Tra le donne di Cassandra

Appunti di una chorus girl

Pubblicato il 02/04/2002 / di / ateatro n. 032 / 0 commenti /
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Raccontare Cassandra attraverso lo sguardo delle donne del coro; la prospettiva m’intriga nonostante la fatica, nonostante le ore trascorse insieme alle ragazze del laboratorio, accovacciata sulla scenografia di ferro del ‘Duse’ – la carne e gli arti dolenti – ad intonare il funebre lamento che accompagna l’entrata in scena della profetessa Cassandra. Il testo, che narra di stupri e misfatti, della città di Troia crollata sotto l’urto trionfante della società greca patriarcale, è un crescendo luttuoso che da mormorio indistinto si fa litania dai ritmi arcaico-cadenzati. Noi, le troiane schiave dei vincitori, restiamo in attesa di venir deportate e in quest’attesa diamo corpo e voce ai ricordi straziati di lei, all’orrore di vecchi e di nuovi misfatti. Il dramma che insanguinerà la casa degli Atridi è sul punto di compiersi e Cassandra è schiacciata dal peso dell’oscura e inascoltata veggenza.
Il più affascinante personaggio del mito, già immortalato nell’Agamennone eschileo, è ripreso negli anni Settanta dalla rilettura, femminista e politica, di Christa Wolf che la ritrae durante le ultime ore di vita trascorse, come lei stessa dice "a ripercorrere segretamente la storia della mia paura". Ma se il racconto della scrittrice tedesca scivola all’indietro lungo la scia di ricordi di un’infanzia felice dominata dalle figure di Priamo, l’amatissimo padre compianto, e di Ecuba, la madre dalle "forti braccia virili", Andrea Battistini decide di fermare la sua Cassandra sui passaggi più tragici della guerra di Troia con l’arrivo in città delle Amazzoni e di temibili uomini dalla ferocia mai vista, capeggiati dalla figura di Achille la bestia che assomma su sé i caratteri odiosi di un’assurda violenza maschile, cruenta e gratuita qual è solo la follia della guerra.
Il grido straziante di Oxana Kitchenko, la bellissima Cassandra del Teatro di Castalia, attraversata da fremiti d’odio, scossa da brividi di trance, è un misto convulso di dolore e pietà, che risuona a lungo nelle orecchie dello spettatore. L’interpretazione dell’attrice russa rifiuta ogni naturalezza intenzionale per accentuare l’astrazione e la nudità della scena, il suo incedere è ora a scatti, ora trattenuto, con movenze che ricordano più una ballerina giavanese che non il Bolscioi, il tempio della danza classica da cui Oxana proviene. C’è una stanchezza e una frenesia nei suoi gesti, una sorta di pathos consacrato alla sventura del tempo e all’ossessione del ricordo. La donna, dagli zigomi alti, dai bruni capelli che le incorniciano il volto, possiede una fisicità elegante e rabbiosa che dapprima si scioglie in abbozzi di danze sciamaniche poi si contrae nei singulti sincopati di dolorosi ricordi. Nell’azione scenica raggelata da fendenti di luci azzurrognola, gamme di varianti, i tempi Forte o Improvviso si alternano a pause di sospensione facendo da contrappunto alla tematica della Memoria. E’ un sommovimento interno quello che sostiene l’attrice, la cui voce promana roca da un luogo remoto di denti serrati e rabbia schiumante a complicare una ricezione del testo già di per sé difficile e intermittente. L’italiano sussurrato grave in pause di sospiri che l’accento russo reinventa e rende enigmatico, dà il senso di una marginalità idiomatica davvero inquietante: la lingua balbetta in sonorità inaspettate, il senso è costretto a disseminarsi in stato di variazione continua. Le spezzature passano sull’accento originario enfatizzando il testo esploso, l’italiano soffiato dal ventre: l’inflessione slava di Oxana non è impedimento alla comprensione del testo ma è qualcosa di intimamente connesso alla condizione di esule e donna che Cassandra dovette affrontare.
Nel finale Oxana-Cassandra dismette le vesti di fascinosa mistagoga, rinunciando alla possessione sciamanica che l’invade per abbandonarsi svuotata ad una dimensione altra, più intima e umana. Il timbro decresce impercettibilmente in ultimi sprazzi di luce, la donna ritrova la propria voce con cui dire il reale, con cui svelare i misfatti di un potere creatore d’inganni e di simulacri. Di un potere ottuso e feroce che, per paura e sospetto, disconosce la "terza via" che sta tra il morire e l’uccidere. Vivere, appunto.

Alessandra_Giuntoni

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