L’editoriale

Il ritorno della cartapesta

Pubblicato il 14/11/2002 / di / ateatro n. 045 / 0 commenti /
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Da diversi mesi avevamo in cantiere questo “ateatro speciale teatro di figura“. Soprattutto da quando abbiamo letto il numero speciale che “TDR” ha dedicato a Puppets, Masks and Performing Objects (il numero, curato da John Bell, ha avuto grande successo: è andato rapidamente esaurito e ora viene venduto come volume monografico).

Tanto per cominciare, Bell fa una riflessione semplice semplice, ma di quelle che mettono in moto il pensiero e (forse) le azioni. Racconta che all’università uno degli studenti del suo laboratorio sui burattini gli ha chiesto: “Ma che senso ha lavorare con una forma così obsoleta?”. E Bell, paziente, a raccontargli della ripresa di interesse per marionette, pupazzi e burattini in tv e al cinema, in pubblicità e nel teatro d’avanguardia…
A giudicare obsoleta questa forma d’arte non sono solo gli studenti: ai tempi dell’ormai celebre WTO di Seattle, sul “New York Times” l’’economista Thomas Friedman ironizzava su forme di protesta antiquate (nell’era di internet!!!) come le marce di protesta con pupazzi e burattini, che gli ricordavano tanto gli anni Sessanta. Invece Seattle è stato solo l’’inizio, e le polizie di mezzo mondo hanno iniziato a infiltrare i loro agenti nei laboratori di pupazzi e teatro da strada dei diversi forum… Anzi, il 1° agosto 2000 a Filadelfia ne hanno arrestato in blocco uno, di laboratorio (quello diretto da John Norris e dai suoi Insurrection Landscapers, i “paesaggisti dell’insurrezione”), i 300 pupazzi e i burattini e gli striscioni triturati perché evidentemente venivano ritenuti una minaccia all’ordine costituito.

Le provocazioni di Bell e soci non finiscono qui.
Per spiegare la rinascita dell’’interesse per il genere, Stephen Kaplin risale agli anni Sessanta e indica due “capostipiti”: il Bread & Puppet di Peter Schumann (ovviamente, almeno per noi “avanguardisti”) e i Muppets di Jim Henson. “Pur avendo prodotto enormi quantità di materiale di grande originalità e caratterizzato da uno stile e contenuti delineati con precisione,” scrive Kaplin, “sono entrambi rimasti fedeli alle radici populiste ed egualitarie del teatro di burattini”. Nel volume si dedica anche ampio spazio a Julie Taymor (massimo rispetto! è la regista del Titus cinematografico), creatrice della versione teatrale del Re Leone della Walt Disney.

Insomma, da un lato l’’attivismo politico, dall’’altro la cultura mainstream e le multinazionali dell’’intrattenimento, da un lato il Re Leone made in Broadway e le creature virtuali che popolano di effetti speciali spot pubblicitarie blockbuster hollywoodiani, dall’’altro tradizioni antichissime, che hanno dato vita per secoli alla cultura popolare…

Insomma, suggerisce Bell, è forse giunto il momento di rilanciare anche la riflessione teorica sull’’argomento. E nello speciale “TDR” gli spunti non mancano. Ne elenchiamo alcuni, un po’’ alla rinfusa.

Una prima annotazione, di carattere storico, riguarda l’’interesse della avanguardie storiche (Marinetti, Kandinskij, Léger, Breton, Schlemmer) per gli “oggetti di scena”. Bell indica per tre ordini di motivi d’’attenzione:
a. perché offrono una connessione tra le performance europee e i rituali non europei;
b. perché appartengono a forme di cultura popolare tradizionale, da far interagire con la sperimentazione contemporanea;
c. perché possono essere inseriti nella “poetica della macchina” cara alle avanguardie.

Kaplin s’incarica invece di fornire un nuovo modello per il teatro di burattini. Per farlo – e questo è lo snodo più interessante – non parte dalla natura del burattino come oggetto espressivo (come ha fatto per esempio Gordon Craig nel 1918), dalla sua forma o dai materiali con cui è costruito, quanto piuttosto dal rapporto tra il perfomer e l’’oggetto.
In questa prospettiva, i fattori cruciali diventano due: in primo luogo la distanza, ovvero il grado di separazione e contatto tra il performer e l’’oggetto (per l’attore che interpreta in personaggio il contatto è ovviamente totale, la maschera introduce un “grado di separazione”, e si può arrivare fino al controllo a distanza di una figura reale o virtuale gestita via computer); in secondo luogo il rapporto tra il numero di oggetti e i performer che li “agiscono” (1 : 1 indica un performer che anima un oggetto; Molti : 1 indica più perfomer che animano un unico oggetto, come il gigantesco pupazzo della Madre Terra del Bread & Puppet; 1 : Molti indica ovviamente più oggetti animati da un unico performer).

Poi qualche frase rubata all’’intervista di Richard Schechner a Julie Taymor:

“Beh, che cos’è l’’animazione? E’ che puoi davvero mettere la vita in oggetti inanimati. E’ la magia dei burattini. Sai che è morto e dunque gli dai un’’anima, la vita”.

E ancora:

“Obbligare una persona a entrare in una forma esterna concreta, l’’aiuta a uscire da sé stessa”.

Infine:

“(In molte forme tradizionali), il burattinaio è nascosto. Ma proviamo a liberarci dalla maschera. Perché quando ti sei liberato dalla maschera, anche se i meccanismi diventano visibili, l’’effetto complessivo è ancora più magico. E’ qui che il teatro è più potente del cinema e della televisione. E’’ qui che scatta la magia. Non è perché è un’’illusione e non sappiamo come funziona. E’’ perché sappiamo esattamente com’è fatto.”

(Il commento di Schechner: “Una doppia magia: vedi il burattino e il burattinaio. In quell’’universo, Dio è visibile.”)

Inoltre parla anche Peter Schumann, che ha un grande ruolo pure in questo “ateatro45”:

“Perché i burattini insorgono? Perché soltanto i burattini possono insorgere, perché 1. il diritto all’’insurrezione, così come viene … nella Dichiarazione d’’Indipendenza, non è mai quella giusta per i politici al potere; 2. è totalmente illegale, chiedetelo alle Black Panthers morte”.

(A proposito, c’è un lungo articolo nel quale si parla delle difficoltà attraversate dal Domestic Resurrection Circus, il festival estivo organizzato nella fattoria del Vermont dove ha sede il Bread & Puppet, e della sua sospensione.)

Un’’altra serie di interrogativi riguarda il rapporto tra le marionette e i nuovi media: le creature virtuali animate in 3D dobbiamo considerarle burattini o no? (è una questione teorica abbastanza intricata, c’’è chi dice sì, c’’è chi dice no, provate a rispondere: in questo “ateatro”, in ogni caso c’è il nostro amico Bit, che non è animato dai fili ma da un dataglove…).

Non è tutto: in quel TDR Puppets, Masks ad Performing Objects si parla di automi settecenteschi e maschere peruviane, e perfino di semiologi cechi e tradizioni popolari.
In questo “ateatro speciale teatro di figura” anche noi proviamo a parlare di un sacco di cose, e molte altre se ne potrebbero aggiungere – e ne aggiungeremo nei prossimi numeri, perché l’’argomento è affascinante e inesauribile. Intanto, un grazie di cuore a tutti coloro che hanno contribuito a rendere il numero così ricco e affascinante.

Redazione_ateatro

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