Il circo della vita

Quattro foto con una nota di Anna Maria Monteverdi

Pubblicato il 22/09/2002 / di / ateatro n. 042 / 0 commenti /
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Iacopo Benassi è nato nel 1970 in quel (quasi) deserto culturale che è La Spezia, dove tra le arti solo la fotografia ha attecchito grazie alla presenza di un grande maestro dell’immagine come Sergio Fregoso. Specializzato in ritratti, ha partecipato ad alcune personali e collettive a Firenze, Milano, Pisa, La Spezia (“Luoghi comuni” a cura di Viviana Gravano, “Senza titolo”, Il gabbiano) e Amsterdam.
Fondatore del Portait Café, esibisce un enorme tatuaggio raffigurante Frida Kalho sul braccio. Per Iacopo Benassi la fotografia ha la qualità immediata dell’istante. L’implacabile flash usato per i ritratti in primo piano, in bianco e nero o con colori accesissimi, coglie degli uomini quell’attimo in cui è raccontata tutta la loro vita, eliminato il superfluo. Le sue foto sono un omaggio manifesto alla fotografa americana Diane Arbus e alla sua maniera di trattare i soggetti al margine, in quel vero-più-del-vero bianco e nero con cui la Arbus disdegnava soggetti da copertina “Vogue”, dichiarando: “Mi attira pochissimo fotografare persone note o anche soggetti noti. Mi affascinano quando li ho appena sentiti nominare”.
Come nelle fotografie della Arbus, i protagonisti delle foto di Benassi guardano in macchina, dimostrando oltre che uno svelamento dell’artificio, un’affezione che lega fotografo e soggetto, una vera familiarità e dimestichezza coi loro volti, luoghi, coi loro gesti. L’artista dichiara apertamente il proprio punto di vista. L’osservatore è dentro l’ambiente che fa da sfondo, ne ha fatto quasi esperienza di vita. Di qui la principale differenza con i ritratti della Arbus: laddove lo sguardo di Benassi, sorgivo, immediato, naïf è concentrico, la visione di Diane Arbus è eccentrica, separata: “Nel fotografare uno spaventoso sottomondo”, scriveva Susan Sontag, “non era sua intenzione di entrare nell’orrore vissuto dagli abitanti di questi mondi. Essi dovevano rimanere esotici, quindi pazzeschi”. Questa condivisione del centro permette di cancellare definitivamente ogni dubbio se la fotografia di Benassi rientri all’interno di un genere socio-documentativo alla Robert Frank: non c’è alcuna marginalità, né diversità da testimoniare o raccontare. Non c’è denuncia né rivendicazione. E’ raffigurato un mondo così com’è, senza forzature né pose costruite artificialmente; un mondo di gente non comune o più che comune che vive con le proprie regole al di là delle convenzioni sociali, delle comuni “professioni” e che non nasconde all’occhio del fotografo i propri sentimenti più autentici. La questione posta in campo dal fotografo non è soltanto ricordarne la dignità sociale e morale ma rivestire di una vera aura tutto un intero mondo che vive di arte (l’arte circense), ma anche di sesso, di lavoro nero, di stipendio fisso, di pensione minima e i luoghi di ritrovo che fanno da cornice alle loro storie vissute: il bar di periferia con il bigliardino, la balera, il locale per gay, il circolo Arci, la casa del popolo. Il trans immortalato da Benassi come la divina Callas, esattamente come Moira Orfei con unghie posticce nere e pelliccia di leopardo (simbolo di un circo che va scomparendo, ben lontano dalla spettacolarità e perfezione formale del Cirque du Soleil o dall’allegria del Cirque sans animaux tristes di Jerôme Savary) sono stati scelti per l’occasionalità/eccezionalità dell’evento: il travestimento non è maschera temporanea che annulla l’identità individuale ma diventa scelta comportamentale e stile personale e l’occasione per mostrarlo non è la festa ma la vita. Benassi non fotografa il travestito, o la celeberrima diva del circo, ma la felicità dell’eccesso, del trucco, del finto, insomma ritrae quel mondo che non ci appartiene ma soltanto perché la nostra quotidianità non è né colorata, né tantomeno festosa. (amm)

 

Moira Orfei e il circo russo, foto di Iacopo Benassi.

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