Una recensione infinita?

In margine a Infinities di Barrow-Ronconi

Pubblicato il 02/04/2002 / di / ateatro n. 032 / 0 commenti /
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ISTRUZIONI PER L’’USO: Leggere queste frasi in ordine casuale, all’’infinito.

1. Con Infinities Luca Ronconi ha provato (come spesso gli è accaduto nel corso della sua carriera) a rappresentare l’’irrappresentabile. In questo caso, attraverso il testo di John Barrow, ha tentato di trasformare in evento teatrale un concetto astratto che per molti aspetti trascende la nostra esperienza, se non le nostre capacità di comprensione (a essere più precisi: i matematici e coloro che hanno una certa preparazione scientifica sono in grado di manipolare i simboli riferiti all’infinito, per gli altri il concetto può risultare difficilmente afferrabile – se non in termini “non scientifici” di trascendenza).

2. Il punto di partenza è un testo dichiaratamente non teatrale, scritto in un linguaggio che non ha nulla di teatrale e che obbliga regista e attori a muoversi su un terreno estraneo. Barlow ha scritto per Ronconi cinque brevi saggi di divulgazione scientifica, che nulla hanno dei “normali” testi teatrali (mancano infatti personaggi, dialoghi, didascalie…) o addirittura narrativi. Il testo di Barrow contiene invece l’esposizione di concetti astratti, brevi dimostrazioni, metafore, paradossi, considerazioni, rari accenni biografici a vite di scienziati…

3. Partendo da questi materiali, Ronconi ha costruito (ed è probabilmente questo uno dei motivi della passione con cui ha affrontato questa sfida) uno spettacolo radicalmente anti-aristotelico – e sperimentale fino all’estremo limite del non teatro.

3. 1. Infinities non parte dalla mimesi della realtà. Come abbiamo visto, nel testo non esistono personaggi o paesaggi; piuttosto idee o concetti astratti, ai quali è necessario trovare una forma – magari una metafora, come quella dell’’Albergo Infinito della prima scena. (Da un certo punto di vista, questa prima scena descrive e riflette la struttura dell’intero spettacolo, con i cinque luoghi deputati che corrispondono alle prime cinque stanze dell’Albergo Infinito; e da qui non sarebbe impossibile costruire un paradosso simile a quello sperimentato dai primi videomaker, che provavano a costruire l’infinito puntando la telecamera su un monitor nel quale si vedeva quella stessa telecamera, moltiplicando l’immagine all’infinito… secondo il procedimento ben conosciuto della mise-en-abîme).

3. 2. Infinities esclude ogni unità di tempo, spazio e azione, come è ovvio in linea di principio trattandosi di uno spettacolo che cerca di cogliere l’infinito. Dunque un “non spazio”, ovvero una serie di spazi astratti (che però si nutrono della concretezza dell’edificio che li ospita): attraversando queste “stanze dell’infinito” lo spettatore compie un percorso iniziatico. Dunque un “non tempo”, quello della riflessione, del pensiero, della verità assoluta dell’astrazione matematica. Dunque una “non azione” perché quelle verità, al di là del loro emergere storico (che però viene affrontato solo di sfuggita, nel quarti episodio), esistono da sempre e per sempre.

3. 3. In Infinities non esiste catarsi. Non esiste azione drammatica, non esiste trama, dunque non può esservi scioglimento. Ma soprattutto ogni singola scena è costruita su un paradosso, su una aporia insolubile: e dunque lascia allo spettatore una enigma che non può trovare soluzione. (Un’altra accezione possibile dell’espressione “spettacolo infinito”?)

4. Questa scelta si riflette nella costruzione di uno spettacolo-labirinto, con cinque stanze che lo spettatore può attraversare in sequenza. Ma si tratta anche di una sequenza potenzialmente infinita, sia che venga ripetuta identica sia che venga alterata nel numero delle stanze visitate o nell’ordine in cui vengono visitate. Di più, all’interno di ogni stanza gli interpreti dei vari “non personaggi” cambiano nelle diverse ripetizioni della stessa scena, che dunque (potenzialmente) risulta sempre diversa. Dunque un infinito che nasce da un procedimento combinatorio (e non dalle vertigine di cui al punto 1).

4. 1. In alternativa la possibilità di ripetere in eterno il ciclo delle cinque stanze rimanda alla soluzione al problema dell’infinito che illuminò Nietzsche – l’eterno ritorno.

5. Forse gli attori della seconda stanza, e quelli della quinta, sono spettatori che hanno avuto il dono della vita eterna (seconda stanza) o che arrivano da precedenti visioni dello spettacolo.

6. A quali condizioni può ritenersi vinta una scommessa di questo genere? Ovviamente è impossibile costruire uno spettacolo davvero infinito (o una narrazione infinita, come insegna la borgesiana Biblioteca di Babele, al centro della terza stanza). Ma è possibile costruirne uno potenzialmente infinito. Ed è inoltre possibile costruirne uno spettacolo che inneschi nello spettatore una serie di riflessioni infinite.

7. La scommessa di Ronconi può dichiararsi vinta solo se, dal punto di vista dello spettatore, lo spettacolo può essere dichiarato infinito.

Oliviero_Ponte_di_Pino

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