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Shakespeare al cinema

Pubblicato il 21/12/2002 / di / ateatro n. 047 / 0 commenti /
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Precedenti versioni di questo testo sono state pubblicate nel CD-rom Tutto il teatro di William Shakespeare e nell’Enciclopedia del cinema a cura di Gianni Canova, entrambi pubblicati da Garzanti Libri.
Bardomovies è collegato al Bardofilm database e alla filmografia Shakespeare: dai testi al grande schermo: quasi 200 schede di film shakespeariani, ricercabili per titolo, regista, interpreti….

È praticamente impossibile compilare una filmografia completa delle pellicole in vario modo collegate a Shakespeare. In primo luogo perché sono numerosissime, a cominciare dal primo adattamento cinematografico shakespeariano giunto fino a noi (ne è stato di recente recuperato un minuto): datato 1899, è ripreso dall’allestimento di Re Giovanni a opera di sir H.B. Tree allo Her Majesty’s Theatre di Londra ed è stato probabilmente girato negli studi esterni della Biograph. In secondo luogo perché è assai difficile stabilire i confini di un genere come il «cinema shakespeariano», che comprende opere diversissime per origine, supporto e finalità.
Per orientarsi nella mole del materiale può essere utile cercare di individuare alcuni possibili «sottogeneri».

Dallo spettacolo al film
Sono innumerevoli le riprese di spettacoli teatrali, realizzate con vari gradi di libertà e finalità diverse. Si va dalle immagini girate con camera fissa a scopo documentario (per successivi riallestimenti o per motivi di studio) a filmati che si discostano in varia misura dallo spettacolo, magari realizzati in esterni (come nel caso del Re Lear, 1971, di P. Brook, filmato tra i rigori dell’inverno danese). In questi casi, lo spettacolo teatrale è una sorta di paesaggio: l’operazione del regista consiste nel trasferirlo su un medium diverso da quello d’origine. Altri filmati o video documentano le varie fasi della realizzazione di uno spettacolo teatrale di particolare importanza o interesse, magari inglobando alcuni spezzoni del risultato finale. Ma si dà anche il caso di pellicole costruite intorno a un allestimento che non è mai stato effettivamente realizzato, come accade in Riccardo III – Un uomo, un re (1996) in cui Al Pacino ha raccolto tre anni di ricerche, interviste, prove, discussioni intorno al capolavoro di Shakespeare, coinvolgendo interpreti del calibro di A. Baldwin (Clarence), W. Ryder (Lady Anna), H. Yulin (Edoardo IV), K. Spacey (Buckingham) con interventi di K. Branagh, K. Kline, P. Brook, D. Jacobi, J. Gielgud, V. Redgrave.

Libertà cinematografiche
Altre opere non hanno invece un’origine teatrale, ma sono state concepite fin dall’inizio pensando al grande schermo o al video. Sono i film e i telefilm che in pratica utilizzano i drammi di Shakespeare come sceneggiature, con i necessari adattamenti. Tanto per cominciare, in genere la durata tipica di un film (due ore, due ore e mezzo circa) impone drastici tagli al testo, mentre la messinscena completa di alcuni dei testi shakespeariani più lunghi tocca le quattro o cinque ore. Per es. nel film di L. Olivier (1944) il testo di Enrico V è ridotto di circa la metà. Non mancano però le eccezioni, come le circa quattro ore dell’Amleto integrale filmato da K. Branagh (Hamlet, 1996). Sono inoltre numerose le attualizzazioni e le libere trasposizioni. Per es., uno dei testi più frequentati, Romeo e Giulietta, è stato trasportato assai lontano da Verona. E. Lubitsch (Romeo und Juliet in Schnee, 1920) l’ha ambientato in un villaggio delle Alpi, protagonisti Gustav von Wangenheim (Romeo) e Lotte Neumann (Giulietta). A. Asquith (Giovani amanti, 1954) l’ha spostato ai tempi della guerra fredda e J. Weiss (Giulietta, Romeo e le tenebre, 1959) nella Praga occupata dai nazisti. R. Wise e J. Robbins ne hanno tratto un celebre musical, West Side Story (1961) grazie alla partitura di L. Bernstein, facendo cantare e danzare la Maria/Giulietta di N. Wood e il Tony/Romeo di R. Beymer nel West Side di New York. A. Ferrara (China Girl, 1987) situa il tragico amore tra Chinatown e Little Italy con una Giulietta cinese e un Romeo italoamericano. A. Acosta lo traspone in forma di cartone animato tra i gatti. Per M. Sarne (The Punk and the Princess, 1993) gli sfortunati amanti sono invece punk londinesi, mentre B. Luhrmann (1996) sceglie come sfondo Verona Beach, vicino a Miami, ma fa recitare gli interpreti, a cominciare da L. Di Caprio e C. Danes, nel blank verse elisabettiano. Del resto le trame di Shakespeare (spesso a loro volta riprese da altri testi, dalle cronache storiche alle novelle italiane) sopportano brillantemente le distorsioni più varie: non mancano le incursioni nel western (a cominciare da quelle di un affezionato cultore di Shakespeare come J. Ford) e nello spaghetti western (Quella sporca storia del West, 1967, di E.G. Castellari, con sceneggiatura di S. Corbucci), nell’horror (magari utilizzando B. Karloff, celeberrimo Frankenstein, come boia di Riccardo III in L’usurpatore, 1939, di R.V. Lee) o addirittura nella fantascienza (per Il pianeta proibito, 1956, di F.M. Wilcox, ispirato alla Tempesta, con Ariel e Calibano trasformati in un robot). E persino nel porno c’è un ricco filone di pastiche shakespeariani.

Il teatro nel teatro nel cinema
Riprendendo il meccanismo del teatro nel teatro così spesso utilizzato da Shakespeare, sono diversi i film costruiti intorno alla storia di una fittizia messinscena di un testo shakespeariano (o alle riprese di un film altrettanto fittizio). La gamma delle possibilità sembra infinita: Baciami, Kate! (1953) di G. Sidney ha per protagonisti una coppia di attori litigiosi e divorziati che devono portare in scena un musical ispirato a La bisbetica domata (con le musiche di C. Porter); Nel bel mezzo di un gelido inverno (1995) di K. Branagh racconta la storia di una compagnia di provincia inglese che vuole mettere in scena Amleto, con tutti i dubbi degli attori rispetto ai loro personaggi. Un piccolo filone a parte è quello dei film che hanno per protagonista un attore che deve interpretare la parte di Otello e che finisce per immedesimarsi talmente nel personaggio da soffrire della stessa gelosia: la situazione torna nelle due versioni di Carnival (con la regia di H. Knowles nel 1921 e di H. Wilcox nel 1931), dove il protagonista Silvio Steno (nelle due versioni interpretato da M. Lang) s’ingelosisce della moglie Simonetta (nel 1921 H. Bayley, dieci anni dopo D. Bouchier); viene successivamente ripresa in La segretaria (1936) di W. Reisch, protagonista M. Hopkins, e in Doppia vita (1947) di G. Cukor, il cui protagonista R. Colman, nei panni di un attore che s’immedesima nei suoi personaggi fino all’ossessione, vinse l’Oscar.

Animare Shakesepare
Un genere a parte dovrebbe comprendere i film di animazione, da G. Méliès a J. Trnka, da Braccio di Ferro (che in Shakespearian Spinach, 1940, s’innamora ovviamente di Olivia/Giulietta) a Il re leone (1994) di W. Disney. All’inizio degli anni ‘90 è stata realizzata dalla BBC (con un gruppo di animatori russi) un’intera serie di filmati di animazione (mezz’ora l’uno circa) dedicati ai capolavori di Shakespeare in versione ridotta e semplificata.

Il personaggio Shakespeare
Un altro possibile «sottogenere» potrebbe raccogliere i film dedicati a Shakespeare come personaggio storico: anche in questo caso si va da documentari realizzati con intento didattico a libere invenzioni come il fortunatissimo (ma storicamente poco attendibile) Shakespeare in Love (1998) di J. Madden. Varie pellicole sono ispirate a episodi veri o presunti della vita del drammaturgo: in The Immortale Gentleman (1935) di D. Butler s’immagina l’incontro in una taverna di Southwark tra Shakespeare e due suoi colleghi drammaturghi come Ben Jonson e Michael Drayton; The Dark Lady of the Sonnets (1955) di D. Allen, ispirandosi a una commedia di G.B. Shaw porta in scena un dialogo immaginario tra il drammaturgo e la sua protettrice, la regina Elisabetta I.
Sono numerosi i film e i telefilm che hanno per protagonisti un attore (o una compagnia) che si misurano con i vari personaggi di Shakespeare: può essere J. Barrymore che nel suo ultimo film, al tramonto della carriera, rivisita e attualizza alcuni brani shakespeariani del suo repertorio in Playmates (1941) di D. Butler; oppure la storia di una dinastia d’attori come i Booth (uno dei quali uccise il presidente Lincoln) in Il principe degli attori (1955) di P. Dunne; o ancora la biografia di un grande attore shakespeariano del passato, approdata attraverso il dramma di Dumas padre nel film Kean, genio e sregolatezza (1955) con V. Gassman come regista e interprete. In Shakespeare Wallah (1965) J. Ivory segue una compagnia angloindiana che recita Shakespeare nelle città e nei paesi dell’India, con una antologia di brani celebri. Il servo di scena (1983) di P. Yates, basato sulla commedia di R. Harwood, ruota invece intorno alla tournée di un vecchio attore che interpreta Macbeth, Otello e Re Lear.

Citazioni shakespeariane
Evidentemente gli sceneggiatori hanno grande familiarità con i testi del Bardo. Molte pellicole sono imprevedibilmente disseminate di citazioni e rimandi più o meno riconoscibili, più o meno curiosi. L’onnipresente Amleto riemerge nelle forme più diverse. In Day Dreams (1922) B. Keaton s’immagina di essere un divo che interpreta Amleto. In Gloria del mattino (1933) di L. Sherman una giovanissima K. Hepburn, nella parte di un’aspirante attrice che arriva a Broadway, si ubriaca e recita il monologo di Amleto (la parte le meriterà il primo Oscar). Lo stesso monologo lo recita anche Doc Holliday (alias V. Mature) in uno dei capolavori di J. Ford, Sfida infernale (1946): per quanto riguarda la credibilità di un cow boy che conosce a memoria interi monologhi teatrali, va tenuto presente che Shakespeare faceva parte della cultura popolare dell’Ottocento americano. Un verso fornisce il titolo originale del sesto film della serie Star Trek, The Undiscovered Country (di N. Meyer, 1991; nella traduzione italiana, Viaggio verso l’ignoto, l’allusione è andata perduta). In Last Action Hero – L’ultimo grande eroe (1993, di J. McTiernan) compare un finto trailer di un Amleto che ha lo stesso protagonista del film, Arnold Schwarzenegger. La trama di un campione d’incassi della Walt Disney come Il re leone (1994) ricalca chiaramente Amleto.

BBC Shakespeare
Nel valutare le trasposizioni cinematografiche vanno anche tenuti in considerazione la destinazione e il supporto: un film destinato a essere proiettato nelle sale cinematografiche (magari con un cast ricco di divi) è altra cosa da un documentario a uso interno di una compagnia o da una serie destinata al grande pubblico televisivo, che comprende gli adattamenti di 37 testi di Shakespeare, come quella realizzata dalla BBC e trasmessa tra il 3 dicembre 1978 e il 27 aprile 1985. Più di recente, diverse compagnie hanno realizzato brevi video (a volte veri e propri videoclip) per promuovere i loro spettacoli: si tratta di un altro sottogenere di video-teatro nel quale Shakespeare ha inevitabilmente la sua parte.

Una telegrafica storia de cinema shakespeariano
Di fronte a una tipologia così variegata, risulta altresì difficile tentare una periodizzazione.

Le origini
Agli inizi ci sono i radicali adattamenti del cinema muto, di cui restano vari frammenti (il primo è quello già citato del Re Giovanni, 1899) e diversi esempi (in particolare i filmati realizzati dalla società di produzione statunitense Vitagraph nei primi anni del secolo). Si tratta di materiale che ha spesso grande valore documentario, perché ci restituisce le uniche immagini cinematografiche di alcuni grandi attori del passato.

Gli anni ’30
Per parlare di autentici adattamenti delle opere di Shakespeare per il grande schermo è però necessario attendere l’avvento del sonoro, a cominciare da La bisbetica domata per la regia di S. Taylor nel 1929 con una coppia di superstar come M. Pickford (Caterina) e D. Fairbanks (Petruccio). Negli anni ‘30 è la volta di pellicole ambiziose, realizzate a Hollywood con grande spiegamento di mezzi. Il sogno di una notte di mezza estate (1935) di M. Reinhardt è un fiasco, malgrado sia ispirato a una serie di allestimenti di enorme successo e supportato da un cast infarcito di grandi nomi come J. Cagney (Bottom), O. de Havilland (Ermia) e M. Rooney (Puck). Romeo e Giulietta (1936) di G. Cukor approda, dopo sei anni di lavoro, a un film freddo e calligrafico con L. Howard (Romeo), N. Shearer (Giulietta), J. Barrymore (Mercuzio). Come vi piace (1936) di P. Czinner non ha sorte migliore e si ricorda soprattutto per il giovane L. Olivier nella parte di Orlando. All’epoca queste pellicole suscitano tra l’altro un acceso dibattito tra il regista teatrale H. Granville-Baker e A. Hitchcock sul possibile rapporto tra Shakespeare e il cinema.

Olivier, Welles & gli altri
È proprio L. Olivier con Enrico V (1944) e Amleto (1948) a segnare una svolta, con pellicole che non si basano sulla ricchezza dell’allestimento e dell’ambientazione, ma sulla complessità e sulla precisione del linguaggio cinematografico: dopo diverse delusioni, il successo artistico e di pubblico dimostra che Shakespeare può funzionare anche sul grande schermo. Ancora più radicali e personali, ispirate a uno stile personalissimo e sofisticato, sono le scelte di O. Welles con Macbeth (1948) e soprattutto con Otello (1952), film dall’avventurosa gestazione girato in un raffinatissimo b/n. Sulla loro scia altri grandi registi si misurano con Shakespeare ottenendo risultati di grande interesse: A. Kurosawa riesce a cogliere molto dello spirito e della forza dell’originale ambientando le trame shakespeariane in un Giappone ora contemporaneo ora storico (con Trono di sangue, 1957, e Ran, 1985) sullo sfondo delle guerre feudali del XVI secolo); il russo Kozinczev con Gamlet (1963) e Korol Lear (1970), utilizzando in entrambi i casi la traduzione di B. Pasternak e la sua esperienza teatrale, realizza due tra le più convincenti trasposizioni cinematografiche di Shakespeare. In questo ambito si possono ricordare anche F. Zeffirelli per il suo fortunato Romeo e Giulietta (1968; meno riuscito il più recente Amleto, 1990); R. Polanski per il sanguinolento e realistico Macbeth (1971) e Re Lear (1971) di P. Brook.

Shakespeare alla tv
A partire dagli anni ’50 inizia a svilupparsi la produzione televisiva: il teatro di Shakespeare vi trova presto il suo spazio, soprattutto quando la tv vuole assolvere a una funzione pedagogica. In questo caso l’obiettivo è ovviamente quello di restituire con la massima fedeltà possibile il testo originale, compatibilmente con le caratteristiche del medium; il rischio sempre presente è ovviamente quello della banalità e della museificazione. Negli anni ’50 e ’60 anche la Rai offre appuntamenti settimanali con i grandi capolavori del teatro: basti ricordare Romeo e Giulietta con G. Albertazzi e V. Silenti come protagonisti (in onda il 29 gennaio 1954) e poi con E. Cotta, D. Tedeschi ed E.M. Salerno nel ruolo di Mercuzio (6 febbraio 1959), Amleto con V. Gassman e M. Benassi (28 ottobre 1955), Macbeth con E.M. Salerno ed E. Zareschi (4 novembre 1960) e poi con G. Mauri e V. Moriconi (20 febbraio 1975), Antonio e Cleopatra con G. Santuccio, E. Zareschi e G.M. Volontè (24 febbraio 1951), poi con E.M. Salerno, V. Valeri e D. Tedeschi (12 marzo 1965) e ancora con G. Albertazzi, A. Proclemer e R.Girone (26 giugno 1979). Ma nella storia dei rapporti tra Shakespeare e la televisione lo sforzo più organico resta finora la già citata serie della BBC.

Attualità di Shakespeare
A partire dagli anni ‘70, sul versante cinematografico diversi registi rispondono alle sollecitazioni shakespeariane con grande libertà e in maniera personale e idiosincratica: ecco Un Amleto di meno di C. Bene (1973) e quello reinventato da A. Kaurismäki (1987), La tempesta secondo D. Jarman (1979) e P. Greenaway (1991), Re Lear di J.-L. Godard (1985).

Il re degli sceneggiatori
Gli anni ’90 segnano il trionfo di Shakespeare come sceneggiatore di successo: se spesso in precedenza le trame di alcuni celebri capolavori erano state mascherate nei western o nei gangster-movies, oppure liberamente reinventate in musical come Baciami, Kate! o West Side Story, ora il nome dell’autore figura al posto d’onore nella locandina: Branagh in Enrico V e Amleto si misura con i precedenti film di Olivier, ma esplora con successo anche il versante comico con Molto rumore per nulla (1993); in Riccardo III (1996) I. McKellan, complice il regista R. Loncraine, sostituisce il proverbiale cavallo con una jeep adatta all’ambientazione anni ‘30; L. Di Caprio porta al successo un Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996) di B. Luhrmann attualizzato in Florida, tra camicie hawaaiane e rock and roll; Titus (1999) di J. Taymor riscopre le qualità di un grande autore di horror; Shakespeare in Love fa razzia di Oscar nel 1999. E la moda non accenna a finire: basti pensare a due pellicole ambientate in college americani: Ten Things I Hate About You, ovvero La bisbetica domata riletta nel 1999 da G. Junger, e O di T. Blake Nelson (2001), ovvero un Otello dove il geloso protagonista è un campione della pallacanestro.

Oliviero_Ponte_di_Pino

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