Per un teatro di guerriglia

In occasione delle retro-prospettiva di Mario Martone al Leonka

Pubblicato il 12/03/2001 / di / ateatro n. 004 / 0 commenti /
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Con il titolo “Per un teatro di guerra”, Teatroaperto organizza dal 13 al 16 marzo al Leonka una personale dedicata a Mario Martone con film, spettacoli e incontri. Sono stati commissionati-racconti alcuni interventi. Questo è il mio “Per un teatro di guerriglia”, prossimamente spero di inserire anche qualcos’altro.
In fondo, il programma completo degli incontri.

Cara Federica,

mi chiedi un intervento sul tema “teatro di guerra”. Provo a buttare giù in fretta-disordine qualche appunto.
Al di là del senso molto preciso in cui Mario Martone ha usato l’espressione (in un determinato momento storico, partendo da un determinato spettacolo), al di là del senso che ha l’espressione nel linguaggio giornalistico (“teatro di guerra” è là dove si combatte per davvero,dove c’è “la cosa vera”, e dove il teatro non ha senso – se non nelle forme animali, primordiali: il cammuffamento, l’inganno dell’avversario), non credo sia possibile generalizzarla.
Oggi – nell’epoca delle comunicazioni di massa (su scala nazionale e ora mondiale, con CNN, MTV, Internet e il Papa in Mondovisione) – il teatro è una forma d’espressione e comunicazione marginale, fragile. La sua ecologia è terribilmente delicata. Che cosa sono i 50, 500, 2000 spettatori che riempiono una platea in confronto ai milioni di telespettatori di un qualunque telefilm, quiz o talk show? Che guerra puoi fare, in queste condizioni?
Di più: le guerre, oggi, si fanno anche (e forse soprattutto, dal Vietnam a Baghdad) proprio in tv. La gente muore, e la televisione non smette di trasmettere, in diretta, la sua agonia.
Là, sul “teatro di guerra” (perché ci sono anche guerre dimenticate, che non fanno teatro), le telecamere sono accese per il prime time. Abbiamo visto in diretta i massacri, gli elicotteri levarsi in volo sulle risaie, la corsa per attraversare una piazza sotto i colpi dei cecchini, i lampi fosforescenti della contraerea, la soggettiva del missile verso l’obiettivo, l’agonia del bambino tra le braccia del padre… Là, in quei momenti, nessuno certo pensa più al teatro – se mai ci ha pensato.
(C’è stato anche chi, con uno spettacolo, ha cercato di accendere la rivoluzione. In genere si fallisce, è un progetto velleitario, perché tutti conosciamo benissimo la differenza tra la realtà e la finzione, tra il sangue e il sesso quando sono finti e quelli che viviamo nella nostra carne, tra il paradiso in scena e la giustizia e la fratellanza sulla terra. Ma qualche volta, in un’epoca in cui il teatro era meno piccolo, è successo davvero, che uno spettacolo abbia scatenato una rivolta. E allora questa resta sempre un possibilità, per quanto remota e improbabile.)
Ho letto racconti emozionanti di attori che, in una città ancora in guerra, tra le macerie dei bombardamenti e il terrore di essere scoperti, avevano deciso di ricominciare a fare teatro. Tra la disperazione più totale e la speranza più assurda (poteva essere la fine della Seconda guerra mondiale, poteva essere la messinscena di un romanzo di Dostoevskij). Era la necessità di tornare a una vita civile, normale. Era la necessità di oggettivare l’esperienza della guerra. Era la necessità di riprendere il filo di una tradizione culturale interrotta. Era la necessità di avere un luogo dove i conflitti tra le diverse anime della città potessero essere rappresentati e compresi – e non solo agiti e subiti. Era la necessità di trovare un senso alla storia (di inventarselo?). Di sapere se quell’infinità di tragedie personali poteva avere un senso. Cercare la verità e insieme illudersi.
C’è anche chi, parallelamente, va a cercare la necessità profonda del proprio fare teatro proprio là dove il conflitto, la guerra sono ancora accesi. C’è chi è andato a fare Beckett a Sarajevo. Ci sono i clown che cercano di riportare il sorriso tra i bambini dei campi profughi, terrorizzati dalla violenza e dalla fuga. C’è chi cerca di dare voce all’orrore e al dolore, perché non restino gridi muti, ma possano prendere una forma, diventare comunicazione e magari rito. E credo che ogni volta, a quegli attori, a quei clown, venga da chiedersi: come è possibile che la nostra finzione possa dare un aiuto vero? Il dubbio: siamo noi che serviamo a loro, o loro che servono a noi – e la speranza che siano vere tutte e due le cose.
Insomma, credo che oggi il teatro – anche se si nutre di conflitti fuori e dentro gli esseri umani – non abbia la forza per fare nessuna guerra, e che in fondo non sia quella la sua vera vocazione. Però oggi il teatro è sempre in una condizione di guerriglia. Deve resistere e spostarsi, conquistare con il sacrificio i suoi spazi e il suo diritto all’esistenza. Muoversi in solitudine o in piccoli gruppi. Accendere fronti sempre nuovi e richiudere le cicatrici. Accodarsi al grosso degli eserciti. Muoversi nel mondo dei mass media come se ne facesse parte, sapendo però di essere in qualche modo diverso. Cercare di mantenere la propria identità e libertà interiore (e di movimento). Avere la possibilità di abbandonatre tutto, in qualsiasi istante, e ricominciare altrove.
C’è chi fa teatro con gli sconfitti della vita (e soprattutto degli uomini). Persone deboli, fragili, segnate (forse tutti i veri attori lo sono: come per molti grandi artisti, l’origine è una ferita). In scena costoro non perdono nulla delle loro debolezze, ma diventano in qualche modo guerrieri. I loro gesti hanno la precisione e la forza dei combattenti, eppure non feriscono nessuno. Il loro sguardo, il loro ritmo sembrano dettare il tempo al mondo. La loro mira è precisa, cercano il cuore della vita. Sono guerriglieri? O forse guerrieri di un’altra guerra, che stiamo tutti combattendo senza quasi accorgercene.
Ecco, per questo “teatro di guerra” ho saputo mettere insieme solo queste associazioni un po’ confuse, echi sfilacciati, come di chi sente da lontano il rumore della battaglia, e non capisce quello che sta succedendo, e s’interroga.
Cia-o.

Il programmma di “Teatri di guerra” al Leoncavallo di Milano

13/14 marzo: RETRO-PROSPETTIVA SULL’OPERA CINEMATOGRAFICA DI MARIO MARTONE
13 marzo, SPAZIO BOMBONERA dalle ore 21.30: Intervista di Ciprì e Maresco a Mario Martone e Enzo Moscato – La salita (da “I vesuviani”) – Una storia Saharawi – Un posto al mondo
14 marzo, SPAZIO BOMBONERA dalle ore 21.30: Appunti di Santarcangelo – Rasoi – Antonio Mastronunzio pittore sannita – Lucio Amelio Terremotus

15 marzo
SPAZIO BOMBONERA, ore 20.30: INCURSIONI VIDEO
ore 21.00, Incontro: STORIE PARALLELE – FARE UN TEATRO DI GUERRA, coordina Oliviero Ponte di Pino, intervengono Mario Martone, Elio De Capitani, Gigi Gherzi, Renzo Martinelli, Antonio Moresco, Massimo Munaro
SPAZIO TEATRO, ore 23.OO, spettacolo: LA SANTA- STAZIONI, prodotto da Teatro Di Roma/Teatro Aperto in collaborazione con C.S.Leoncavallo di e con Teatro Aperto e Antonio Moresco

16 marzo
SPAZIO TEATRO, ore 21.00, incontro: FILMARE IL TEATRO. FILMARE IL MONDO. IL CINEMA DI MARIO MARTONE, intervengono Mario Martone, Carla Benedetti, Gianni Canova, Antonio Caronia, Paolo Rosa
ore 23.30: PROIEZIONE IN 35MM DEL FILM TEATRO DI GUERRA

Teatroaperto

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