Noboalfabeto

21 lettere per la non-scuola

Pubblicato il 28/08/2001 / di , / ateatro n. 021 / 0 commenti /
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Scritto in occasione dell’inaugurazione del Rasi, di prossima pubblicazione in un volume che contiene anche la teatrografia completa di 10 anni di non-scuola, i Dialoghi in cucina di Marco e Ermanna e una prefazione di Cristina Ventrucci, oltre a immagini di William Blake.
A. ASINITA’
C’è un asino, sulla soglia. Chiede di entrare. Un pedante gli sbarra la strada.
“Perché?”
“Sei un asino, non puoi. Non hai niente di interessante da dire, sei un Senza Parole, solo ragli, solo ragli fai, le tue fattezze non sono quelle richieste.”
“Che cosa dunque è richiesto, per entrare nella vostra Accademia?”
“Appunto, non essere asini patentati, come te!”
La porta d’avorio si chiude, l’asino piange.
Vieni, sussurra la non-scuola all’asinello, vieni da me. Lascia perdere chi non ti ama. Da me troverai acqua e biada a volontà. Che tu sia benedetto, asinello errante! Vieni da me, e apri con la chiave dell’occasione l’asinin palato, sciogli la lingua, fai uscir dalla tua bocca quell’estraordinario rimbombo che la largità divina, in questo confusissimo secolo, nell’interno tuo spirito ha seminato. Vieni da me, e con me fai valere la tua barbara natura, raccogli i frutti e i fiori che sono nel giardino dell’asinina memoria. Vieni da me, e in me trovati con tutti, discorri con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, a tutti regala verità, domina a tutti, sii tutto!
Nella non-scuola l’asino è l’adolescente, nella non-scuola l’asino è la guida: entrambi ragliano forte.
B. BUGIA
L’etimologia ci rivela la presenza del male nella parola bugia: dall’antico provenzale bauzìa al franco bausì, ovvero “malvagità”, “male radicale”. Ma nell’etimo del suo più significativo sinonimo, rappresentato dalla parola menzogna, c’è l’eco del verbo latino mentiri, “immaginare”, poi “fingere”, da mens mentis, “mente”.
C. CALCIO
Non si va a insegnare. Il teatro non si insegna, e meno che mai nella non-scuola. Si va a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irregimentati a copiare il calcio dei “grandi”, soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. La non-scuola è il campo da calcio dove si gioca per puro, eterno piacere, ignorando il denaro e la gloria.
D. DISCIPLINA E DOGMA
L’unico dogma della non-scuola è questo: si possono strapazzare Aristofane o Brecht, ma quello che deve emergere dal lavoro scenico, attraverso Aristofane o Brecht, è la vita degli adolescenti, i contrasti dissonanti che alimentano la psiche, le nevrosi luminose, la lava incandescente che si nasconde agli insegnanti e ai genitori. In una parola, l’ENERGIA, che deve a sua volta guidare le guide, come la bacchetta conduce i rabdomanti alla ricerca della sorgente d’acqua. Per far erompere lo scatenamento caotico che procede dal corpo si esige disciplina, ovvero apprendere poche regole elementari che sono incarnate nel gioco, come eterno piacere. Abitano il fare. I ragazzi le acquisiscono come confini necessari, nel divertimento e nella fatica che costa il “saper giocare bene”. È compito delle guide evitare ogni pedanteria, è compito degli adolescenti prestare orecchio alle guide, le quali accenneranno alle tecniche (respiro, movimento, voce) solo nel concreto delle prove, specificando che non esiste la Tecnica in assoluto, ma solo modi diversi di servire le visioni. In ogni asinello c’è un giardino dell’asinina memoria: le tecniche servono a raccoglierne la turbolenta vitalità.
Energy is Eternal Delight.
E. ETA’
Nella non-scuola le età sono usurpate. Aristofane può avere 16 anni, Shakespeare 14, gli adolescenti ben più di 500. Vi sono volti che fanno pensare all’antico Egitto, al Tigri e all’Eufrate, altri al secolo che non è ancora nato. Si ha l’età che si finge, non quella che si dimostra.
F. FARFALLE
In un’evanescente opera di Dosso Dossi, pittore ferrarese del Cinquecento, vediamo tre figure che poggiano su delle nuvole, alla luce scintillante dell’arcobaleno: a sinistra Giove, seduto davanti a una tela, in atto di dipingere farfalle; a destra una giovane donna inginocchiata sta per interromperlo (la Virtù, forse?); in mezzo ai due Mercurio, nudo e alato, che rivolto alla fanciulla porta il dito alle labbra, come a dire: silenzio! Il pittore non dev’essere disturbato mentre dipinge.
G. GUIDE
Non ci sono padri, non ci sono maestri nella non-scuola. Solo guide che conducono gli adolescenti verso lo spettacolo, che favoriscono il gioco. Chi sono le guide della non-scuola allora? Possono essere registi, possono non esserlo. Quello che li distingue è il loro “stare in mezzo”, non come acqua stagnante, bensì a dissolvere le superfici apparenti, tra gli adolescenti e la Tradizione. Forse un po’ dei pirati, come Long John Silver: attraverso il suo zoppicare, attraverso le sue menzogne, Jim scopre il tesoro.
H. HISTORIA UNIVERSALIS
Il gioco è l’amorevole massacro della Tradizione. Non “mettere in scena”, ma “mettere in vita” i testi antichi: resuscitare Aristofane, non recitarlo. La tecnica della resurrezione parte dal fare a pezzi, disossare.
Adolescenti e Tradizione: i Senza Parole e la Biblioteca. Qui c’è un lampo, due legni che si sfregano. Prendi un testo, e guardalo sotto: là sotto, sotto le parole, c’è qualcosa che le parole da sole non dicono. Là sotto c’è il rovello che lo ha generato. Ci restano le parole, mentre quel rovello viene dimenticato. Se non sai penetrare quel sotto, quella luce giù in basso, le parole restano buie. Il testo cela un segreto che può accendere la Vita, che l’autore (il vivente, non il cadaverino del museo!) ha sapientemente nascosto secoli fa nelle pieghe della favola: la non-scuola mette in relazione quel segreto e gli adolescenti, proprio quelli, quelli e non altri, quelle facce, quel dialetto ringhiato tra i denti, quei sospiri, quel linguaggio di gesti, quei sogni, quei fumetti. Per realizzare l’incontro c’è bisogno, in una prima fase, di svuotare il testo, perché i dialoghi sono all’inizio un impedimento autoritario che va spazzato via. Fatto a pezzi il monumento, si riparte dal gioco d’improvvisazione (vedi alla lettera I) che le guide propongono agli adolescenti, gioco che consiste nel dare nuova vita alle strutture drammaturgiche del testo, o a inventarne di completamente nuove. L’improvvisazione crea una partitura di frasi, gesti, musiche, sulla quale sarà possibile innestare, in un secondo momento, le parole dell’autore, e non tutte, solo quelle che servono. E sarà una sorpresa accorgersi che le parole rifiutate all’inizio, una volta arato il campo di verità sul quale farle crescere, diventeranno splendenti. Il campo di verità è il corpo dell’adolescente. È un adolescente, è un nessuno. Per questo trabocca di genio! La Tradizione non dice un bel nulla a questi nessuno, che prima la guardano con sospetto, poi le fanno l’onore di rimetterla in vita, la gratificano di un amplesso: la non-scuola gode a vedere l’impatto devastante e fecondo tra i morti e i vivi.
I. IMPROVVISAZIONE
L’improvvisazione è la deviazione necessaria (vedi alla lettera H) dal sentiero stabilito. La possibilità dell’eccesso e dell’impaccio di generare stupore. È la palestra in cui l’asino scopre le sue carte, il suo universo “mostruoso”: oscenità, canzoni, selvatichezze, dialetti, gerghi, ombre, cattiverie, ribaltamenti, sogni. Un poderoso mondo vitale e corrosivo che alla guida (e non solo) è ignoto, e che si ha il dovere di restituire in forma scenica.
L’istituzione scolastica e il teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è per forza di cose innaturale. La non-scuola scommette su tale accoppiamento.
How do you know but ev’ry Bird that cuts the airy way,
Is an immense world of delight, clos’d by your senses five?
L. LOCALI
Locali sta per “lus”, la luce che affonda nelle midolla delle ossa. Locali sta per “la panchina dello stadio di Sant’Alberto con su scritto LOCALI“, in questo simile a tante altre panchine dei campetti di calcio della Romagna, dove piccoli e grandi si fanno le ossa e se le rompono. Locali sta per “Nola”, la Nola di Giordano Bruno, il villaggetto che lo aveva visto nascere, Iordanus Brunus Nolanus, così si firmava anche quando si presentava nelle corti e nelle accademie d’Europa, Nola è il pezzetto di terra, la minuzzaria che ci ha sputato fuori e ci portiamo appresso, dimenticata, occultata nei sogni, nelle miserie del linguaggio. Locali sta per “gli autori quand’erano adolescenti”, ovvero dei nessuno pieni di fantasie, e non c’erano critici né spettatori a esaltarli.
M. MARIONETTA
Bando alla psicologia! Nella non-scuola si recita come marionette.
Comica o tragica che sia, strampalata o sofferente, la marionetta è carne dell’attore. Non è questione di stile (vedi alla lettera S): quando parliamo di marionetta intendiamo il rifiuto di ogni naturalismo, che le guide della non-scuola possono declinare in mille modi. La marionetta, svuotata di zavorra sentimentale, evoca forze sconosciute e minacciose che, presenti e invisibili nella vita quotidiana, si liberano nel mondo, in apparenza fittizio, della rappresentazione. Si situa misteriosamente ai limiti tra la vita e la morte, tra l’insensibilità totale e la più totale trasparenza. Sfida le pesantezze del tempo, della terra e del linguaggio. È il doppio che ci irride.
Siano dunque Pinocchio, Rosvita, Totò e Padre Ubu i santi protettori della non-scuola, lo siano contro l’illustrazione, la parola esplicativa e didattica, rivendichino il silenzio, il camminare a mezz’aria, l’uomo di legno.
If others had not been foolish, we should be so.
N. NOBODADDY
Tra le sfalenanti invenzioni di William Blake, c’era quella di chiamare “Nobodaddy” il Dio Padre che sta nei cieli: un neologismo, formato dalla contrazione di “nobody” (nessuno) e “daddy” (papà). Parola che, come un fulmine, afferma e nega, mente e dice il vero.
Il piacere di essere dei NESSUNO! Le guide sanno che, se anche altrove sono registi o attori di un certo nome, per gli adolescenti della non-scuola sono dei NESSUNO. Neanche uno straccio di gloriola ad attenderle, ma solo l’allegria di essere coro. C’è in questo esser nulla un sentimento di purezza e di libertà sublimi.
O. ONIROMANZIA
Gli antichi, prima Omero, poi Virgilio e Dante, distinguevano i sogni che entrano e escono dalla splendida porta d’avorio, i quali sono fallaci e vani, dai sogni che entrano per la porta di corno, cioè le vere visioni che l’uomo non scorge mai invano. La materia da poco, l’umile corno, è un conduttore migliore del pregiato avorio.
P. PASSERI
Se, in un accecante pomeriggio d’estate, prendendo da via Trieste, si parte a piedi da Ravenna diretti verso Marina, il paesaggio ci colpisce sotto il sole come una visione: a sinistra i serbatoi e le torri delle raffinerie con le ciminiere che eruttano fuoco, le navi e i grandi cassoni metallici del porto, a destra i campi di grano e sorgo. La strada è trafficata all’eccesso, e sul sottile bordo ai lati, usurpato dal pedone che su quella strada non è previsto, sarà una sorpresa notare molti passeri morti, travolti dalle automobili. Si sa dei ricci, si sa di qualche gatto ipnotizzato dai fari, ma di così tanti passeri! Volano basso, si vede che volano basso. E questa è via Trieste, non si osa pensare alla statale 16, la grande arteria del divertimento in riviera. Le statistiche sulla Romagna felix vanno aggiornate dal temerario pedone: non solo un’ecatombe di sacrifici umani regge la progredita civiltà del terzo millennio e la religione dell’Automobile, ma anche una più ignota morìa di passeri. Cadaverini insepolti lungo il ciglio della strada. Amen.
Peggio per loro! Dovevano volare alto!
Q. QUATTRO
Si è finora parlato di tre dei quattro pilastri che reggono la non-scuola: gli adolescenti, le guide, la Tradizione. Il quarto è l’insegnante, che segue, assiste i gruppi al lavoro. La non-scuola considera necessaria tale figura, perché, come ci rivela l’etimo di assistere, “sta nei pressi”, lucido testimone degli scontri in atto. Spesso funziona come sponda di serenità nel tumulto delle prove, può eventualmente collaborare al lavoro, può eccezionalmente arrivare in scena, ma mai deve sostituire la guida: i due ruoli sono nettamente distinti, l’insegnante rappresenta l’istituzione scolastica, al cui interno il lavoro si svolge, la guida è lo straniero che lì è accolto, portatore di un sapere altro, irriducibile.
Va detto: la non-scuola è nata e continua a vivere all’interno degli istituti medi superiori di Ravenna per scelta precisa degli stessi, per una sorta di affinata complicità intellettuale.
R. RAGAZZINI
No, i ragazzini non salveranno il mondo, ma forse possono, devono provare a salvarsi dal mondo. E noi con loro.
Nel suo abitare un’età dalla grazia sbilenca, l’adolescente ha un io “minimo”: si guarda, ma non sa bene cos’è, cosa diventerà, si ascolta, e sente dentro di sé tante voci. Questa confusione è una ricchezza: l’adolescente può essere “tanti”, in lui si scontrano le voci degli déi. Il suo “io” è un condominio. È abitato dalle tante maschere che può diventare: santi, guerrieri, impiegati, ladri, assassini, artisti, cavalli, terremoti, fantasmi. È una condizione instabile e delicata e sofferente, si è dei nessuno, si è come feriti. Questa ferita è la via maestra alla scena.
S STILE
Non ci sono stili nella non-scuola, sono vietati! Non ci sono attori e registi che debbano dimostrare qualcosa, né critici che verranno a recensire. L’unico dogma (vedi alla lettera D) della non-scuola è l’ENERGIA: le guide non siano altro che fluidi conduttori del calore e dell’elettricità. Possono, debbono esserci modi diversi di realizzare tale compito (partendo da un testo, abolendo il testo, facendolo scrivere ex novo, assemblando liriche, eccetera), ma sempre subordinati al dogma suddetto. Anche perché, particolare secondario ma non trascurabile, gli spettacoli della non-scuola si realizzano a costo zero: non ci sono spese di produzione! Adolescenti e guide sanno che possono frugare nel magazzino delle Albe, e riciclare quel che è possibile, ma sanno anche che l’unica vera ricchezza spendibile è il tempo e la passione che dedicheranno, che si dedicheranno. In conclusione: un regista può imparare molto facendo la guida nella non-scuola, a condizione che non la usi per formarsi uno stile, bensì si faccia da lei ROVINARE!
T. TREMORE E TERRORE
Se, in una notte d’estate, diciamo verso le tre, si parte a piedi dal villaggio di Campiano, nel profondo della campagna romagnola, e prendendo la direzione della via Cella ci si dirige verso Ravenna, la prima immagine sarà quella di un piccolo cimitero di campagna. E quello che sorprenderà sarà vedere le case dei morti come le case dei vivi, lì accanto, nella notte deserta: silenziosi, immoti cubi di pietre e cemento. Tutti dormono, là dentro, vivi e morti. I lampioni faranno compagnia per pochi chilometri fino a Santo Stefano, immergendo la terra in una luce appiccicaticcia e giallastra, poi, da Santo Stefano a San Bartolo, non ci sarà che tenebra, e nessuna luce. Tre volte i cani vi assalteranno in quel tratto, latrando forte, e nel buio il cuore si sposterà: voi lo sapete che abbaiano da dietro i cancelli, ma è buio, potrebbero non avere la catena, oppure se anche questa ci fosse potrebbe rompersi, e quelli saltarvi addosso, e tutte e tre le volte il cuore vi balzerà nel petto.
U. USATO
Da qui partiamo. Dalla constatazione che il mondo è usato. Usato fino alla nausea. La polis è usata, abusata, UBUSATA, infetta, divorata da eterni mascalzoni, dai salsicciai derisi ieri da Aristofane fino ai televenditori di oggi. La polis-mondo è vecchia in maniera disgustosa, e come lei sono vecchi quegli edifici di inutilità pubblica che passano sotto il nome di teatri. La nausea per il mondo è naturale nell’adolescente, la guida adulta la reimpara (se l’ha dimenticata), è un sentimento furente, che chiede giustizia contro una polis-mondo che falcia i passeri.
V. VELOCITA’
La guida sa che il tempo a disposizione nella non-scuola è limitato e poco: deve partire dalla consapevolezza che la sua è una partita a scacchi con il cronometro. Occorre giocare le mosse in velocità. Avere poco tempo per realizzare le proprie decisioni è un’utile gabbia per la fantasia. Quello è il tempo, e non ne hai di più!
Z. ZUCCA
Il giocare porta infine alla partita. Alla partita con il pubblico, allo stesso tempo avversario e amante, turbolento come nell’Atene del V secolo. Ogni gruppo della non-scuola conclude il proprio lavoro con lo spettacolo, una serata unica: il Rasi, l’antica chiesa delle Clarisse, poi cavallerizza nell’Ottocento, infine teatro da poco più di un secolo, si riempie per la “prima” e “ultima”, non si danno repliche, è un rito di iniziazione. Tremore, terrore, erompere della contentezza. I 400 adolescenti che ogni anno salgono sul palco, i 5000 che ogni anno, provenienti da tutte le scuole medie superiori della città, arrivano per applaudire, chiamar per nome, sbeffeggiare, osannare i propri compagni, rappresentano tutti insieme l’energia della polis (i “poli”, i “molti”) che irrompe in teatro. È una presenza sporca, volgare, è “volgo” che invade finalmente il tempio, dentro e fuori la scena.
L’immagine più appropriata con la quale licenziare il Noboalfabeto è la zucca. Alla fine dello smisurato poema rinascimentale di Teofilo Folengo, Baldus e i suoi compagni, giovani briganti inseguiti dagli sbirri e scappati dal villaggio di Cipada, un paesino “citra Padum”, cioè “oltre il Po”, arrivano all’inferno e lì trovano un’enorme zucca, secca e svuotata dall’interno, “che quando era ancora tenera e mangiabile, sarebbe servita senz’altro a far la minestra a tutto il mondo”, annota l’autore. È la zucca dei bugiardi, dei poeti, dei cantori e degli astrologhi, di coloro che cantano e interpretano i sogni della gente e riempiono i loro libri di favole e cose vane. Lì sono puniti: per quante bugie hanno detto in vita, i diavoli strappano loro altrettanti denti. E quanti più ne vengono strappati, più nuovamente ne nascono. A quel punto, Folengo interrompe il poema: “zucca mihi patria est”, questa è la mia patria, Baldus e compagni vadano pure in giro per l’inferno a sconfiggere i diavoli, io mi fermo qui.
La zucca è la lubricità del teatro, la munificenza delle menzogne che fanno nuovo il mondo, qui, nella mia zucca d’asino.
Egina, Campiano, Ravenna, agosto 2001

Marco_Martinelli_e_Ermanna_Montanari

2004-01-04T00:00:00

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