La pittura teatrale di Emilio Tadini

In margine alla sua personale a Palazzo Reale

Pubblicato il 01/05/2001 / di / ateatro n. 009 / 0 commenti /
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La si può vedere a Milano, a Palazzo Reale, fino al 9 settembre 2001, la mostra antologica dedicata a Emilio Tadini, che raccoglie un’ampia selezione di opere dal 1959 al 2001. A me, dopo averla vista, è venuto in mente di scrivere così.

I quadri di Tadini, pittore cartesiano, sono piccoli teatri
(del resto, si sa, Tadini ha scritto per la scena).
Sono pitture che ti raccontano una storia
con un alfabeto di segni
(del resto, si sa, Tadini scrive anche romanzi).
Sono giochi di immagini e parole:
parole che ti risuonano nella testa fino a perdere significato,
giochi di parole, giochi di immagini
parole che giocano con le immagini,
immagini che giocano con le parole
(del resto, si sa, Tadini ha scritto anche poemetti).
E tutti questi quadri, romanzi, poemetti,
e anche i saggi fanno tutti parte
di un'”opera d’arte totale”, direi,
di un Gesamstkunstwerk che non si può più fare.
(Forse questi quadri sono un teatrino filosofico
quando non è più possibile fare filosofia.)
Perché il mondo è ridotto a frammenti
o almeno è tutto quello che vediamo,
schegge sminuzzate ed esplose nel vuoto,
nel nostro accarezzare veloce la realtà
(l’avevano scoperto i cubisti
quando guardavano il mondo intrecciando punti di vista
in perenne fuga da sé stessi).
Ma la realtà, quella che sta fuori di noi,
possiamo ridurla a cose e oggetti
e farne delle icone
(l’ha scoperto la pop art e lo sanno da sempre
quelli che disegnano i fumetti,
e se guardate bene quel quadro di Tadini ci potete trovare
persino Arcibaldo e Petronilla, là in basso).
Così, insomma, abbiamo quel mondo,
e i suoi frammenti come icone allegre e colorate
come una pubblicità di sé
(quei colori da cartellone, sparati come se esistessero solo loro).
Se il mondo è sminuzzato, quelle icone sono intere
complete, chiuse in se stesse.
E gli esseri umani (che prima erano solo abiti vuoti)
adesso sono attori,
piccoli clown con il naso rosso, funamboli nel circo dell’esistenza,
sospesi nel vuoto delle loro solitudini.
E’ un mondo staccato da se stesso
e ricomposto per accostamenti a volte un po’ ribaldi
(l’ha insegnato Lautréamont ai surrealisti,
accostando l’ombrello e la macchina per cucire).
E’ un mondo, per dirla con una parola che andava di moda
(di quando si scopriva Bertolt Brecht e si pensava epico,
e Tadini li ha visti, gli spettacoli del Piccolo),
un po’ straniato – fuori contesto e insomma buffo.
(Un po’ come se la tragedia del mondo
osservata appena di lontano si riducesse a una commedia:
è storia raggelata, è un mondo proiettato nel piano
bidimensionale della tela
un mondo senza storia,
dove la storia la fai tu che guardi e percorri quello spazio,
dialoghi con il palcoscenico ottico della mente.)
E’ un teatrino senza dolore,
un circo senza rancore,
ma sovraccarico di memorie
da conquistare con lo sguardo,
nel tempo.
Ma qui il discorso è più complesso
perché del male del mondo e della storia
il pittore è ben cosciente, fin nei titoli
lo sa dove si soffre e misura persino i suoi pennelli
con i pochi oggetto del profugo, o della sua memoria.
E allora cos’è il quadro, quello spazio di felicità
che però ha memoria del dolore? E che fa il pittore,
se si guarda, e un po’ si strazia?
E’ il sogno dell’innocenza del mondo:
il sogno che prendendo i frammenti di questo gran circo insensato
isolandoli dal caos della materia
salvandoli dalla macina del tempo (e della storia)
sia possibile ricomporli per dal loro un destino nel gran teatro della pittura
che facciano racconto e discorso.
Chissà se il mondo può tornare innocente…
E dove sta l’innocenza?
Nello sguardo limpido e puro del pittore?
Nel regista che trova un senso, che dà ordine a immagini e parole?
Nell’arte che li salva dall’oblio, che li fissa nell’eternità?
Perché il mondo, lui, innocente non è.
Era, verso l’inizio, come se la mano del pittore non ci fosse,
con quelle superfici piatte e il disegno netto e contornato,
a fare di ogni oggetto una monade perfetta:
e poi il gesto era disporli sulla tela bianca – neutra-neutrale.
Ma poi quel bianco non era bianco,
e la superficie della tela, a ben guardare,
non era piatta:
e forse da lì – da quel bianco sbiancato spatolandogli il colore
(in memoria di Malevic? dell’assoluto irraggiungibile?
o di un paradosso che non puoi sciogliere?) –
è nata una profondità dei toni, è riemerso un infinito
(lo spazio chiuso del quadro-scena non lo contemplava,
anche se l’oggetto verso il bordo si smarginava)
che esplode in certi quadri, dove quel blu allegro e squillante
diventa troppo blu.
Forse da lì è ritornato un gesto proprio di pittore,
la materialità dell’impasto, la traccia dell’impulso della mano –
mentre prima il gesto era quello mentale
di chi sceglie isola dispone e compone
nella scena di quel teatrino intimo che è la tela,
di chi racconta intessendo fili e storie,
di chi fa il regista di personaggi e oggetti.
Forse quello che tradisce la traccia del pennello
non è più il regista ma l’attore,
non è più chi racconta storie ma chi le vive e soffre e ride e piange
nel teatro scombinato della vita.

Oliviero_Ponte_di_Pino

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