare il proprio tempo e non rifletterlo
Marina Cvaetaeva

In ogni epoca bisogna cercare di
strappare la tradizione al
conformismo che cerca di sopraffarla
Walter Benjamin

Io la velocità della luce la so
ma la velocità del buio non ce l'hanno ancora insegnata
Dino di Zenica, 12 anni, provvisoriamente scolaro a Zagabria,
dai racconti Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergovic
 

Viviamo in un'epoca di tempi rapidi, concentrati, di velocità comunicative mai conosciute nella storia dell'umanità.
Nuove tecnologie spiazzano di continuo abitudini percettive e sistemi comunicativi.
Il teatro non può né inseguire né imitare questi processi, deve arrendersi all'evidenza del suo statuto arcaico e fare di questa condizione un territorio privilegiato di esperienze.
Il teatro deve ritrarsi; tornare indietro nel tempo, ma senza inseguire palingenesi di sacralità rituale ormai impossibili, ciò che può e deve fare è creare un luogo e un tempo di silenzio nel clamore del mondo, un luogo ove il mistero della presenza umana, del guardarsi negli occhi, dell'essere lì, abbia come uno statuto eroico, come in quell'ora e mezza si fosse naufraghi aggrappati ad un'unica zattera.
Ma attenzione, se lo statuto dell'incontro è antico, i linguaggi non possono permettersi nessun vecchiume, devono invece fare i conti coi tempi, i ritmi, le sonorità del mondo contemporaneo; non devono esserne plagiati ma li devono saper attraversare, intersecare, usare.
Così in un luogo antico si parla il presente, si è nel tempo.
Il teatro ragazzi è l'unico teatro obbligato a fare ricerca continua dato che non può contare su uno spettatore statico, o consolidato nelle proprie percezioni, ma con spettatori in movimento biologico.
L'attuale stato di degrado di tale teatro è dovuto proprio alla rinuncia a tale ricerca, rinuncia a sperimentare linguaggi, estetiche, sostanze ma soprattutto rinuncia ad una tensione poetica verso quel mondo inafferrabile.
Il mistero dell'incontro teatrale si gioca intorno alla metafora.
Poiché eccezionale e arcaica è la modalità dell'incontro, fin dal superamento della soglia teatrale, questa eccezionalità si deve riverberare in ogni gesto, anche nel modo di accompagnare al posto i giovani spettatori.
La metafora comincia da subito, in teatro non si è lì ma sempre altrove.
Il giovane spettatore deve compiere l'esperienza della metafora per l'intera durata dell'incontro.
Nel teatro ragazzi alcuni attori adulti convocano spettatori piccoli, piccolissimi o già sbarbatelli e li invitano a condividere un tempo comune, in un luogo del tutto fuori luogo in questa società ipercomunicante, un luogo ove per poter comunicare e ascoltare occorre essere tutti lì in quel momento.
La responsabilità di questa convocazione è quindi enorme perché esula oggi più che mai dalle consuetudini dei rapporti personali.
La domanda è d'obbligo: perché invece di convocare i propri simili si dà appuntamento a gente tanto dissimile come ragazzi adolescenti e bambini?
In sostanza che si ha da dire di tanto importante?
Perché è chiaro che dal tipo di fatica e di impegno che questo incontro prevede o c'è qualcosa di necessario ed eccezionale da comunicare o altrimenti l'incontro stesso è nocivo e corrosivo per lo stesso futuro possibile desiderio di tornare in quel luogo.
In questa fase della storia sociale del nostro occidente gli adulti per lo più non hanno più esperienze da trasmettere o raccontare o offrire ai figli, alle generazioni più giovani: si sono assentati, c'è poco tempo, tanto c'è la televisione...
C'è un buco nero di storie contenenti esperienze che nessuno riempie.
Gli artisti del teatro ragazzi possiedono solo questo possibile tesoro: potersi raccontare, far passare memorie, esperienze, ricordi.
Lungi dall'illudersi di inseguire un immaginario infantile bisognerebbe attrezzarsi a fare della distanza d'età un valore.
In questo trasmettere non c'entra la sostanza delle storie raccontate se non in minima parte, quella appunto della scelta e dell'elezione di quel grumo di narrazioni piuttosto che altre: qualsiasi fiaba come dicevano i grandi di un tempo, è piena di consigli, qualsiasi racconto permette sempre anche di raccontarsi, di essere non solo interpreti ma biografi di altre infanzie e giovinezze.
A patto di saperlo fare, di aver maturato una poetica che permetta uno sguardo all'indietro di sé, senza compiacimenti e sbrodolamenti nostalgici.
 

Fate della mia casa una locanda
giovedì 3 maggio, ore 18 - Parma, Teatro al Parco
I° incontro di presentazione dei “cantieri” del Consiglio Artistico del Teatro delle Briciole e inaugurazione del 2° stralcio dei lavori di ristrutturazione del Teatro al Parco

Il Parco Ducale è il cuore verde di Parma, il Teatro delle Briciole Teatro al Parco è nel Parco un cuore ancora più verde e pulsante, denso di quell'energia unica e vitale che possono esprimere solo bambini, ragazzi e giovani.
In 25 anni di esperienze e creazioni artistiche, sono transitati per le stanze magiche di questo teatro più di 30.000 spettatori ogni anno che da piccoli sono diventati adolescenti e poi giovani e poi, giovani e adulti, hanno continuato a frequentare il Teatro al Parco come una loro casa alla ricerca di nuovi stimoli.
Formare un pubblico di spettatori non vuol dire vendere più biglietti e avere sale strapiene, vuol dire formare un senso estetico, una crescita del gusto e del giudizio critico e ancora di più formare quel senso di appartenenza ad una civiltà, ad una polis di cui il teatro più delle altre arti, per sua natura, è portatore.
Il patrimonio di esperienze artistiche e sociali che il Teatro al Parco rappresenta non solo per la Città, la provincia e la regione ma a livello nazionale e, per i rapporti sedimentati e cresciuti in questi anni a livello internazionale, merita ora una progettualità di ancor più ampio respiro.
Se il Parco Ducale si sta rinnovando in una metamorfosi annunciata, anche il Teatro al Parco sta ripensando la propria immagine per presentarsi sotto una nuova veste, senza nulla perdere del tesoro di esperienze già acquisite.
Il Teatro al Parco assume la parola cantiere come futura scelta di campo, un luogo rinnovato negli spazi polifunzionali, capace non solo di produrre e ospitare teatro per bambini, ragazzi e giovani ma di far interagire percorsi e linguaggi artistici diversi in progetti di ampio respiro; cantiere come idee in movimento, capace di attivare sinergie in forma non ancora sperimentate.
A questo proposito il nuovo Consiglio d'Amministrazione formato da Flavia Armenzoni, Alessandra Belledi e Raffaella Ilari ha chiesto a un gruppo di personalità del mondo artistico e pedagogico di progettare insieme il futuro del Teatro al Parco.
Philippe Foulquiè, già direttore artistico del Thèâtre Massalia e della Friche la Belle de Mai di Marsiglia, uno dei centri artistici più importanti e originali della Francia, sta coordinando la creazione di una rete internazionale di spazi e strutture artistiche di cui il Teatro delle Briciole fa già parte per poter attuare progetti a carattere europeo: scambi di esperienze, residenze prolungate, ricerche comuni.
In questo modo Parma si affianca a Marsiglia, St. Nazaire, Lisbona, Berlino, Madrid e Londra e diviene un centro attivo internazionale di produzione e circuitazione artistica.
E già nel prossimo novembre Vetrina Europa potrebbe trasformarsi in un Cantiere Europa permettendo uno scambio artistico più approfondito della sola visione teatrale.
Marco Dallari, pedagogista all'Università di Trento, sta organizzando il I° cantiere: un meeting, da svolgersi nell'ambito del Cantiere Europa di novembre, che ponga al centro la riflessione sul rapporto d'amore tra adulti e bambini. Intitolandolo provocatoriamente I Buoni Pedofili, Dallari vuole focalizzare l'attenzione sulla necessità del rapporto formativo extrafamiliare e extraparentale portando esperti e studiosi di diversi campi a confrontarsi su tutti quei rapporti di trasmissione di esperienza tra generazioni in cui il legame grande-piccolo, adulto-bambino, è generatore di crescita, di curiosità e di consigli formativi.
Ad intervenire saranno chiamati affermati artisti di diverse discipline che racconteranno in forme anche spettacolari, le loro esperienze nel rapporto con l'infanzia. Tra i nomi dei possibili partecipanti Dario Fo, Francesca Archibugi, Moni Ovadia, Daniel Pennac. Angela Finocchiaro, Paolo Rossi, Vincenzo Cerami, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Roberto Benigni e tanti altri.
Letizia Quintavalla, regista, e Alessandro Nidi, musicista e compositore, collaboratori da sempre del Teatro delle Briciole, stanno progettando il 2° cantiere, che prenderà vita nel prossimo autunno, di una speciale Scuola d'Arte dell'Ascolto, un laboratorio permanente extrascolastico per bambini e giovani che per tutto l'anno permetterà ai partecipanti di incontrare attori, danzatori, musicisti, registi, artisti visivi, performers in una relazione attiva con i segreti dell'arte, delle tecniche e dei saperi.
Un luogo di formazione dello spirito, dunque, che si aprirà, al termine del 1° anno di percorso, in un evento cittadino coinvolgendo luoghi e anime del territorio parmense.
Questo cantiere sperimentale sarà dedicato ad Attilio Bertolucci e al suo mondo poetico, così da orientare, fin dall'inizio, il cantiere formativo verso una capacità di ascolto del mondo, vera e propria sfida etica ed educativa in un mondo il cui orizzonte sembra essere solo quello della visibilità della merce.
Marco Baliani infine sta lavorando alla stesura di un manifesto programmatico (vedi sopra la prima stesura) per un teatro ragazzi e giovani che si affacci al secondo millennio con più consapevolezza dei compiti che lo attendono, una tappa di riflessione che chiuda una fase di pratiche e sperimentazioni durata ormai 25 anni per rilanciare una nuova fase di ricerca e di orizzonti creativi. Tutt'uno con questa carta d'intenti, che sarà presentata nello stesso cantiere europeo di novembre, comincerà a prendere corpo un cantiere multimediale con progetti che intreccino linguaggi diversi e che producano, oltre ai percorsi cognitivi ed artistici, concreti manufatti, libri, video, opuscoli, riviste, films, CD, DVD, eccetera ogni volta cercando forme necessarie alle sostanze agite. Al contempo il cantiere, dal chiuso dei laboratori, aprirà finestre in tempo reale, collegandosi in rete con altri luoghi di produzione artistica o di studio: Università, singoli artisti, centri di teatro, creando siti Web legati ad ogni progetto e costruendo una memoria interattiva capace di allargare il messaggio del cantiere e delle sue esperienze.
Teatro delle Briciole


Archivio: Il segreto di via Rovani,
ovvero l'incontro tra Silvio e Veronica

Forse qualcuno se lo ricorda: il libro (o meglio, il fotoromanzo agiografico) che Silvio Berlusconi sta inviando a tutti gli italiani, ha un precedente. In occasione della campagna elettorale del 1994 (quella che lo portò a Palazzo Chigi) il numero 5 del mensile "Trend" (febbraio 1994) regalava un supplemento intitolato Berlusconi Story. La vita e il lavoro, gli amici e i nemici, gli amori e le passioni, lo sport e la politica, curato dal suo staff: 7 anni dopo, in occasione della campagna elettorale "decisiva" del 2001, quel mitico Berlusconi Story ricompare in versione riveduta e corretta e viene inviato in omaggio in venti milioni di copie. Ma tra le due versioni ci sono interessanti varianti, che i berluscologi più attenti potranno delibare e apprezzare. Per esempio ecco come viene rievocato - nella prima versione in bello stile e frasi ispirate, nella seconda con ritmo più incalzante e prosa più secca - l'incontro tra Silvio e Veronica. L'episodio mette in evidenza le qualità (e anche le debolezze) dell'uomo che ha giurato sulla testa dei suoi figli, e  nel contempo conferma la sua passione per l'arte teatrale.
 
LA VERSIONE DEL 1994
LA VERSIONE DEL 2001
Craxi è stato e rimane un amico. Lo rivendica con orgoglio davanti a uno sbalordito Giorgio Bocca all'indomani della contestata assoluzione parlamentare dell'ex segretario socialista: "Sono andato a trovarlo perché non ho niente da nascondere, Craxi mi è stato di grande aiuto nei momenti decisivi e io non posso dimenticarlo". Una frase cui molti hanno voluto dare significati oscuri eppure forse la spiegazione è molto più semplice, più personale. Bettino Craxi e sua moglie sono stati infatti i testimoni del secondo grande amore di Berlusconi. Facciamo un passo indietro. E' il 1980, da poco Silvio ha acquistato la quota di maggioranza del Teatro Manzoni di Milano. Non è un grande affare ma non fa nulla, è un atto dovuto alla sua mai sopita passione per lo spettacolo. Quando ha una serata libera il signor Tv si gusta volentieri una commedia in compagnia dei soliti compagni. Poi una sera appare sul palco una giovane attrice bolognese, Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, protagonista femminile del Magnifico cornuto di Fernand Crommelynck. Quando Veronica torna dietro le scene trova ad attenderla Berlusconi. Non si lasceranno più. Ma la situazione non è facile nemmeno per un uomo come lui. Carla (la prima moglie, n.d.r.), Marina e Pier Silvio (i figli di primo letto, n.d.r.) sono la sua famiglia, la sua tranquillità. Veronica è l'amore romantico e inquieto. Per mesi e mesi quest'uomo, considerato da tutti indistruttibile, si strugge, soffre, s'interroga. Solo pochissimi conoscono il suo tormento, i rimorsi che gli affollano la mente. Una cerchia ristrettissima che conserverà per anni il segreto di via Rovani, l'antica villa Borletti ora quartier generale della Fininvest, e allo stesso tempo nido d'amore del presidente. Qui infatti si è trasferita Veronica assieme a sua madre Flora. Il silenzio s'interrompe il 30 luglio 1984 quando in una clinica svizzera nasce Barbara, figlia a tutti gli effetti di Silvio e Veronica (il corsivo è nell'originale, n.d.r.). Padrino della bambina sarà Bettino Craxi.
(da Berlusconi Story, supplemento al n. 5 di "Trend", febbraio 1984)
La vita professionale di Berlusconi si fa sempre più fitta di impegni, giornate e notti dedicate al lavoro. La famiglia è serena, ma qualcosa nel rapporto con Carla cambia all'inizio degli anni Ottanta. L'amore si trasforma in sincera amicizia. Silvio e Carla, di comune accordo, decidono di continuare la loro vita seguendo ognuno le proprie aspirazioni. Ma molte cose continuano a unirli; innanzitutto, Marina e Dodi. 
La vita continua. Una sera Berlusconi, al Teatro Manzoni di Milano, vede recitare Veronica Lario. E' subito amore. Qualche anno dopo (il matrimonio tra Veronica e Silvio è stato celebrato il 15 dicembre 1990, n.d.r.) si sposano e nascono Barbara (1984), Eleonora (1986) e Luigi (1988) che porta il nome del nonno.
(da Una storia italiana, marzo 2001) 

Un dialogo pre-elettorale
un piccolo esempio di nuova drammaturgia italiana
 

LA SCENA
Siamo a Milano, in Galleria. Il candidato premier Silvio Berlusconi esce, dopo il pranzo, dal Ristorante Savini seguito dal solito codazzo di guardie del corpo, portaborse, colleghi di partito, giornalisti, fan. Dalla folla che lo circonda e alla quale il candidato premier sorride benevolo si fa avanti un ragazzo.

SIMONE LAZZARI
Presidente, perché mio padre operaio non è mai andato a mangiare al Savini?

SILVIO BERLUSCONI
(che a questo punto non può fare a meno di rispondergli)
Si vede che tuo padre non ha lavorato tanto come me.

SIMONE LAZZARI
E lei che ne sa? Mio padre ha sempre lavorato ma non ha tre televisioni e il Milan.

SILVIO BERLUSCONI
Allora vuol dire che tuo padre ha avuto idee meno ambiziose delle mie. (accarezza i capelli del ragazzo) Tu comincia a studiare e risparmiare. Usa meno gel e metti a frutto di più l'intelligenza.

SIMONE LAZZARI
Senta, io vado nella stessa scuola dove andava lei, il liceo Sant'Ambrogio. Ma i miei temi ai compagni li ho sempre regalati.

SILVIO BERLUSCONI
E sei in grado di fare tre temi in un'ora?

SIMONE LAZZARI
Certo, ma non li vendo come faceva lei.

SILVIO BERLUSCONI
Bene, vuol dire che tra tret'anni ti voto.

PS Questo dialogo ha effettivamente avuto luogo il 28 aprile 2001.
 


La pittura teatrale di Emilio Tadini
Oliviero Ponte di Pino, in margine alla sua mostra

La si può vedere a Milano, a Palazzo Reale, fino al 9 settembre 2001, la mostra antologica dedicata a Emilio Tadini, che raccoglie un'ampia selezione di opere dal 1959 al 2001. A me, dopo averla vista, è venuto in mente di scrivere così.

I quadri di Tadini, pittore cartesiano, sono piccoli teatri
(del resto, si sa, Tadini ha scritto per la scena).
Sono pitture che ti raccontano una storia
con un alfabeto di segni
(del resto, si sa, Tadini scrive anche romanzi).
Sono giochi di immagini e parole:
parole che ti risuonano nella testa fino a perdere significato,
giochi di parole, giochi di immagini
parole che giocano con le immagini,
immagini che giocano con le parole
(del resto, si sa, Tadini ha scritto anche poemetti).
E tutti questi quadri, romanzi, poemetti,
e anche i saggi fanno tutti parte
di un'"opera d'arte totale", direi,
di un Gesamstkunstwerk che non si può più fare.
(Forse questi quadri sono un teatrino filosofico
quando non è più possibile fare filosofia.)
Perché il mondo è ridotto a frammenti
o almeno è tutto quello che vediamo,
schegge sminuzzate ed esplose nel vuoto,
nel nostro accarezzare veloce la realtà
(l'avevano scoperto i cubisti
quando guardavano il mondo intrecciando punti di vista
in perenne fuga da sé stessi).
Ma la realtà, quella che sta fuori di noi,
possiamo ridurla a cose e oggetti
e farne delle icone
(l'ha scoperto la pop art e lo sanno da sempre
quelli che disegnano i fumetti,
e se guardate bene quel quadro di Tadini ci potete trovare
persino Arcibaldo e Petronilla, là in basso).
Così, insomma, abbiamo quel mondo,
e i suoi frammenti come icone allegre e colorate
come una pubblicità di sé
(quei colori da cartellone, sparati come se esistessero solo loro).
Se il mondo è sminuzzato, quelle icone sono intere
complete, chiuse in se stesse.
E gli esseri umani (che prima erano solo abiti vuoti)
adesso sono attori,
piccoli clown con il naso rosso, funamboli nel circo dell'esistenza,
sospesi nel vuoto delle loro solitudini.
E' un mondo staccato da se stesso
e ricomposto per accostamenti a volte un po' ribaldi
(l'ha insegnato Lautréamont ai surrealisti,
accostando l'ombrello e la macchina per cucire).
E' un mondo, per dirla con una parola che andava di moda
(di quando si scopriva Bertolt Brecht e si pensava epico,
e Tadini li ha visti, gli spettacoli del Piccolo),
un po' straniato - fuori contesto e insomma buffo.
(Un po' come se la tragedia del mondo
osservata appena di lontano si riducesse a una commedia:
è storia raggelata, è un mondo proiettato nel piano
bidimensionale della tela
un mondo senza storia,
dove la storia la fai tu che guardi e percorri quello spazio,
dialoghi con il palcoscenico ottico della mente.)
E' un teatrino senza dolore,
un circo senza rancore,
ma sovraccarico di memorie
da conquistare con lo sguardo,
nel tempo.
Ma qui il discorso è più complesso
perché del male del mondo e della storia
il pittore è ben cosciente, fin nei titoli
lo sa dove si soffre e misura persino i suoi pennelli
con i pochi oggetto del profugo, o della sua memoria.
E allora cos'è il quadro, quello spazio di felicità
che però ha memoria del dolore? E che fa il pittore,
se si guarda, e un po' si strazia?
E' il sogno dell'innocenza del mondo:
il sogno che prendendo i frammenti di questo gran circo insensato
isolandoli dal caos della materia
salvandoli dalla macina del tempo (e della storia)
sia possibile ricomporli per dal loro un destino nel gran teatro della pittura
che facciano racconto e discorso.
Chissà se il mondo può tornare innocente...
E dove sta l'innocenza?
Nello sguardo limpido e puro del pittore?
Nel regista che trova un senso, che dà ordine a immagini e parole?
Nell'arte che li salva dall'oblio, che li fissa nell'eternità?
Perché il mondo, lui, innocente non è.
Era, verso l'inizio, come se la mano del pittore non ci fosse,
con quelle superfici piatte e il disegno netto e contornato,
a fare di ogni oggetto una monade perfetta:
e poi il gesto era disporli sulla tela bianca - neutra-neutrale.
Ma poi quel bianco non era bianco,
e la superficie della tela, a ben guardare,
non era piatta:
e forse da lì - da quel bianco sbiancato spatolandogli il colore
(in memoria di Malevic? dell'assoluto irraggiungibile?
o di un paradosso che non puoi sciogliere?) -
è nata una profondità dei toni, è riemerso un infinito
(lo spazio chiuso del quadro-scena non lo contemplava,
anche se l'oggetto verso il bordo si smarginava)
che esplode in certi quadri, dove quel blu allegro e squillante
diventa troppo blu.
Forse da lì è ritornato un gesto proprio di pittore,
la materialità dell'impasto, la traccia dell'impulso della mano -
mentre prima il gesto era quello mentale
di chi sceglie isola dispone e compone
nella scena di quel teatrino intimo che è la tela,
di chi racconta intessendo fili e storie,
di chi fa il regista di personaggi e oggetti.
Forse quello che tradisce la traccia del pennello
non è più il regista ma l'attore,
non è più chi racconta storie ma chi le vive e soffre e ride e piange
nel teatro scombinato della vita.
 


Appuntamento al prossimo numero.

Se volete scrivere, commentare, rispondere, suggerire eccetera: olivieropdp@libero.it

copyright Oliviero Ponte di Pino 2001



 
 
 

olivieropdp