Due vie verso il successo: il fallimento gaio e quello eroico

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Pubblicato il 15/02/2002 / di / ateatro n. 029 / 0 commenti /
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Tutti gli scienziati hanno imparato da Karl Popper a lavorare con successo pur incappando nel fallimento. Popper ha chiamato questo procedimento degno di nota falsificazione: uno scienziato formula delle ipotesi il cui senso si manifesta solo quando non si riesce a confutarlo. Nel campo delle scienze naturali gli esperimenti rappresentano il modo migliore di alterare le ipotesi. Quando l’esperimento fallisce si capisce che l’ipotesi è inutilizzabile. Ma per concepire gli esperimenti sono necessarie delle ipotesi. Come possono le ipotesi essere confutate dagli esperimenti se è solo attraverso di esse che gli esperimenti divengono possibili? Gli studiosi di scienze naturali usano esperimenti e ipotesi per costruire una logica (per lo più matematicamente formulata che renda possibile prevedere la discrepanza tra premesse ipotetiche e risultati sperimentali. La falsificazione mira a valutare le discrepanze e a valersene. Il fallimento come forma di riuscita è diventata sotto diversi punti di vista una tematica fondamentale dell’arte contemporanea. Salta agli occhi il fatto che al giorno d’oggi viene sottolineato il carattere sperimentale degli artisti. Attraverso i concetti di “sperimentale e di “arte sperimentale si cerca sempre di fare apparire come interessanti le opere artistiche quando esse rendono evidente la discrepanza tra le aspettative nei confronti dell’artista e l’arte. Da un centinaio d’anni tali discrepanze vengono disapprovate da una parte del pubblico che le considera degenerazione. Le campagne condotte contro le arti degenerate mirano a far considerare riuscite solo quelle opere che coincidono con un concetto prestabilito.
Gli artisti vogliono però confutare questo concetto dell’arte per mezzo della sperimentazione. Conglobano esperimenti e concetti artistici ipotetici per creare una logica che permetta di comprendere il significato dell’operato artistico mettendolo in rapporto con ciò che è sconosciuto, incommensurabile e impossibile da dominare. La riuscita del lavoro dell’artista moderno corrisponde al fallimento della verifica, effettuate in base alle regole accademiche, del concetto artistico prestabilito dalle opere; poiché non è l’artista individuale che attraverso la sua opera può confermare un’estetica che impone delle norme o una teoria artistica.
Nessuno come l’artista ha in questo secolo posto in maniera così radicale la sgradevole domanda: “E’ arte questa?. E occupandosi di tale questione gli artisti sono giunti al punto di dubitare di aver creato vere e proprie opere d’arte. Poiché un’opera che segue le norme sarebbe solo l’illustrazione di un ipotetico costrutto artistico esistente anche al di là dell’opera concreta.
Gli artisti non hanno motivato la necessità della sperimentazione con lo scopo di falsificare le concezioni artistiche dominanti. Hanno scoperto che una discrepanza generale tra il concetto astratto e la sua rappresentazione oggettiva è chiaramente inevitabile, perché per gli uomini è impossibile creare un’identità tra opinione e concetto, tra contenuto e forma, tra coscienza e comunicazione (a prescindere dalla chiarezza della matematica). Hanno imparato a impiegare in modo produttivo la non identità tra concetto artistico e opera d’arte utilizzando la discrepanza per creare qualcosa di nuovo che non si può concepire ipoteticamente. Essere innovativo significava dunque rinunciare fin dal principio alla forzosa identità fra i concetti artistici normativi e la loro corrispondenza nell’opera d’arte. E il fallimento delle opere è diventata la premessa necessaria per l’avvento di temi nuovi finora sconosciuti. Questo procedimento ha acquistato per gli artisti una dimensione esistenziale giacché chi si compromette con il nuovo e con lo sperimentale non è né riconoscibile né accettabile nel suo tradizionale ruolo di artista. Gli artisti sono stati sospinti sempre più lontano sulla via della radicalità della sperimentazione da stigmatizzazioni sociali latenti. Sono stati costretti ad accettare condizioni di vita estreme. Per sopportarle hanno condotto vite tendenzialmente spericolate. Il consumo di droghe di tutti i tipi si è ripercosso sullo stato d’animo dello sperimentatore che spesso si comporta in un modo così singolare d’essere giudicato dal pubblico non solo eccentrico, ma addirittura psicopatologico. Gli artisti hanno percepito il fallimento della propria esistenza borghese sempre più come presupposto della loro capacità della loro sperimentazione radicale. Sotto questo punto di vista essi manifestano delle caratteristiche che li accomunano a certe personalità deviate – terroristi, criminali, profeti – : un esempio fra tutti, Hitler, che sempre sottolineava il fatto di aver patito la fame l’allontanamento, la devastazione spirituale: il fallimento giustificava il suo “radicalismo, e su questa radicalità egli basò l’eroismo dell’azione, quella attitudine artistica dell’eroe che si afferma principalmente nel fallimento radicale. Falsificò, dunque, il vecchio mondo europeo con le sue idee religiose, sociali e artistiche; e “Crepuscolo degli Dei è la locuzione utilizzata per definire questa strategia del fallimento eroico fin da quando Wagner la coniò. Fu così che, con il proprio fallimento, Hitler si convinse di aver cambiato il mondo nella maniera più radicale.
Oggi, a maggior ragione, l’eroismo del fallimento viene detto “fondamentalismo estetico e non ha perso nulla del suo fascino. Wagner e Nietzsche, protagonisti del fallimento gaio ed eroico, nel frattempo non interessano più solamente artisti, politici, scienziati e altre categorie salvatori del mondo. Da lungo tempo le subculture giovanili hanno utilizzato la gloria del fallimento per giustificare sé stesse. Un’intera generazione sembra vivere con il presentimento del proprio futuro fallimento – scientifico, ecologico, sociale. Gli hooligans, gli abitanti dei ghetti, i mafiosi fanno propria la radicalità, come fecero Wagner e Hitler. A loro non interessa più la creazione artistica; sperimentano in modo totale e si confrontano apparentemente senza nessuna paura con elementi sconosciuti ed indomabili quali la natura e la società. Non sono interessati alle attitudini di artisti e politici poiché essi stessi rappresentano queste attitudini. Sono eroici con serenità postmoderna. La paura ridente, il cinico menefreghismo fanno da sfondo alla loro esperienza quotidiana anche quando cercano in modo scientificamente giustificato di falsificare sé stessi.
Ciò che prima era riservato solo ai costruttori di bombe atomiche, ai santi suicidi e agli impetuosi artisti nichilisti è ora diventato accessibile a tutti. La filosofia del fallimento come forma di perfezionamento è divenuta patrimonio comune. Che successo – da assimilare all’illuminismo.
E gli illuministi sapevano che una sola cosa li avrebbe potuti confutare: il proprio successo.

Bazon_Brock

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