Nella fortezza brechtiana

L'opera da tre soldi degli attori-detenuti del carcere di Volterra

Pubblicato il 02/08/2002 / di / ateatro n. 039 / 0 commenti /
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Anche quest’anno il Festival Volterrateatro non ha mancato di presentare il nuovo lavoro della Compagnia della Fortezza di Volterra. Dopo l’Eneide, l’Orlando Furioso, Macbeth e Amleto, gli ultimi dei tredici spettacoli, continua la loro ricerca attraverso i grandi testi con L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht. La compagnia, diretta da Armando Punzo ha presentato nel corso di questa settimana di luglio, una prima variazione sul tema che riguarda lo studio dei personaggi, delle voci e delle musiche. Sarà in occasione del loro quindicesimo compleanno, nell’estate 2003, che presenteranno il lavoro finito ispirato al testo di Brecht. L’opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper, è il titolo originale, 1928) è a sua volta un rifacimento dell’originale inglese L’opera del mendicante (Beggar’s Opera, 1728) dell’inglese J. Gay, testo preso in esame dalla Compagnia della Fortezza a fianco di quello di Brecht. Sulla base degli spartiti originali delle songs musicate da Kurt Weill, Laura Cleri, assistente di produzione alla regia, ha potuto ricostruire dei nuovi arrangiamenti per gli attori-detenuti che hanno arricchito i versi di Brecht con pezzi di propria creazione. Questa prima variazione si svolge nel cortile del carcere di Volterra, per una prima fase e dentro al carcere stesso in un secondo momento. L’inizio vede in scena due attori, entrambi vestiti con eleganti marsine ma indossate al contrario. Uno dei due è Vincenzo Lo Monaco, curatore delle musiche e dei suoni dal vivo che accompagneranno questa prima parte; l’altro è un cantastorie con tanto di tamburello che ricorda i comici dell’avanspettacolo e che alterna le scene con storie e canzoni (tra queste una nuova versione della canzone del pescecane che apre il testo di Brecht). Dietro di loro una pedana e una gradinata in legno su cui siede un altro personaggio, un gangster con la pistola in pugno. Gli spettatori vengono fatti sfilare davanti a tutti gli attori disposti in fila lungo il muro del carcere e poi entrare dentro al cortile racchiuso da sbarre. Seduti per terra, allo stesso piano degli attori in prossimità della scena gli spettatori vengono accolti dalle parole del cantastorie: “Mio dolcissimo pubblico come ogni anno ci incontriamo su questa pubblica piazza….qui si sta bene, si sta al fresco, qui potete rilassarvi…”.
Dopo questa introduzione la scena si apre su un’esilarante numero di can can che come un disco incantato si ripete per quattro volte stremando sempre più le “ballerine” che pian piano perdono i loro smaglianti sorrisi. Riprende la parola il cantastorie con la canzone del pescecane che noi vediamo tatuato sotto il bavero della sua marsina, e con la canzone che chiude il secondo atto de L’opera da tre soldi: “Signori, voi che pensate di insegnarci….voi che fate i vostri porci comodi e poi parlate di onestà….ditemi di che cosa vive l’uomo? L’uomo vive solo di empietà”.
Una nuova scena formata da quinte rosse, di chiaro richiamo espressionista crea lo spazio per il matrimonio di Polly e il bandito Macheath. La scena, priva di dialoghi, è animata da una canzone e dal viavai di personaggi che entrano e si uniscono a una lunga fila di invitati tra i quali dei musicisti da orchestra per matrimoni e funerali come nei film di Kusturica. Si susseguono così altri “numeri”: del mendicante gobbo e muto, con in testa una calza da rapinatore, che avanza verso il pubblico con la mano tesa mentre Lo Monaco da espressione al suo pensiero: “Devo riprovarci, la mia vita non può finire così…mi metto le ali e volo via”; un’esibizione a metà tra il tango e il balletto televisivo etc.
Tutta la logica scenografica si ispira all’Espressionismo e in particolare al tardo espressionismo del pittore George Grosz appartenente alla corrente della “nuova oggettività” tesa a dare un’immagine della società tedesca del dopoguerra atrocemente vera. Grosz è un artista esplicitamente politico, disegnatore e caricaturista, rifugiatosi durante la persecuzione nazista negli Stati Uniti, da dove lancia, attraverso la sua opera, denuncie alla classe dirigente, militare e capitalista. Dietro la maschera della rispettabilità borghese il pittore svela la cupa libidine della violenza legata all’esercizio del potere. I personaggi teatrali dello spettacolo riecheggiano le sue caricature e anche nei loro volti domina il rosso come elemento costitutivo dell’intera ambientazione. Il rosso è il colore della passione in senso lato, estensibile alla passione amorosa, sessuale ma anche alla violenza e al sangue.
Quest’atmosfera si fa particolarmente intensa nella seconda parte della rappresentazione all’interno del carcere. Richiamati da una delle “ragazze coniglietto”, gli spettatori entrano attraverso tende rosse nei corridoi e nelle stanze del carcere trasformato per l’occasione in un bordello. Tutte le pareti sono ricoperte da cartoni che creano però nuovi spazi, stanze, piccoli anfratti nei quali l’ortogonalità, nella logica delle scenografie, è messa al bando. Qui ritroviamo personaggi pronti a raccontare o cantare qualcosa. L’impressione è quella di entrare in un vero quartiere a luci rosse dove sta di casa la prostituzione e la bisca clandestina; alcuni degli attori sono seduti ai tavoli per giocare e scommettere, naturalmente soldi falsi. Il pubblico, un po’ disorientato deve muoversi alla ricerca degli spazi e dei loro provvisori abitanti. Una parata finale di tutti i personaggi nel corridoio principale, ci riconduce fuori dal mondo sotterraneo del carcere-bordello. L’unico rammarico è il mancato applauso, per motivi di dispersione del pubblico, peraltro meritatissimo, alla fine dell’opera.

Elisabetta_Cosci

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