Improvvisando Shakespeare

Romeo & Juliet secondo Paolo Rossi

Pubblicato il 21/12/2002 / di / ateatro n. 047 / 0 commenti /
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È difficile per un personaggio che ha attraversato tutti gli stadi del successo televisivo, con i suoi alti e bassi, ritrovare un rapporto autentico con il pubblico teatrale. È assai arduo per il divo, ma contraddice anche le abitudini di un pubblico assuefatto a moduli di fruizione predeterminati. A Paolo Rossi va riconosciuto tanto per cominciare il merito di averci provato, uscendo dai sentieri più praticati per rischiare in prima persona. Nel Romeo & Juliet (visto al tendone No Limits di Milano, con una platea opportunamente ridotta rispetto alle masse televisive richiamate da Aldo Giovanni e Giacomo) fa quello che molte avanguardie teatrali hanno teorizzato e che la neo-televisione alla Stranamore o Scherzi a parte pratica da tempo, anche se spesso con qualche inganno e sotterfugio: trasforma gli spettatori in attori. Romeo, Giulietta, i loro genitori, Benvolio, i servi delle fazioni rivali, vengono assoldati nel foyer del teatro, appena prima dell’inizio della serata e promossi all’istante protagonisti. Come Carmelo Bene, Rossi si riserva il ruolo di Mercuzio, almeno per il celeberrimo monologo della regina Mab, per poi cederlo nel finale della serata, che in effetti copre solo i primi due atti della tragedia shakespeariana, al cantastorie senegalese Modou Gueye. La scelta ludica e provocatoria di coinvolgere il pubblico vuol essere una critica implicita alla società dello spettacolo, che tuttavia usa molti dei suoi meccanismi: dal diritto di ciascuno di noi al suo quarto d’ora di celebrità, profeticamente sancito da Andy Warhol, al fatto che ormai siamo tutti allenati a esibirci in pubblico da un’educazione a base di tv. E ovviamente la riuscita di questa Serata di delirio organizzato non può prescindere dal carisma e dall’abilità del regista-in-scena, un Paolo Rossi che torna al teatro dopo una lunga assenza, entusiasta e incontenibile – una specie di Maradona in una partita del campionato giapponese. In effetti il “teatro di rianimazione”, come si definisce questa forma di spettacolo altamente interattivo, usa tecniche assai antiche, un sapere tradizionale, di recente formalizzato e ripreso nelle varie forme di animazione teatrale, dallo scolastico al turistico. Non a caso Rossi ha voluto in compagnia, oltre a una coppia di musicisti (Emanuele Dell’Aquila e Pepe Ragonese) e a un comico con chance televisive (Giovanni Caccioppo), un cantastorie e un artista di strada (il francese Gerard Estrème). Rossi (che tempo fa, in una Tempesta con Carlo Cecchi, era stato Ariel, il folletto che realizza le magie teatrali di Prospero), conduce ora con una zazzera fiammeggiante e un costume vagamente clownesco una sgangherata prova aperta nella quale il testo viene analizzato, commentato, discusso, parodiatoà E insieme preso assai sul serio, in molti di quelli che sono i suoi valori più autentici.
Costruita intorno a una vicenda stranota (che non a caso è anche al centro di un successo mondiale come Shakespeare in Love), la serata è un’operazione esplicitamente pedagogica, una rianimazione (appunto) dei sensi e dell’intelligenza dello spettatore imbalsamati dai mass media. Il comico viene usato come chiave per aprire i diversi snodi drammaturgici e teatrali, per misurare la distanza del classico dall’attualità (non mancano battute “politiche”), per suggerire costantemente mondi diversi, altre possibilità d’esistenza. Perché la risata può incorniciare e commentare qualsiasi situazione, smascherandone i presupposti ideologici: è uno degli snodi dello straniamento brechtiano, che Rossi e il suo abituale co-autore Riccardo Piferi hanno compreso e utilizzano con efficacia.
C’è un altro meccanismo in atto: l’uso di “attori per caso” e l’improvvisazione mantengono costantemente viva la tensione, come in un numero d’acrobati del circo. Chi accetta di prestarsi al gioco indossando per una sera i panni di Romeo può esagerare per compiacere pubblico e platea, oppure irrigidirsi e rifiutare di baciare Giulietta, perché c’è in sala una fidanzata gelosa, mettendo in imbarazzo gli attori-attori, cui toccherà ricucire lo strappo con la loro superiore sapienza. Questa imprevedibilità, per eccesso di confidenza o per blocchi di timidezza, è connaturata al “qui e ora” dell’evento teatrale, ma in questo caso viene spinta fino al suo limite estremo e utilizzata come continua fonte di divertimento (rifiutando però le crudeltà gratuite nei confronti dei giocatori).
Spettacolo teatrale che non si può vedere solo con sguardo teatrale (non a caso in scena sono costantemente accesi due televisori per “chi si annoia”), Romeo and Juliet gioca con i meccanismi più elementari e insieme profondi della scena. Istruttivo senza mai essere serioso, riesce a far ridere rispettando Shakespeare, demistifica tutto quello che può ma al tempo stesso suggerisce che vale la pena di prendersi qualche responsabilità nei confronti della cultura.

Oliviero_Ponte_di_Pino

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