Carmelo dopo Carmelo

Un convegno e una mostra dedicati a Carmelo Bene

Pubblicato il 29/10/2002 / di / ateatro n. 046 / 0 commenti /
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A Torino, il progetto in tre puntate dedicato al grande artista pugliese: La vita e le opere di Carmelo Bene si è concluso con una mostra (a Palazzo Bricherasio dal 24 ottobre al 10 novembre) e il convegno Le arti del Novecento e Carmelo Bene (presso la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, dal 24 al 26 ottobre), dopo aver presentato in febbraio e marzo 2002 una completa rassegna cinematografica, video e sonora. L’intera iniziativa è stata organizzata dall’Associazione torinese ORSA (Organizzazione per la Ricerca in Scienze e Arti), animata da Edoardo Fadini, storico avventuriero del teatro sperimentale italiano e amico di lungo corso di Carmelo Bene, con la collaborazione dell’Università di Torino, del Centre National de Dramaturgie di Parigi, del Centro Studi del Tetro Stabile di Torino, dell’ASAC della Biennale di Venezia, e soprattutto della neonata Fondazione L’Immemoriale di Carmelo Bene di Otranto.
Quest’ultima Fondazione è l’ultimo atto che Bene ha consegnato ai posteri, scrivendone lo statuto sul suo testamento e nominando segretaria la sua ultima convivente Luisa Viglietti e presidente Piergiorgio Giacché, nonché come membri permanenti i rappresentanti del Comune di Otranto e della Provincia, donando inoltre il suo prestigioso palazzo barocco di Otranto e tutto il suo patrimonio, artistico e non. Su questa eredità si annuncia però una battaglia legale tra i famigliari di Bene (moglie, figlia e sorella) e la Fondazione, che attualmente sta ultimando l’inventario del lascito. Un’eredità materiale perciò assai spinosa che sembra alimentare anche postmortem lo spirito polemico che ha sempre accompagnato C.B. e in qualche modo fa il paio con la controversa e complessa eredità artistica da lui lasciata. Proprio per discutere di quest’ultima eredità, sono stati chiamati a intervenire molti collaboratori artistici, critici e studiosi di Bene, con l’idea originale, anche se di ardua regia, di intrecciare le testimonianze dirette dei suoi compagni d’arte e di vita con approfondimenti teorici sui diversi e molteplici aspetti dell’opera di C.B.. Principale voce narrante del convegno è stata Lydia Mancinelli, l’attrice che ha condiviso un ventennio di vita e teatro con Carmelo, i suoi gustosi aneddoti “dietro le quinte” si sono mescolati a quelli di altri attori: Cosimo Cinieri, che ha rivendicato l’importanza della sua affinità “etnica” con C.B., Luigi Mezzanotte e Silvia Pasello che hanno affettuosamente e malinconicamente ricordato il loro debutto d’attori sotto l’impronta di un Maestro che non voleva esserlo. Con tono più ironico sono invece intervenuti il pittore di scene Tonino Caputo, altro complice “etnico” degli esordi e Salvatore Vendittelli, il primo scenografo di Carmelo, dal 1961 al 1971, il quale ha raccontato la genesi delle scenografie dei primi spettacoli. In particolare l’originalissima antologia teatrale di poeti minori italiani Gregorio: cabaret dell’800 del 1961, il cui finale con gli attori ammutoliti da un tampone tanto era piaciuto al Living che se n’era ispirato per la scena di un suo spettacolo. Vendittelli ha raccontato una collaborazione molto intensa fino alla rottura durante il progetto della Salomé cinematografica (poi realizzato da Gino Marotta), dalle sue parole è emersa la straordinaria capacità di Bene di intuire e stimolare le potenzialità creative dei suoi collaboratori e l’altrettanto irriducibile vizio di appropriarsene quale artefice unico e supremo. Mauro Contini, il montatore di fiducia di C.B., ha descritto le intuizioni, la sensibilità e il rigore con cui Bene affrontava l’uso e la sperimentazione degli aspetti tecnici, condizione per lui necessaria all’esplorazione espressiva. Se il drammaturgo Franco Cuomo ha ricordato la nascita, nutrita da infiniti cocktail, della riscrittura del Faust (Faust o Margherita, 1966) assai poco compreso dalla critica e censurato dai burocrati, eppure già molto significativo della vena grottesca dell’autore Bene, Luporini si è soffermato con la sua penetrante puntualità sulla collaborazione musicale con quella insostituibile voce polifonica che ha resuscitato i grandi poeti russi e italici. Sylvano Bussotti, un po’ a disagio in questo contesto celebrativo del genio di C.B., ha invece voluto ricordare il grande assente dal punto di vista di un altro genio, cioè lui, come ha tenuto più volte a precisare. Raccontando la prima apparizione al suo cospetto di un Carmelo performer giovane e seminudo, e poi di un costante scambio epistolare e artistico all’insegna di un rispecchiamento reciproco tra geni. In questo scambio, tra gli altri aneddoti, veniamo edotti anche di una reiterata e vana insistenza di C.B. affinché Bussotti si facesse tramite di un suo incontro con Beckett, misantropo proverbiale. Nicolini, ideatore dell’allegra eppur lucida stagione effimera dell’effimero, ha invece ricordato la sua complicità con la “leggerezza” provocatoria del Bene, primattore di attentati alla mummificazione istituzionale dell’arte e della cultura italiane.
Sull’altro versante, quello dei critici e degli studiosi, costretti a una parte meno conviviale e divertente, ma caricati della responsabilità di cominciare a tirare le fila del complesso arazzo artistico beniano, ci sono state alcune importanti defezioni rispetto all’affollatissimo programma d’interventi del convegno, ma anche numerosi contributi di rilievo. Tra i primi, quello di Franco Quadri, che ha riconosciuto, analizzato e valorizzato fin dagli esordi il lavoro di C.B., collocandolo precocemente sul versante storico-critico, senza le incertezze o le ostilità di molti suoi colleghi, come uno dei principali protagonisti dell’avanguardia teatrale italiana. Sergio Colomba ha concentrato la sua attenzione sul rovesciamento operato da Bene nel rapporto tra artista e critico, dove la tradizionale sudditanza del primo si trasforma in una feroce ma anche stimolante negazione dei contenuti e della stessa funzione (politica, culturale e di mercato) della critica. Giorgio Sebastiano Brizio, critico teatrale e d’arte, ha privilegiato la vena barocca dell’opera di Carmelo, come esempio di una dialettica forse insolubile tra istinto naturale e artificio creativo. Una testimonianza particolare sul primissimo Carmelo Bene, quello che appena ventiduenne esordiva con il Caligola di Camus (1959), è venuta dal critico d’arte Paolo Levi che ha ricordato l’amicizia che in quegli anni lo aveva legato a Bene e al regista Alberto Ruggiero, dimenticato regista del primo Caligola con Carmelo.
Mentre Sergio Fava, curatore dell’opera poetica di Carmelo, sì è soffermato in una dotta esegesi del suo lato autorale forse meno noto, Claudio Meldolesi ha approfondito il carattere peculiare dell’arte dell’attore Bene e del suo superamento aldilà della rappresentazione, Antonio Attisani ha rilevato come l’opera di Bene non sia da considerare uno straordinario fenomeno chiuso su se stesso, ma abbia segnato un punto di non ritorno, una netta linea di demarcazione dell’avanguardia teatrale. Lorenzo Mango ha invece attentamente approfondito uno degli aspetti più trascurati dalla critica italiana, cioè il lavoro di smontaggio e riscrittura della macchina drammaturgica. Italo Moscati ha invece polemicamente proposto di spogliare l’opera di Bene di tutti i filosofismi di cui lui stesso aveva amato rivestirla e corazzarla, soprattutto nell’ultimo ventennio, per la vanità di mettere un sigillo di garanzia intellettuale alla sua opera, già postuma in vita. In questo modo Moscati, sottolinea giustamente come il primo periodo “ruspante” di Bene abbia avuto una straordinaria vitalità creativa tutta interna al teatro, dove il nucleo della sua identità poetica si era già formato prima delle successive “sovrapposizioni” teoriche, ma condannando il fumo filosofico che lo avrebbe poi circondato fa di tutta l’erba un fascio. E’ infatti innegabile che l’incontro, l’amicizia e il confronto con dei giganti del pensiero come Lacan, Foucault, Deleuze e Klossowski, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, sia stato veicolo di un affinamento e di una fondazione teorica, per lo meno estetica, tutt’altro che irrilevante, sia pure rispetto a un processo artistico già maturo. Maggiori riserve possono piuttosto riferirsi alla stagione ultima, in cui Bene edificava il suo monumento all’assenza con l’ausilio di una trincea teorica piuttosto estenuata ed estenuante. Ancora più controtendenza è stato l’intervento di Ruggero Bianchi, che nel nome di una passione delusa per il primo Bene, ha invitato a non celebrare acriticamente il suo genio, ma anzi a metterlo sotto processo critico per distinguere le qualità realmente innovative della sua opera dai molti errori e contraddizioni che le avrebbero inquinate, contestando soprattutto la sua idea, di matrice romantica e decadente, dell’artista chiuso ermeticamente nella sua torre d’avorio e isolato dalle nefandezze del mondo. L’unica presenza internazionale del convegno (Jean Paul Manganaro, curatore della prossima edizione francese delle opere di Bene, ha inviato una relazione sul “Corpo devastato di C.B.”) è stata quella di Camille Dumoulié, docente dell’università di Nanterre e una delle ultime acquisizioni della squadra filosofica di Carmelo (quella da lui riunita alla Biennale di Venezia). Con la sua relazione “C.B. e lo splendore del vuoto” ha limpidamente precisato, con impliciti riferimenti ai principi filosofici orientali già cari a John Cage, come doveva intendersi la vocazione ultima di Carmelo allo svuotamento della scena e alla cancellazione dello spettacolo. Infine, alcuni interventi hanno riportato l’attenzione su una parte meno nota e studiata dell’opera di Bene, ma altrettanto importante e per certi versi anche più innovativa del lavoro teatrale: le regie radiofoniche (spesso poi riutilizzate parzialmente o integralmente come colonne sonore degli spettacoli teatrali) e televisive. Sulle prime, ha offerto la sua testimonianza Alessandro D’Amico, oggi Presidente dell’Istituto degli Studi Pirandelliani e all’epoca referente di C.B. in Rai, raccontando la rivoluzione tecnica, stilistica e anche comportamentale portata negli studi Rai, trasformati da Bene in accampamenti e banchetti, laboratori di inedite e fecondissime alchimie vocali e sonore. Roberta Carlotto, che è stata la lungimirante e coraggiosa traghettatrice produttiva dei protagonisti dell’avanguardia teatrale italiana (Quartucci, Ronconi, Bene) nella rai riformata degli anni Settanta, ha descritto in particolare la problematica avventura televisiva di Bene: Majakowskij, Blok, Esenin, Pasternak, Un Amleto di meno, Riccardo III e l’incompiuto Otello. La relazione del regista Rai Sergio Ariotti si è concentrata proprio sul racconto delle vicissitudini della realizzazione dell’Otello televisivo, alle cui riprese il sottoscritto ha potuto assistere e che hanno segnato – come ho spiegato nella mia relazione – un momento fondamentale anche se ancora misconosciuto di esplorazione artistica e di rifondazione di un nuovo linguaggio televisivo. Il convegno è stato accompagnato da una mostra un po’ improvvisata di vecchie fotografie, locandine e articoli, dov’erano però visionabili alcune opere video e cinematografiche di Carmelo e i bei costumi di scena del Pinocchio. Altre proiezioni inedite o quasi hanno arricchito il convegno, tra le quali le surreali riunioni del Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia, dove un Bene più che mai attore-imbonitore arringava gli attoniti membri con la giustificazione filosofica del suo azzeramento della Biennale Teatro stessa, ultima occasione volutamente mancata da Bene per creare un evento autentico nella desertificazione del teatro italico. A conclusione di questo convegno, anarchico ma comunque foriero di notizie e spunti di riflessione (si prevede in proposito una pubblicazione degli atti) sono state presentate o proposte alcune iniziative degne di nota. Gioia Costa ha illustrato il progetto in corso da parte della rivista e sito Romaeuropa News di raccogliere organicamente le testimonianze dei compagni d’arte e di pensiero di C.B. per arrivare a una prima pubblicazione di riflessione, bilancio e rilancio della sua opera. Edoardo Fadini ha segnalato l’intenzione della sua Associazione di proseguire nella raccolta di materiali documentari in collaborazione con il Dams dell’Università di Torino, che vuole dedicare un progetto di studio di lungo respiro all’opera di C.B., e in collaborazione con la Fondazione L’Immemoriale di C.B., di cui Giacché ha illustrato l’ipotesi di alcune prossime iniziative: l’organizzazione di un concerto di musica barocca in occasione del primo anniversario della morte di C.B., l’organizzazione di alcuni seminari con i tecnici che hanno collaborato con lui e che sono quindi depositari concreti delle sue sperimentazioni tecnico-creative, il restauro e la digitalizzazione di tutte le opere e documenti audio, cinematografici e video, la riedizione di opere ormai introvabili e l’esportazione internazionale dell’intero lavoro di Bene. Progetti questi che speriamo possano essere effettivamente realizzati, incontrando l’adeguato sostegno di sponsor pubblici e privati. Dai presenti al convegno è venuto anche un accorato appello in favore di un altro grande protagonista dell’avanguardia teatrale italiana, amico e compagno di strada di C.B., Leo De Berardinis, la cui vita è sospesa a un filo ormai da molti mesi. Considerando le spese sempre più insostenibili di assistenza sanitaria e dei tentativi di cura, i presenti hanno richiesto a tutte le compagnie teatrali italiane, per la stagione in corso, di dedicare a Leo l’incasso di una serata di spettacolo. Un contributo generoso e anche doveroso di solidarietà a una figura ormai storica del teatro italiano. (ma sull’iniziativa a favore di Leo e sui suoi sviluppi, vedi il forum Fare un teatro di guerra).

Andrea_Balzola

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