Diario ateatro: venerdì, sabato e domenica

Breve cronaca di un fine settimana "teatrale" tra la Liguria e la Toscana

Pubblicato il 02/04/2002 / di / ateatro n. 032 / 0 commenti /
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Questo ha di straordinario il teatro: ti riguarda tutto intero, anima e corpo. Non puoi ricavare una nicchia dentro la tua vita (la nicchia del mondano o dell’abbonato) e sperare di divertirti, se la tua vita non è predisposta al divertimento in teatro. Non c’è ipnosi a teatro. A teatro lo spettatore è attivo. La necessità del teatro andrà di pari passo con la sopravvivenza di persone attive. Quando tutti saranno addormentati, niente più teatro.
Mario Martone

 
Venerdì 15 marzo
Lerici (Sp), Teatro Astoria: Roberto Del Gaudio e i Virtuosi di San Martino con Medea Marturano

Un esilarante show da avanspettacolo, intelligentemente divertente che mescola canzonetta (Bobby Solo) con l’operetta e le arie liriche, la grecità con la napoletanità: ritratti di donne e uomini, verrebbe da dire, sull’orlo di una crisi di nervi, raccontati attingendo indifferentemente (come recita la ben nota canzone napoletana che riecheggia in scena – come pure nel Re Lear n. 2 di Leo De Berardinis) tra antichità, tradizione popolare e avanguardia, mescolando generi e creandone uno ex novo: il cabaret da camera, come un critico musicale ha simpaticamente definito questo teatro che unisce sceneggiata, comicità, musica colta, tragedia e commedia eduardiana. Filomena Marturano che pronuncia I figli non si pagano davanti a una caffettiera napoletana o l’idraulico edipico alle prese con perdite, tubi-tube e catene di varia natura, Medea, Eduardo di “a da passà a nuttata”; tutti i personaggi si cambiano davanti a un appoggia camicie-comodino che diventa, all’uopo, confessionale o insospettabile macchina della verità. Roberto Del Gaudio è il fregoliano attore napoletano abile nel recitar cantando, nel passare da un registro all’altro, dal comico al semiserio, accompagnato da impeccabili 4 musici 4 (musiche di Federico Odling), che gli fanno da “spalla” sonora e ritmica, sorta di “coro greco” o deuteragonista in scena; Del Gaudio è, poi, abilissimo nell’imitazione non delle battute di Totò ma della sua maschera, nella messa in ridicolo dei luoghi comuni del testo e del personaggio, nel prelevare pezzi d’autore cantandoci sopra sberleffi, nel cambiare le carte in tavola continuamente, nel sovrapporre ruoli e mescolare personaggi. Così il regista-attore spiega questi personaggi “dalle molte teste”:
“I personaggi sono contaminati. Filumena, per esempio, è stata Madre Coraggio e sarà Medea. Anche se la sua antica professione la farà rassomigliare talvolta alla Madame Duclòs o alla Juliette di De Sade; le facciamo raccontare un po’’ di cose piccanti che possano interessare anche noi attori (la tournée, si sa, è a volte lunga e penosa…). Domenico sarà invece solo il ricordo pallido di Giasone, divorato però dal complesso di Ugolino che gli fornirà un carattere ed una incontenibile sete di vendetta. Sarà anche Azucena nella sua fissazione per il figlio perduto. Filumena difenderà i suoi figli dal pericolo che gli venga divorata la testa. Ma i tre ragazzi mostreranno in ogni modo di essere pervasi da una inguaribile modernità, di essere cioè già senza testa, almeno dal punto di vista di Medea, punto di vista che Filumena farà proprio, questa volta d’accordo con Mimì-Ugolino”.
Roberto Del Gaudio e i Virtuosi di San Martino saranno al Teatro Bellini di Napoli, con Medea Marturano dal 24 al 28 aprile.
 
Il gruppo “I Virtuosi di San Martino”, si forma a Napoli nel 1994; è composto da Federico Odling, violoncellista e compositore del gruppo,creatore di impasti musicali improbabili e riuscitissimi (musica coltissima e musica popolare, Verdi e il pop, folk e mazurke) e il cantante-attore Roberto Del Gaudio, fantasioso e irriverente “trascinatore”. Il gruppo si completa con Antonio Gambardella (violino), Vittorio Ricciardi (flauto e ottavino) e Dario Vannini (chitarra). I loro brani più riusciti deridono crudelmente i personaggi-macchietta dei nostri giorni: il tribale dei centri sociali sempre più figlio di papà; il docente progressista indeciso metafisicamente sui voti da dare; il cineasta napoletano; il vegetariano “di tendenza”. Dal ’94 ad oggi “I Virtuosi di San Martino hanno realizzato i seguenti spettacoli:So’ tribbale, Nel nome di Ciccio, Ciccio Concerto, Blu Carogna, Carogna Suite, Medea Marturano e Vade Retrò-concerto d’avanspettacolo.
 
Sabato 16 marzo
Genova, Teatro Duse, Cassandra. Regia di A. Battistini
Spettacolo che crea delle aspettative innanzitutto per il testo scelto: il romanzo di Christa Wolf in cui la protagonista parla in prima persona della sua tragica storia, della sventura di una stirpe e dello sterminio di un intero popolo (Cassandra, profetessa di Apollo, veggente non creduta, testimone e interprete della guerra di Troia e dello scatenarsi del destino degli déi contro gli Atridi). La Wolf allontanandosi dalla tematica eschilea destino-colpa, dona piuttosto alla veggente attributi idealistici, tra emancipazione, insubordinazione e liberazione, in cui si sono riconosciute generazioni di attiviste.
Come è noto, è proprio l’Orestea – in cui compare Cassandra tra i personaggi della prima tragedia della trilogia (Agamennone)- a testimoniare significativamente il passaggio nella storia della Grecia antica, da una civiltà matriarcale di matrice indoeuropea (diffusa a Creta e di cui sarebbero testimonanza pitture murali raffiguranti donne che partecipavano sedute al posto d’onore al culto e ai rituali) ad una di stampo patriarcale: “Non è la madre la genitrice di colui che si dice di lei generato, di suo figlio, bensì la nutrice del feto appena in lei seminato” (vv. 658-59), questa la motivazione con cui Apollo assolve Oreste dall’accusa di matricidio.
L’atmosfera cupa, sinistra, introdotta in scena dall’imponente (ma anche un po’ ingombrante) scenografia piena di metallo, enormi tubi di areazione e grate di ferro, Ade dalla vaga apparenza industriale da dove si scorgono cavità, buchi, anfratti da cui ci si aspetta apparizioni, suggerisce l’attesa della morte e si confà al personaggio di Cassandra e alle sue visioni profetiche macchiate di sangue ed è perfettamente in sintonia anche con quella paura descritta nel terzo stasimon dell’Agamennone, cantato dal Coro mentre è in scena proprio Cassandra:
 
“Perché qui sul mio cuore, davanti al mio cuore presago, un’ombra di paura svolazza e non la posso scacciare? Perché il mio canto, non pagato, non chiesto, è un canto funesto di vaticinio?”
 
Nello spettacolo il dolente coro iniziale delle donne troiane dissidenti, portate a Micene verso il castello del vincitore Agamennone, immagine che evoca battaglie antiche e recenti, immette nella modernità della tragedia vista dagli occhi della Wolf: l’evocazione di un’utopica società femminile che ha in odio le guerre.
Uscito il coro, tutto è nelle mani della attrice-ballerina russa, Oxana Kitchencko, ovvero Cassandra, colei che ricevette il dono della veggenza da Apollo che però volle possederla e al cui rifiuto il dio, sputandole in bocca con disprezzo, ordinò che lei avrebbe previsto il futuro ma che nessuno le avrebbe mai creduto.
La Cassandra della Wolf narra dell’amore struggente e tenerissimo per Enea e della violenza di Achille “la bestia” che violenta, dopo averla uccisa, l’amazzone Pentesilea (“I maschi, deboli, ma con il prepotente bisogno di vincere, si servono di noi come vittime per poter conservare il sentimento di sé”), della comunità femminile dello Scamandro, che si incontra dal vecchio e saggio Anchise abiurando ogni forma di violenza (“La guerra modella gli uomini di cui si appropria”), mettendo insieme passato, presente e futuro: “Voglio restare testimone anche quando non esisterà più un solo essere umano che mi chieda di rendere testimonianza”. L’attrice è, in scena, un vero manichino di carne dalle “movenze immobili” (e dalla pronuncia indecifrabile, talvolta) costretta, inspiegabilmente, in una limitata porzione di spazio.
Alcune pose durante il lungo monologo, sono di vero effetto: l’incurvatura del corpo, le torsioni delle braccia lunghe, magre e nervose; la posa da Dea cretese dei serpenti, lo sguardo terrifico.
La seconda figura che compare in scena, l’amazzone mascolina Pentesilea con cintura di borchie, fa da controcanto alla dignità femminile umiliata e offesa, rivendicata ed infine difesa anche a costo della prigionia, di Cassandra, la cui voce dovrebbe richiamare alla mente le recenti guerre che hanno usato proprio lo stupro verso le donne come arma di “pulizia etnica”:
 
“Le gambe maschili che vidi in un solo giorno mi bastarono per tutta la vita… Sentivo i loro sguardi in viso, sul petto. Neanche una volta mi girai verso le altre fanciulle, né loro verso di me. Non avevamo niente a che fare l’una con l’altra, i maschi ci dovevano scegliere e sverginare. Udii a lungo, prima di addormentarmi, lo schioccare delle dita e, con quante diverse intonazioni, quell’unica parola: vieni…Sperimentai due specie di vergogna: quella di essere scelta e quella di restare seduta in attesa”.
 
Proprio nell’Orestea – come già ne I Persiani – si rivela il tema politico della tragedia secondo Eschilo: il rispetto delle leggi, la fede nello stato democratico ateniese (ricordava Aristotele nella Poetica che i personaggi della tragedia attica antica non parlano ancora retoricamente ma politicamente) di cui è emblema il commosso commiato nella terza tragedia dell’Orestea (Le Eumenidi).
Questa l’invocazione alla benevolenza e alla concordia del popolo ateniese intonata dal coro delle Furie diventate Eumenidi (=benevole) – significativamente ripresa anche dal Living Theatre nel finale del Frankenstein -:
 
“Lungi di qui le morti che troppo giovani vite recidono! E a vergini amabili, vita di nozze felici concedano gli dèi (…)
Anche fo voti che mai nella nostra città si odano fremiti di discordia civile, insaziata di mali. Né mai la polvere delle nostre strade si abbeveri di nero sangue di cittadini per strappare alle case, in collere vendicatrici di morti altre morti. E scambio ci sia di gioie nella comune concordia”.

(Traduzione di M. Valgimigli)

 
“Perché Cassandra di Christa Wolf?”, si domanda Battistini, già regista anche de Il Maestro e Margherita. “Quello che ci interessava, quello che ci serviva, quello che io e gli attori abbiamo assorbito nel nostro percorso laboratoriale, trasformandolo attraverso una scrittura comune in una sorta di canovaccio narrante, è stato concentrare l’attenzione su un nucleo drammaturgico che ci permettesse di ricostruire una storia nella storia: quella delle vicende di Troia e degli eroi della tragicità antica”.
 
Domenica 17 marzo
Firenze-Rifredi, Genova G8: video, teatro e cronaca a confronto

a cura del Teatro della Limonaia
Convegno, incontri, proiezioni e dibattito. Lettura del testo Genova 01 di Fausto Paravidino e presentazione in anteprima dello spettacolo Noccioline (dai Peanuts alla Diaz), dal testo di F.Paravidino, con i giovanissimi della Compagnia Laboratorio Nove diretti da Barbara Nativi. Un progetto in collaborazione con il National Theatre di Londra per Connections 2002.
Non avrei mai creduto di portare mio figlio così piccolo (2 anni e mezzo) a teatro; non esattamente composto come si conviene, era Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, a trattenere affettuosamente le sue frenesie.
Il testo Genova ’01 del giovanissimo Fausto Paravidino è stato commissionato e rappresentato in lingua inglese dal Royal Court Theatre di Londra; in Italia la lettura del testo prevista a Roma per la rassegna"Teatro di Mezzanotte" organizzata da Macchine Teatrali, è stata clamorosamente censurata (per approfondimenti vedi il forum Teatro di Guerra).
Scritto al di là della Manica, “laddove non arriva il trattato di Schengen”, il tentativo assolutamente intelligente e coraggioso di Fausto in Genova ’01 era quello “di raccontare tutto quello che è successo a Genova in dieci minuti”, senza trascurare niente. Usando i fatti (le violenze, gli scontri, l’omicidio ancora impunito di Piazza Alimonda) come protagonisti indiscussi di una storia che ricorda altri tempi.
In Peanuts tutto è mascherato abilmente dietro un gioco: in ogni momento ciascuno di noi ha a che fare con quei problemi politici e sociali che ci riguardano come collettività e di cui siamo responsabili con le nostre scelte comportamentali, con l’economia domestica, con la nostra permeabilità alla pubblicità che decreta nuove povertà in un’altra parte del mondo.
Vengono in mente le parole del regista Peter Sellars:
 
“L’arte oggi deve avere un ruolo di attivismo puro: dare alle persone la possibilità di riprendersi la loro società, le loro sicurezze, la propria vita, non come spettatori ma come partecipanti attivamente impegnati”.
 
Paravidino ci ricorda che ci troviamo ogni giorno a travestirci – esattamente come è accaduto a Genova – in global e in no global, poliziotto o manifestante. Tradotto in spiccioli (cioé in noccioline, appunto) i termini della questione della globalizzazione, della liberalizzazione dei mercati, della libera informazione in tempi di comunicazioni mass mediatiche monodirezionali, di ingiuste politiche del lavoro, sono così semplici che davvero basta poco (la lunghezza di una comic strip..) per capirli: in scena il rispetto dello stato di diritto, il trattato di Schengen sulla libera circolazione di persone e cose vengono trasposte nel salotto di una casa “provvisoriamente occupata” da gente “senza permesso di soggiorno” (ovvero, senza essere invitati) per un festino. Buddy deve “sorvegliare la proprietà dell’amico”, ma lì e si danno appuntamento una serie di amichetti per vedere la televisione, mangiare pizza e bere bibite. Ogni loro scelta nell’arco della giornata è, appunto, metafora delle politiche economiche dei grandi Paesi industrializzati che impongono marchi, stili e comportamenti: Coca o Pepsi? Oppure solo acqua per tutti? Tanti canali tv o uno solo? Collettivizzazione delle risorse?(gli spiccioli per comprare le bibite).
Cambio di scena: carcere di Bolzaneto, sullo sfondo le celle, i ragazzini sono diventati grandi (e infatti i vestiti si sono allungati…) ma mantengono le caratteristiche psicologiche che avevano dieci anni prima: chi individualista, chi idealista, chi succube dell’autorità, chi sognatore, chi aspirante al posto di lavoro. Questa volta la divisione non è tra chi sceglie Coca o Pepsi ma se stare tra chi picchia o tra chi è picchiato, e diventare o vittima o carnefice. La regia, colorata e divertente nella prima parte, poteva “osare” un po’ di più nella seconda parte. Nessun “segnale tra le fiamme” arrivava in platea. Proprio nella (non lieta) fine si perde quello che era maggiormente atteso: l’attivismo ha bisogno, ora più che mai, di messaggi forti e chiari. Io non ero a Genova né a Bolzaneto Me la sono scampata, mio marito Giacomo Verde ha ripreso le immagini che vedete in Solo limoni.
Plauso ai giovanissimi attori guidati da Barbara Nativi.
Così il giovane drammaturgo Paravidino racconta le motivazioni di Genova ’01; e così spiega come, proprio con Genova, sia rinato il “teatro civile”:
 
“e’ cambiato qualcosa dopo genova. quegli ultimi giorni di luglio per molti di noi hanno ridisegnato la mappa dei sentimenti, hanno risvegliato l’indignazione, la rabbia, la paura, lo stupore.
molti di noi ne sono stati toccati e molti di noi – soprattutto – si sono ritrovati ad avere bisogno di parlarne. ricordare, ribadire, celebrare…
ho scritto una commedia per il national theatre con l’intento di portare oltre manica – lì dove non arriva il trattato di schengen – la denuncia di ciò che non è più solo appannaggio delle dittature sudamericane o islamiche, ma che è ‘entrato in europa’. in seguito ho scoperto che la mia esigenza teatrale di testimoniare non era prerogativa esclusiva del mio senso di colpa di assente, ma si accordava perfettamente con quella di altri artisti che – per farla breve – a genova c’erano. per quel che mi riguarda, con genova, è rinato il teatro civile…
il mio tentativo è stato quello di raccontare – con lo stile di un’ansa personale – tutto il g8 in dieci minuti, nonostante molteplici sforzi non sono riuscito a stare sotto i venti. dopodiché questo lavoro ha preso due vie diverse e naturali. si è accorciato per soddisfare le esigenze degli inglesi e si è allungato per diventare uno spettacolo italiano. spettacolo è improprio. non c’è niente di spettacolare – a meno che non vogliamo definire spettacolari i fatti di cui parla. è una testimonianza. di fronte all’irrappresentabilità della tragedia noi – un gruppetto variabile di attori che sentono il bisogno di raccontare quella storia – testimoniamo quei giorni con parole non nostre (che provengono dalle documentazioni raccolte) e nostre (i ricordi vivi di chi di noi c’era e di chi no). è un lavoro in continuo divenire che si trasforma a seconda dei contributi umani che vi partecipano. è il nostro g8.

 
 
Fausto Paravidino, attore, scrittore di teatro e qualche volta regista, ha scritto sette commedie: Trinciapollo, Gabriele (in collaborazione con Giampiero Rappa), Due fratelli (Premio Tondelli 1999), Tutta colpa di Cupido (con Giampiero Rappa e Lello Arena), La malattia della famiglia M (Premio Candoni Arta Terme 2000 – sez. opere commissionate), Natura morta in un fosso e Noccioline – Nuts (Commissionato dal Royal National Theatre di Londra). Ha scritto anche per il cinema e la televisione e ha frequentato l’ “International Residency for Playwrights” 2000 presso il Royal Court Theatre di Londra.

Anna_Maria_Monteverdi

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