Archivio. Uno scrittore satirico

Un'intervista a Bret Easton Ellis

Pubblicato il 26/05/2001 / di / ateatro n. 011 / 0 commenti /
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Questa intervista è stata pubblicata sul “manifesto” in occasione della pubblicazione di Glamorama. La ripropongo ora mentre arriva nelle sale il film tratto da American Psyco.
Il “glamour” è il fascino, l’aura indefinibile ma evidente che illumina le star e le proietta nella “mediasfera”, il carisma che rende immortali i belli e famosi (e ricchi). E Glamorama è il romanzo che a loro -– e dunque al nostro mondo dominato da icone di bellezza e notorietà -– ha dedicato Bret Easton Ellis, oltre 630 pagine appena pubblicate da Einaudi nella traduzione di Katia Bagnoli.
BEE Per me il libro forse è cominciato in un club, o in un bar, quando ero giovane. Avevo 26 anni, stavo guardando qualcuno che si muoveva in un modo molto trendy, alla moda, cool. Questo tipo umano che prevale ovunque – pubblicità, moda, televisione, film, riviste – mi è sembrato emblematico della nostra cultura. Ho cominciato a chiedermi perché una figura del genere si impone, perché alla gente piace questo tipo di atteggiamento senza conseguenze, perché si appassionino a queste persone interessate solo alla celebrità, a diventare famosi. È lì che è iniziato il mio disgusto, il fastidio. Perché in fondo – ma l’ho scoperto solo da poco – io sono uno scrittore satirico. E la necessità di scrivere mi viene dal fatto che non sono contento della cultura in cui vivo.
OP In Glamorama ci sono diversi episodi divertenti. Però molti lettori, di fronte ai tuoi libri precedenti – penso in particolare allo scandalo nato intorno ad American Psycho – non hanno capito che eri un autore satirico, ti hanno preso alla lettera, senza capire l’ironia, che questa volta emerge con maggiore chiarezza.
BEE Ma forse non lo sapevo nemmeno io.
OP Dunque c’è anche una presa di posizione morale, dietro a questo libro.
BEE Se sei un autore satirico, sei automaticamente un moralista: scopri che c’è qualcosa che non va nella cultura, nel mondo, lo prendi in giro e speri che la gente capisca… Del resto, ogni atto di creazione artistica è un atto morale. Un paio di miei amici potrebbero dirti che Bret Easton Ellis non è una persona particolarmente morale, ma io non sono d’accordo: sono un vero puritano!
OP Persone come il protagonista di Glamorama, Victor Ward, cercano di importi il loro modo di essere e di comportarsi. Sono la pubblicità del loro stile di vita.
BEE Un certo modo di apparire e di comportarsi, avere fidanzate bellissime, un sacco di soldi, belle macchine, essere famosi: sono tutte cose alle quali la nostra società dà un enorme valore. Alla fine, se non le abbiamo, ci sentiamo male, privi di valore, insicuri. Ecco perché ho iniziato a scrivere questo romanzo.
OP Victor Ward percepisce il mondo in un modo molto particolare, ha una psicologia piuttosto curiosa, è come se nella sua interiorità ci fossero dei buchi, delle lacune…
BEE In Glamorana è sempre lui che parla, e parla sempre della reazioni degli altri alla sua presenza, alla sua bellezza, ai suoi vestiti, mostra a tutti le sue foto sulle riviste…
OP Anche se a volte è molto buffo.
BEE Ma lui non pensa certo di esserlo. Lui vive la sua vita come se fosse un film, l’unica realtà è la sua, e non ha niente a che vedere con tutto il resto, che non gli interessa. La realtà è lui, quello che fa. Non riesce a entrare in contatto con qualcosa di diverso da Victor Ward. Per lui dev’essere tutto cool, e ironico.
OP Così Glamorama inizia a seguire la parabola di questo modello fidanzato alla supermodella Chloe nonché aspirante attore nonché cantante rock nonché gestore di locali alla moda nonché irresistibile seduttore eccetera. A un certo punto il mondo quasi magico in cui vive inizia a mostrare che oltre le apparenze, oltre il film della sua vita, c’è qualcosa d’altro.
BEE Non c’è niente di male nel glamour, o nel guardare qualcosa di bello, ma un’intera cultura ossessionata dalle apparenze è un incubo. Così mi sono chiesto: cosa succede a una società ossessionata dalla superficie delle cose, che non guarda oltre? Se qualcuno decidesse di fare qualcosa di veramente malvagio? Sarebbe in grado si usare una società che non si pone domande al di là delle immagini per fare qualcosa di totalmente cattivo?
PO Del resto anche il terrorismo utilizza i meccanismi della società dell’immagine…
BEE Funziona anche a un altro livello: un mondo basato sul glamour ci rende insicuri, ci fa desiderare di essere diversi da quello che siamo. Questa insicurezza ci fa male, ci danneggia. Le azioni terroristiche vengono compiute proprio per instillare in noi insicurezza, in modo da farci accettare le richieste dei terroristi, perché non vogliamo più avere quella paura, quel terrore. So benissimo che non esistono modelle-terroriste, questa è stata solo la metafora che ho deciso di usare nel romanzo.
OP Dopo di che, al di là del mondo delle immagini, prima quello del glamour e poi quello del terrorismo, il protagonista sprofonda in un universo paranoico, dove tutti cospirano contro di lui…
BEE Il problema è che quando sei diventato una star, una celebrità, tu muori. La tua immagine prende il sopravvento. Tutto quello che la gente sa di te, è quello che scrivono di te, sono le tue foto. Non sapranno mai chi sei davvero, e perciò diventi sempre più insignificante, scompari, resta solo l’immagine. Forse la paranoia che si avverte nella seconda parte riflette quella che ho vissuto io, anche se questo non è certo un romanzo autobiografico. Ma quando è uscito American Psycho e sono diventato famoso, ho provato paranoia, paura e confusione. Perché mi sono accorto che la gente non mi conosceva, che io non avevo nessuna importanza, non importava chi fossi, ma come gli altri mi interpretavano, quello che dicevano di me, le mie foto, la mia immagine.
OP Ma uno scrittore può ridursi a pura immagine, puro glamour?
BEE Nessuno decide di essere una celebrità. Sono gli altri a deciderlo. Moltissimi vogliono diventarlo…
OP …per esempio Victor Ward, un “semifamoso” che vuol diventare una celebrità…
BEE In un certo senso è già una celebrità, perché è fidanzato con una celebrità, perché frequenta celebrità. Nella nostra cultura, non è importante aver fatto qualcosa – qualunque cosa – per diventare famosi: basta andare in giro con gente famosa, e ti viene riconosciuto un valore che non ha nessun fondamento. Per uno scrittore è impossibile diventare quel tipo di celebrità: il livello di notorietà è minimo rispetto alle rock star, agli attori, ai campioni dello sport…
OP È un problema di scala, dunque, non di qualità. Il mestiere di scrivere non fornisce qualche antidoto?
BEE Be’, sì, perché non è basato sul tuo aspetto, mentre se sei una rock star, una modella o un atleta, si basa tutto sulla tua immagine. Io posso andare ovunque, e nessuno mi riconosce. Forse sanno il mio nome, al massimo se lo leggono dicono “Oh, American Psycho…”. Questo anonimato è salutare.
OP Nel romanzo citi moltissimi nomi di belli e famosi, di marche, di prodotti, di locali… In base a quale criterio decidi di inserirli?
BEE Sono solo nomi. Chiunque legga giornali e riviste, guardi la televisione, vada al cinema, si ritrova con un sacco di nomi in testa. Mi ero fatto un sacco di liste, e quando mi serviva un nome andavo lì a guardare. Ma per me erano solo nomi, non avevano nessun significato. Non c’era nessuna necessità di nominare quella persona in quel punto del romanzo. Quello che mi interessava era la reazione dei miei personaggi a quei nomi: “Oh, ma allora dev’essere qui”, oppure: “Ah, lei adesso l’ha mollato e sta con Tizio”.
OP E per quanto riguarda i pettegolezzi di cui è intessuto il romanzo?
BEE Ho fatto qualche ricerca, ma poi ho buttato via quasi tutto. Me ne sono inventati moltissimi, di pettegolezzi: del resto, sono un autore di fiction…
OP E se qualcuno usasse il tuo libro come una guida ai luoghi e ai comportamenti, insomma al mondo dei ricchi e famosi?
BEE Non ci potrei fare nulla, ho solo scritto il libro…
OP Un libro nel quale, oltre che di glamour, parli molto anche di morte. Anche la morte può avere il suo fascino…
BEE Pure la morte fa parte del glamorama, nella nostra società. Più invecchio, più mi accorgo di una strana qualità umana: il fascino che esercitano la morte e il sangue, solo perché un giorno capiterà anche a noi. Ne sono affascinato, anche come artista – a differenza di molti altri scrittori. Nei miei libri precedenti ho scritto alcune scene molto violente: torture, smembramenti, omicidi… Ma se guardo indietro a quel periodo della mia vita, penso che quella fase sia finita. Ci sono scene che non scriverei più, che non avrei più voglia di scrivere.
OP Le scene di violenza e di sesso nel romanzo sono come viste su un grande schermo. Non sono davvero vissute dai personaggi. Persino la grande scena di sesso a tre in Glamorama, che pure è raccontata in prima persona, sembra la trascrizione di un film porno.
BEE Come in American Psycho: lì il sesso non è tra persone reali, non ci sono emozioni, è solo una fantasia basata sulla pubblicità, quando ci dice le cose che ci dovrebbero piacere, il sesso che dovremmo fare, il tipo di partner con cui dovremmo farlo. Bateman, il protagonista di American Psycho, e Ward sono emblematici della nostra società. Ma il loro è pornosesso, non è vero sesso.
OP Glamorama è un romanzo anche milanese. Iniziato a New York, proseguita tra Londra e Parigi, non a caso finisce proprio a Milano, città delle bombe e della moda…
BEE Era il posto giusto, il più piccolo. Per me in effetti il romanzo finisce prima, a Miami, dove Victor Ward capisce tutti i suoi errori, e intuisce che avrebbe dovuto prendere altre strade… Davvero non so perché finisce a Milano… Ma mentre scrivevo, sono sicuro che lo sapevo.
OP Magari sono ragioni private, anche se non voglio conoscerle…
BEE È strano, i giornalisti europei non mi chiedono mai nulla sulla mia vita privata. Gli americani mi chiedono solo quello.
OP Per noi, credo, uno scrittore non è un Victor Ward, è qualcosa di diverso… Ma se vuoi possiamo anche parlare della tua vita privata.
BEE Oh, è così noiosa!
OP È curiosa anche la numerazione dei capitoli: una specie di conto alla rovescia…
BEE Pensavo che il tempo per Victor stesse per finire. È come il timer sulle bombe dei telefilm. Ma nel finale il tempo ricomincia a crescere, forse perché Victor inizia a capire la propria vita. Anche se probabilmente morirà, anche se verrà ucciso, può finalmente iniziare un’ascesa.
OP Con quale bagaglio?
BEE La conoscenza di sé. Credo sia il primo tra i miei personaggi che guarda indietro al proprio passato, alle cose che ha fatto, alle sue scelte, alle scelte che ha fatto anche se qualcosa dentro di lui gli diceva che avrebbe dovuto imboccare un’altra strada.
OP Dopo tutta la realtà fittizia nella quale è vissuto, può trovare una vita vera?
BEE. Mi sembra tutto un film. Il modo in cui la tv descrive gli eventi sembra una soap opera, le tecniche cinematografiche vengono utilizzate nei tribunali, i telegiornali lanciano le notizie con delle musiche fatte apposta, la crisi del Kosovo è stata presentata con un lettering assolutamente teatrale, da un giornalista bellissimo… Alle notizie vengono applicati i valori dello spettacolo, e dunque è molto difficile non pensare che tutto sia intrattenimento, che tutto sia un film, con tutte le telecamere della sicurezza, la gente alle feste con videocam che registrano tutto. Ormai veniamo costantemente filmati… Esiste una vita che non sia stata trasformata in fiction?

Oliviero_Ponte_di_Pino

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