Colui che mi fa giocare

Pentole, padelle, colabrodo, mestoli, telefoni, fiocchi, frange, pulsanti e quant’altro: le mie marionette per Massimo Schuster

Pubblicato il 14/11/2002 / di / ateatro n. 045 / 0 commenti /
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Nel 1983 il flusso delle cose e i ghirigori ininterrotti dell’’immaginario mi spinsero verso nuove frontiere.
Dopo sporadiche esperienze teatrali alla Piccola Scala di Milano, con l’’operina Il Passaggio di Berio-Sanguineti nel 1963 e le scene e i costumi per Re Nicolò di Wedekind al Teatro di Genova nel 1981, ecco, appunto a partire dal 1983, il ripetuto incontro con teatranti d’’animazione, di pupi e marionette.
 

Ubu Roi. Foto di Angelo Baj.

Dapprima arrivò M(assimo) J. Monaco a propormi un Pinocchio che fu sveltamente realizzato con l’’aiuto di Andrea Rauch. Poi, sul finire di quell’anno, appare il Schuster, alle cui rocambolesche avventure di spettacolo della società (Debord docet) sono ormai legato da quasi vent’anni, sollecitatovi anche dalla mia compagna Roberta. Sicché, se anche preso da digressioni e sviamenti vari dell’arte del dipingere e dello scrivere, e, lì per lì, privo di particolari pulsioni marionettistiche, vi è pur sempre colei che ha cura dell’archivio e delle misurazioni che mi rimette in riga, richiamandomi a un nuovo spettacolo da inventare.
Passano gli anni e cambiano gli uomini, mutano le politiche e aumenta la marea di decreti, leggi e regolamenti e soprattutto aumentano per ogni dove i cartelli di divieti; ormai è quasi tutto vietato, tranne che inquinare. Si vieta il fumo delle sigarette per aumentare quello delle automobili e il nostro Impero del Sole Cadente arriva al punto di opporsi a qualsiasi trattato limitativo.
Intanto Massimo Schuster è sempre lì, sulla linea dell’orizzonte.
 

Ubu Roi. Foto di Angelo Baj.

Cominciò appunto alla fine del 1983 quando venne a trovarmi a Vergiate e mi propose un Ubu, personaggio per il quale è ben nota (anche a me) la mia propensione. Potevo mai dire di no, anche se l’idea propostami, che era di fare dei fondali di tele a macchie nere per dei pupi tutti bianchi che figurassero quali attori della commedia di Jarry non mi sconfiferava più di tanto? Sicché feci quei teli pieni di colature di vernice nera, ma dicevo a Massimo: “Lascia stare i tuoi pupi siciliani; per l’Ubu, essendo anch’io dottore in Patafisica, bisogna che li faccia io i personaggi, ovvero le marionette”.
Quanto mai! Quella mia istigazione mi legò definitivamente al summenzionato ex-puparo Schuster. E subito nel 1984 si progettò e si realizzò un Ubu fatto di pezzi di Meccano, l’antico e glorioso gioco, e comprendente una settantina di marionette e alcuni elementi scenici.
Il Massimo con quegli oggetti macchinaci si inventò un Ubu che era la fine del mondo e che del mondo fece il girotondo, presentato un po’ dappertutto.
 

La tragédie de Richard III. Foto di Brigitte Pougeoise.

Non poteva finire lì, e di fatto si continua ancor oggi, di spettacolo in spettacolo.
Nel 1984 vi fu una svolta. Dal tono grottesco, volgare, rabelaisiano e donchisciottesco di Ubu passammo improvvisamente alla classicità di Omero. Massimo voleva mettere in scena l’Iliade e lo fece con una trentina di marionette di legno e oggetti fatte da me e da mio figlio Andrea.
Queste marionette dovevano anticipare tutta una mia lunga stagione, quale si verificò dal 1993 in poi con le Maschere tribali, i Totem, le Impressioni d’Africa care a Raymond Roussel, a Rousseau il Doganiere e al Bal Nègre di Picabia.
Iliade fu uno spettacolo bellissimo, per un audience colta e raffinata, quindi limitata. Ai bambini non piacque granché.
 

Un chapeau de paille d’Italie. Foto di Brigitte Pougeoise.

Nel 1989, per celebrare il bicentenario della rivoluzione francese, mettemmo in scena Le bleu-blanc-rouge et le noir su testo di Anthony Burgess e musica di Lorenzo Ferrero. Feci, sempre in collaborazione con Andrea, delle marionette fatte di oggetti, fili di ferro, cordoni, colori e gambe a molla. Quelle dotate di molle facevano dei balzi incredibili che esaltavano ulteriormente tutta quella movimentazione e quella instancabile vivacità che vengono profuse a piene mani da Massimo Schuster.
Il quale poi fu preso dalla guerra in Jugoslavia, a Sarajevo; e poi, ulteriormente venne attratto anche dall’Africa. Sicché girovagò, recitò, se la vide brutta tra bombe e fucilate, portando quasi il suo teatro in trincea. Io me ne stavo calmo in campagna, tutto assorto nel mio futurismo statico. Ahimè! La pittura è immobile e per fortuna, anche silenziosa. In tutto il periodo che seguì a Le blanc-bleu-rouge et le noir e che precedette la sua ultima creazione, cioè Roncisvalle!, in tutto quel periodo di oltre dieci anni io feci per lui, a sua richiesta, solo qualche disegno per un Ubu di carta, che fu rappresentato, credo, a Sarajevo e in altre sue peregrinazioni in terre straniere. Certo, l’Ubu di carta pesava e ingombrava poco: e così, senza mezzi, senza niente, potevi improvvisare un teatrino.
 

Roncevaux! Foto di Brigitte Pougeoise.

Ma le ragioni di quel peregrinare vanno anche ricercate, oltre che in motivazioni politiche e libertarie, nel fatto che il predetto Massimo cominciò a tradirmi con altro pittore, tal Hervé Di Rosa, che peraltro proprio io gli avevo consigliato per la messa in scena di Un cappello di paglia di Firenze, commedia buffa di Labiche.
Detto fatto, dopo Sarajevo, il predetto Di Rosa lo associò alle sue tremende avventure sul continente nero, dove scorrazzano armigeri, bande e armi di ogni tipo, da Addis Abeba a Cape Town.
A Addis Abeba, di cui tanto mi aveva riempito la testa durante la mia giovinezza il Duce fondatore dell’Impero, proprio là, il Schuster Massimo si trovò circondato da bande di trafficanti di banane, al soldo dei più turpi negrieri internazionali, tra spari, bombe fumogene e altro, ma restò, per un miracolo senza dubbio attribuibile alla Vergine Nera del santuario d’Oropa, sopra Biella (Piemonte), miracolosamente illeso e come protetto da una campana di vetro.
Abbandonata l’Africa, dopo una mostra che facemmo assieme e con noi Marcel Duchamp, alla Università di Johannesburg, nell’agosto 1997, il mio amico capocomico di marionette, evitata giusto in tempo Timisoara, percorse la Bulgaria e qui, per la pulsione tutta guittesca che spinge a rifiutare gli altri personaggi all’infuori del proprio Io, si mise a recitare monologhi nel paese delle rose.
 

Roncevaux! Foto di Brigitte Pougeoise.

Ma già il sentimento, la nostalgia di antichi fasti, il senso della storia leggendaria dei Paladini di Francia, diventati poi grazie a Alfred Jarry Palotini di Ubu, e il ricordo dell’amato teatro siciliano, lo sospinsero nuovamente a Vergiate, da dove s’era partiti assieme nel 1983 con un primo Ubu, si è detto, fatto alla maniera dei pupi.
Quale figliuol prodigo, approdò nuovamente nel mio studio nell’estate dell’anno 2000 e qui fu un frenetico lavorare per una decina di giorni, coadiuvati da Pierre, impareggiabile assistente del Nostro, a fabbricare eroi e traditori della battaglia di Roncisvalle, battaglia ingaggiata dal perfido Gano di Magonza e da Marsilio re dei Saraceni contro un drappello dell’esercito di Carlo Magno comandato da Orlando, conte della Marca di Bretagna, che invano il Vescovo Turpino cercherà di salvare.
Mentre Angelica è là, presso la fonte dell’amore e si appresta, visto quel casino crescente, a tornarsene da suo padre, il re del Katai, accompagnata dal fido Medoro, la battaglia infuria con un Schuster che si fa in quattro, in otto e poi in ventiquattro per muovere quasi contemporaneamente tutti quei guerrieri da me fatti con cassette di legno per vini e liquori, con pentole, padelle, colabrodo, mestoli, telefoni, fiocchi, frange, pulsanti e quant’altro. Tutto va a pezzi e mi piange un po’ il cuore alla vista di quel desolato campo di battaglia sul quale la foga e il trasporto lirico di Massimo hanno disintegrato ogni cosa: storia, pezzi di legno, forchettoni e pentolame.
Dopo lo spettacolo di morte e resurrezione lui è là, l’’attore, a dominare gli eventi. Pierre ricostruirà le marionette, io cercherò pezzi di ricambio.

Agosto 2001

Enrico_Baj

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