L’editoriale

Le dimissioni di Massimo Paganelli

Pubblicato il 02/04/2002 / di / ateatro n. 032 / 0 commenti /
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Qualche giorno fa Massimo Paganelli ha abbandonato la direzione del Teatro Metastasio di Prato. E’ l’’ennesima dimissione annunciata, al termine del solito processo di logoramento che ha già fatto cadere più di una testa. E’ l’’ultimo regolamento di conti all’0interno di una sinistra che da anni non è più in grado di esprimere una credibile politica culturale in ambito teatrale. Le dimissioni di Massimo Paganelli possono certo dipendere da una specifica realtà culturale, politica o geografica (che a qualche chilometro di distanza rischia però di apparire banale provincialismo), mentre qualcun altro attribuirà il divorzio alla classica “incompatibilità di carattere”. Ma a Prato si è semplicemente ripetuto un copione già visto in numerose altre istituzioni teatrali pubbliche italiane. Un tentativo di innovazione che nasce con grandi speranze si scontra ben presto contro una serie di rigidità di sistema (di carattere politico e burocratico) , o semplicemente con antipatie salottiere o altri interessi in ambito teatrale. Segue una fase di logoramento più o meno lunga (con ingerenze politiche, attraverso i vari consigli di amministrazione) che porta alle dimissioni dell’innovatore in tempi più o meno rapidi. Il copione è già stato recitato più volte, sempre più stancamente.
Quello a cui stiamo assistendo in questi anni – una dimissione dopo l’altra – è semplicemente il suicidio del teatro pubblico italiano – ovvero dell’intero teatro italiano, visto che gli stabili costituiscono l’ossatura dell’intero sistema. Le responsabilità sono numerose e ben distribuite.
In primo luogo c’è la sclerotizzazione e burocratizzazione dei teatri pubblici, che li ha progressivamente svuotati di senso. A questa degenerazione ha contribuito anche un meccanismo di controllo politico messo a punto negli anni della lottizzazione e che usa i consigli d’amministrazione che strumento di controllo e meccanismo di gestione clientelare. E’ completamente mancata in questi anni una riflessione collettiva sul ruolo e sul senso del teatro pubblico: a parole il modello resta quello tracciato nell’immediato dopoguerra da Grassi e Strehler, e che però non è più praticabile, visti i cambiamenti della società e del linguaggio teatrale. Qualche spunto di riflessione su due possibili modelli di teatro pubblico sono arrivati di recente da Luca Ronconi in un articolo su “Repubblica” e dal Teatro Metastasio in un manifesto ripreso anche da “ateatro”. Ma quella che è mancato e continua a mancare è un indirizzo complessivo del settore, che si è trovato abbandonato alle dinamiche peggiori. Oltretutto gli stabili hanno da decenni rinunciato a uno dei loro principali compiti istituzionali, ovvero quello di far emergere il nuovo (nei vari terreni, dalla drammaturgia italiana alla scrittura scenica alle forme produttive e organizzative) e garantire il necessario ricambio generazionale. Date queste premesse, restano due alternative: un tran tran sempre più stanco, con concessioni sempre più ampie al “commerciale”; oppure un estremo tentativo di apertura al nuovo, alle forze vive del teatro italiano, cresciute in genere nell’area della ricerca.
Ogni volta questi innesti si sono risolti in un fallimento. Le motivazioni sono diverse. In primo luogo l’evidente incompatibilità tra le modalità produttive e di gestione dei carrozzoni pubblici rispetto a quelle del teatro di ricerca, o alle esigenze di una moderna regia. Non a caso uno dei più accesi terreni di scontro riguarda “la pianta organica” dei teatri, e in definitiva la ripartizione delle risorse tra la “macchina” e la produzione, la creazione. Ma è anche mancata con ogni evidenza la capacità di spiegare (e forse di capire ) la posta in gioco da parte dei diretti interessati. Non si è mai creato un fronte comune abbastanza ampio da permettere ai “casi particolari” di superare le difficoltà contingenti. Così uno dopo l’altro i direttori “innovatori” diventano ostaggio dei consigli d’amministrazione, fino all’inevitabile caduta. All’esterno questa “guerra dei teatri” è stata vissuta come una corsa alle poltrone tra le varie parrocchiette della sinistra italiana, alla ricerca di prebende e privilegi per amici e complici.
Un’indubbia responsabilità l’ha anche la critica, che non è stata in grado di delineare questo quadro con sufficiente chiarezza, che non ha saputo sostenere il rinnovamento con la necessaria convinzione, che non ha mai riflettuto seriamente sul ruolo e la funzione del teatro pubblico.
Oggi abbiamo di fronte un panorama devastato. Da un lato un sistema di teatro pubblico praticamente necrotizzato, con la scintillante eccezione del Piccolo Teatro di Ronconi e Escobar (che rischia di fungere da alibi per l’intero sistema). Poi una serie di personalità artistiche di notevole rilievo, che in questo sistema possono avere però ruoli soltanto marginali – mentre gli spazi si richiudono progressivamente e diventa sempre più difficile far circolare i propri lavori. Infine una rete di Stabili di Ricerca anch’essi in crisi di identità (vedi la Breve storia del Crt in “ateatro 31”).
E’ in questo scenario che si susseguono le grida d’allarme, le lamentazioni, gli appelli alla mobilitazione e i messaggi di solidarietà. Ma settimana dopo settimana la situazione peggiora, e la tendenza non si inverte…

Redazione_ateatro

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