La morte ci farà belli

Appunti da Santarcangelo

Pubblicato il 02/08/2002 / di / ateatro n. 039 / 0 commenti /
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Il colpo d’’occhio è di quelli che tolgono il fiato: il candore del Palazzo dei Diamanti, il colore del cielo al tramonto si riflettono sul pavimento di specchi. E’ Amor nello specchio di Giovan Battista Andreini, messinscena di Luca Ronconi nel quadro delle manifestazioni che la città di Ferrara dedica a Lucrezia Borgia (produzione Santacristina Centro Teatrale, ovvero Roberta Carlotto, Luca Ronconi, Mariangela Melato e Giovanni Arnone, al suo debutto come impresario: inboccalupo!!!).
Prima ancora che la scenografia dello spettacolo, quello di Luca Ronconi e Marco Rossi (che firma il progetto scenico) è il gesto di un artista che interviene nel paesaggio urbano e lo incide con un segno che reinventa il senso dello spazio.
Dopo di che, lo spettacolo. Per Ronconi Andreini è un autore d’elezione, già frequentato in memorabili saggi d’accademia (questo stesso testo e La Centaura) oltre che nel memorabile Le due commedie in commedia un una Biennale veneziana alla metà degli anni Ottanta, reinvenzione della macchina teatrale barocca ma anche riscoperta delle ambizioni e della levatura letterarie di quello che era ritenuto soprattutto un “comico dell’arte” (e qui bisognerebbe aprire una lunga parentesi sul lavoro che sulla Commedia dell’Arte hanno condotto negli scorsi anni studiosi come Zorzi, Cruciani, Taviani, Ferrone…).
Amor nello specchio è la storia di un processo di individuazione. La protagonista Florinda (una Mariangela Melato come sempre trascinante, e in pieno controllo dei suoi mezzi espressivi) esplora via via le possibilità della propria sessualità. All’inizio, chiusa al desiderio, rifiuta ogni contatto sessuale e affettivo. Come da titolo, s’innamora della propria immagine riflessa, entrando in una fase di esasperato narcisismo. Poi, ed è la scena più emozionante dello spettacolo, nello specchio in cui si ammira Lucrezia vede sostituirsi alla propria immagine quella di Lidia (Manuela Mandracchia): è la scoperta dell’altro, ma di un altro quasi identico a sé, dunque un rapporto ancora segnato dal narcisismo. Finalmente, in un lieto fine apparentemente normalizzatore, ecco l’amore eterosessuale – frutto di un equivoco tipicamente teatrale, perché oggetto sessuale di Florinda diventa il fratello pressoché identico di Lidia, Lelio (Valentino Villa).


Manuela Mandracchia e Mariangela Melato.

Nella lettura di Ronconi, non si tratta di ripercorrere un percorso di trasgressione. Lidia, come un bambino, semplicemente non sa dove fissare il proprio desiderio. Lo scoprirà man mano, attraverso la propria esperienza, partendo da una iniziale freddezza-frigidità. A muovere la sua ricerca, nello spettacolo di Ronconi, non sono l’affetto o il desiderio (e infatti gli spasimanti eterosessuali di Lidia cadono preda di demoni infernali), e men che meno il sentimento. Così a muovere questa macchina narrativa o sessuale sono il caso e il calcolo combinatorio. Lidia è e resta assolutamente innocente. Malgrado le apparenze (e gli eventuali giudizi degli spettatori), non sono mai in gioco il piacere o la necessità della trasgressione.
 
La mattina dopo, di corsa, uno sguardo alla mostra di Toti Scialoia, proprio al Palazzo dei Diamanti. La pittura come traccia del corpo, la tela come un sudario che raccoglie le ultime tracce della realtà. Con una forza e una delicatezza straordinarie… Un’arte postuma e necessaria.
 
Poi il godibilissimo Splendid’s che i Motus hanno ambientato al Grand Hotel di Rimini (dopo le anteprime al Plaza di Roma). Sette banditi sono asserragliati in un l’albergo di lusso, con il cadavere di un ostaggio, una “americana” che la polizia crede ancora viva. Per i Motus questo inno giovanile alla trasgressione è un balletto ironico, un gioco frivolo, un musical. Per Genet il problema è il rifiuto dell’ordine costituito, che è ingiusto, brutto e non corrisponde ai desideri e ai sentimenti di ciascuno di noi. La trasgressione è dunque un gesto di libertà, ma anche una scelta di ordine etico e estetico. E’ un gesto irrimediabile – che segna per sempre – e che può solo essere “raddoppiato” da un altro gesto irrimediabile, il tradimento. Ma c’è sempre, nell’opera di Genet, una consapevolezza della dimensione etica – di una barriera da infrangere per entrare “in quella landa di noi che chiamo Spagna”. L’estetismo è in qualche modo una conseguenza – la scoperta della bellezza del male. Nello spettacolo dei Motus la dimensione etica è semplicemente cancellata, la trasgressione appare assolutamente normale. Il tradimento operato dai Motus è, appunto, il rifiuto di ogni dimensione tragica, per proiettare questa parabola noir nella dimensione dello spettacolo – un estetismo estremo e al tempo stesso ironico.
 
La sera, al Teatro Bonci di Cesena, per il Sogno di una notte di mezza estate con la regia di Marco Martinelli.


Il Sogno secondo le Albe.

La prima scena è semplicemente geniale (e spassosissima): ripetuta tre volte, secondo i dettami di un brechtismo estremo, smonta fin dall’inizio i meccanismi del teatro e del potere – di un potere che è morte. Poi la fuga nel bosco, Ermanna che è una ironica Titania-sirena, Mandiaye che è Oberon, elfi e fate una piccola tribù di bambini neri, vitale e dolce, con la forza e la presenza del respiro.


Il Sogno secondo le Albe.

Ma quello che mi sorprende di più è l’esplicita identificazione del regno della notte – quello della libertà e della trasgressione, ma anche quello della conoscenza di se stessi – con il regno della morte. E così in questa notte ragazzina e romagnola, in questo ring contornato da un sipario di strass da balera, in questo “divertimentificio” dove riecheggia Laura Pausini, a dominare è la morte. Ma una morte accettata senza ansie – lo dicono anche Marco e Ermanna: “allegro obitorio”…


Il Sogno secondo le Albe.

Ancora, Quartett di Heiner Müller con la regia di Carlo Cerciello e Paolo Colella e Imma Villa (bravi): questa meditazione sulla trasgressione e sul male – sulla radicalità del male e della trasgressione – ambientato in un cubo scandito dai colori primari e vivaci di un Mondrian e diviso da due diagonali di plastica e plexiglass (con i 40 spettatori addossati ai 4 lati), diventa un gioco geometrico e combinatorio, un esercizio di simmetrie.

Quartett.

Ci ripenso e c’è qualcosa che mi colpisce, in questi spettacoli, e non so bene che cosa sia. O forse comincio a intuirlo, forse Perché questi quattro spettacoli – tutti raffinati, belli e riusciti, nella loro diversità, e godibili – mi sembrano accantonare (anche qui con motivazioni e percorsi e obiettivi diversissimi) il problema del male. Ruotano tutti, in un modo o nell’altro, intorno al problema della trasgressione – infrangere le regole condivise dalla società, che spesso si concentrano sui comportamenti sessuali. E tuttavia questa trasgressione non ha più conseguenze tragiche – al massimo la morte, ma vissuta semplicemente come un fatto tra mille altri. Forse perché si avverte che – all’epoca della trasgressione obbligatoria e di massa, sotto il dominio dell’individuo consumatore che ha il diritto di scegliere secondo i propri gusti e le proprie inclinazioni (purché aghi…) – non esiste più una sanzione sociale che possa regolare i comportamenti. Il potere – quello che stabilisce le regole che dettano i nostri comportamenti, anche in materia sessuale, ovvero là dove pulsa il principio vitale – è un cadavere. Ne abbiamo un pallido ricordo, ne vediamo qualche fragile e vuoto simulacro, forse può arrivarci qualche estremo colpo di coda. Ma non è più una legge sulla quale misurare le nostre azioni, con il peso del bene e del male. Dunque danza di pensieri, gioco combinatorio di corpi e di incastri (collezionismo…), ironia, e la bellezza come unico possibile ordine del mondo.
 
Ecco, in questo assoluto svuotamento del senso del tragico mi sembra di avvertire la vera, estrema tragedia. Questi spettacoli, tutti così maturi, e complessi, e ricchi, li ho vissuti come un sintomo sincero. O forse, come sempre accade, sono solo un specchio per chi ci si guarda dentro.


Ascanio Celestini.

Ci sarebbero ancora molte altre cose da dire, su Santarcangelo (solo per restare a quello che ho potuto vedere in un week end romagnolo. Le ambizioni non soddisfatte di Dammi almeno un raggio di sole, il pastiche felliniano con la regia di Davide Iodice e Roysten Abel, che sconta la sua origine didattica e le sue velleità di “fare compagnia”; Dovevamo scegliere (e siamo stati scelti) (ma del video legato allo spettacolo, Il corpo, “ateatro” aveva già parlato, così come dell’Orfeo dei Sacchi di Sabbia – dove in confronto con il mito tragico viene stemperato questa volta da una clownerie stralunata); e naturalmente Ascanio Celestini, che gira l’Italia post-moderna e passata ormai oltre la terziarizzazione dell’economia alla ricerca della memoria del lavoro, della fatica, della solidarietà, e la lega al mondo delle favole, e prova a raccontarcelo, questo passato che prova a diventare mito…

Oliviero_Ponte_di_Pino

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