Sei personaggi visti dall’interno

I 6 personaggi.com al Teatro Duse di Genova

Pubblicato il 23/05/2002 / di / ateatro n. 035 / 0 commenti /
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Sei personaggi.com
Un travestimento pirandelliano

di Edoardo Sanguineti
(Il Melangolo, con note di scrittura scenica di A.Liberovici)

Regia, scenografia, acustica, musica: Andrea Liberovici
Scena e costumi: Filippo Garrone
Luci: Sandro Sussi.
Video: Giacomo Verde
Produzione: Teatro di Genova

Personaggi e interpreti
Padre: Aleksandar Cvjetkovic
Madre: Rachele Ghersi
Figlio Fabrizio Matteini
Figlia Ottavia Fusco
Autore Eugenio Allegri

Su un testo scritto appositamente da Edoardo Sanguineti e con la consulenza video di Giacomo Verde, il musicista e regista teatrale Andrea Liberovici, fondatore con Ottavia Fusco e Filippo Garrone del Teatro del Suono, ha realizzato la seconda versione di uno spettacolo che, partendo dal pirandelliano scambio finzione/realtà, si interroga freudianamente sui meccanismi (impulsi o repressioni) dell’inconscio nei diversi “casi” (nel senso psicopatologico del termine) di incesto incarnati dai 6 famosi personaggi, emblematici quanto inconsapevoli e sotterranei custodi di questa ossessione libidica.
I personaggi del Padre, della Madre del Figlio e della Figlia diventano in questo travestimento pirandelliano (come recita il sottotitolo) ombre generate dalla fantasia -e dall’inconscio- dell’Autore stesso che smaschererebbe, così, una volontà di (pro)creazione autobiografica, una specie di desiderio di autorappresentazione.
Un biancore irreale, quasi spettrale investe la scena, resa geometricamente convessa per accogliere maternamente i personaggi come un utero, (“Il mistero della creazione di un’opera d’arte è il mistero della nascita naturale” ricordava Pirandello).
I personaggi, che escono dalle fila della platea, narrano a tempo di musica o cantando tra passi di danza e situazioni da pochade, l’origine delle loro turbe psichico-sessuali. La musica, fondamentale segno distintivo dello spettacolo, permette al regista-compositore di creare una sorta di “opera d’arte totale”.Liberovici montando e smontando i “materiali verbali” di Sanguineti, inventa anche fantasiosi songs da passaggi davvero folli della scrittura di Sanguineti, come quello del liquore Vov.
Lo spettacolo è anche un divertissement-variazione musicale sul temi del sesso, dell’incesto e dei suoi molti travestimenti, sui simboli del fallo, sui giochi erotici, sulla masturbazione, sempre in chiave ironica o addirittura parodica. La bimba che avvicinata dal padre perde simbolicamente la bambola e diventa donna-suo malgrado, o forse no, per rivalsa dalla madre-. Il video -in questo caso vera maschera elettronica o settimo personaggio in scena- rivela l’indicibile, il rimosso: le braccia della bambola ingigantita dal macro in diretta della telecamera, ha le stesse dimensioni di una bambina, e lo stesso incarnato.
Tutti i personaggi si spogliano progressivamente delle loro perversioni, hanno frusta o maglietta a rete o si masturbano.”L’erotismo senile bisogna difenderlo!” Maschere messe pirandellianamente a nudo dalla psicoanalisi.Freud per primo ha parlato della sessualità del bambino ne ha messo in luce la precocità di desiderio mentre ne L’introduzione alla psicoanalisi e soprattutto in Totem e tabù ricordava la sacralità attribuita all’incesto nella mitologia e in tutte le religioni e di come la prima scelta oggettuale degli esseri umani sia sempre incestuosa.”Se l’istinto non spingesse all’incesto, – dice l’Autore – perché impedirlo?”
In una scena astratta, con l’unica presenza di pannelli geometrici neri che rendono la boite un quadro di Malevich, imbevuta di musica (ma anche di una sapiente “musica di luci”) e di recitar cantando, i personaggi non sono mai lasciati soli. C’è un loro doppio sia in voce (su un nastro preregistrato), che in suono e in video; quest’ultimo li controlla, li sorveglia, li perseguita.E’ l’Autore.Presenza inquietante, perturbante, memoria o rimorso, desiderio o incubo, comunque memoria imperfetta, deformata, che lascia tracce in forma di immagini sbiadite, sfuocate e mostra allusioni, latenze, ossessioni irrimuovibili. Fissazioni, veri “loop” elettronico-mentali. Manovra il video in diretta il Figlio, giocando con le immagini dell’inconscio, suo e di altri, quali fossero proiezioni dell’Autore stesso, creando cortocircuiti relazionali e un gioco di specchi. Immagini che arrivano all’occhio dello spettatore secondo una prospettiva ottica innaturale, sghemba, e sempre diversa da uno all’altro, quasi soggettiva, personale, a causa di questa scena, curva come il cristallino dell’occhio o come una lente convergente di una fotocamera. Durante una delle scene più evocative (ma anche più angoscianti) la bellissima protagonista porta coraggiosamente il dentro fuori, letteralmente rinchiusa come prigioniera tra le proiezioni del proprio io interiore, cantando “Avevo quel giacchetto Miss Sixty, finta pelle, mi ha toccato, ma appena: mi ha preso lì, per le dread”. In questo caso le immagini della memoria e quelle in primo piano della donna sono incrostate letteralmente insieme, o convivono in simbiosi l’una affianco all’altra, rallentate per seguirne il respiro e le parole. L’enorme sfera che rinchiude i personaggi è forse il grembo materno a cui aspirare a tornare o da dove uscire per prendere la prima volta fiato; in scena quella rassicurante e asettica palla simbolo di tutte le incomunicabilità al tempo delle comunicazioni veloci, li preserva ma li rende anche inattaccabili dal dolore o dal piacere, insomma, dal contatto col mondo. Nel finale i pannelli cadono implacabili come affilate ghigliottine o come lastre tombali, trasformando i personaggi in figurine o carte di un mazzo da gioco.

ANDREA LIBEROVICI
In cosa hai modificato lo spettacolo?
Nella versione precedente il pubblico stava sul palco, disposto in cerchio, come in un teatrino anatomico; il palco era stato pensato come un’enorme cassa sonora con casse acustiche disposte sopra, sotto e attorno al pubblico in modo da “spazializzare” il suono.
Perché hai usato il video?
Intanto perché ho conosciuto Giacomo Verde!
Quando ho pensato allo spazio scenico mi è venuto in mente l’immagine di un tubo catodico svuotato dove vivono le ombre dei personaggi, poi in questo gioco volevo creare un “effetto sfera” anche per i movimenti, per “sgravitazionare lo spazio”. Il gioco dei pannelli voleva ricordare un diaframma fotografico: isolare dei dettagli. E’ rimasto questo impianto e il video mi serviva per entrare più “dentro”. Detesto i video e la Tv in scena ma la cosa che mi piaceva era l’idea di poter manipolare le immagini delle Tv in tempo reale, e il potere evocativo del loop. La ricerca dei personaggi, che rischiava di essere un grande divertissement d’autore, era quella di un percorso sottotestuale dell’Autore -poi alla fine viene fuori Freud- ricerca sottotestuale che l’apporto video, cioè il video non usato da video, evidenzia.

GIACOMO VERDE
Questa ennesima variante del video fondale “live” per i 6 personaggi di Liberovici mi sembra anche una delle più fortunate applicazioni in scena di questa tecnica. Quando e come sei intervenuto?
Sono intervenuto in tre diversi momenti: nella fase di ideazione dello spettacolo, discutendo inizialmente con Andrea sul video in scena e cercando di capire come risolvere i problemi dell’uso “live” dell’immagini video. Il secondo intervento è stato l’allestimento della “videomacchina” scenica composta dal video loop (una telecamera che inquadra il televisore a cui è collegata e che rimanda le immagini generate su un videoproiettore) e da un computer portatile che trasmette delle sequenze video digitali preregistrate che rappresentano la memoria di uno dei personaggi creata dal personaggio Autore. Avevamo a disposizione anche un secondo videoproiettore per proiettare le immagini su un tulle posto sul boccascena. In questa fase ho dato anche le istruzioni all’attore che doveva generare e manovrare in diretta le immagini attraverso il videoloop e il p.c. La videomacchina l’ho lasciato nelle loro mani per le prove in modo che potessero scegliere liberamente in quali momenti usarla e con quali possibili varianti. La terza fase è stata fatta a pochi giorni dalla prima quando sono intervenuto sulla messa a punto e sulla scrittura definitiva delle immagini video inserite nel corpo della composizione scenica in modo che si accordassero nel miglior modo possibile con il testo e con la recitazione degli attori.

Anna_Maria_Monteverdi

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