Macbeth hard: una rivoluzione di velluto

Shakespeare, Bandinelli e l'’utopia "hard"

Pubblicato il 21/12/2002 / di / ateatro n. 047 / 0 commenti /
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Nella recente storia del cinema shakespeariano Ombre che camminano a cura di Emanuela Martini manca un’’opera che se non passerà alla storia del cinema merita se non altro di essere citata almeno per l’’originalità della sua tematica e del soggetto rivisitati – sotto l’’alto patronato del grande Bardo – all’’interno del cosiddetto film di genere in cui si inserisce: Macbeth di Silvio Bandinelli. Bandinelli, regista di film hard in cassetta di successo stupisce per l’’originalità del contesto narrativo in cui colloca le sue storie (Cuba – uscito in un’Italia, come ci ricorda lo stesso regista, “preda di Berlusconi”- aveva come protagonisti i rivoluzionari castristi sotto la guida spirituale e iconica del Che; Anni di piombo evocava l’attentato Moro; Mamma era ambientato durante la Resistenza), per le incursioni e contaminazioni tra i generi (Pulp era vagamente ispirato a Tarantino) ma soprattutto per le tematiche di potere, di lotta di classe e per l’ideologia sottesa al film (verrebbe da dire di impegno politico, ma in pochi ci crederebbero).

Di sicuro a Bandinelli piace schierarsi. I grandi temi della Storia sono un po’ il marchio di fabbrica del suo cinema:

“Mi piace pensare che i miei film, quando innestano temi politici lo facciano senza incertezza alcuna. Cuba è un film che rilancia l’Utopia (la foto pubblicitaria vede l’attrice Ursula Cavalcanti sulla spiaggia cubana; sullo sfondo un manifesto del Che e uno degli slogan della Rivoluzione, nda), rilancia il sogno, e lo faccio per provocare un tipo di pubblico quale il mio, fortemente connotato a destra e che non tollera mescolare sesso e politica…”

E ancora:

“La pornografia è come la canzonetta, un genere popolarissimo, c’è un grande consumo di pornografia, c’è ormai una videoteca in ogni quartiere. Il film pornografico ha le sue regole, i suoi tempi, la mia pornografia non deve tradire il genere ma passa anche la qualità tecnica, la scrittura e la musica. Se riesco a dire qualcosa tra una scena a luci rosse e l’altra e il pubblico l’assorbe, sono felice. Ma i miei film, anche i più “impegnativi” quanto a riferimenti e citazioni, non tradiscono mai le aspettative. E’ stimolante per me consegnare al mercato hard una lettura non del tutto gratuita di una storia, nel non cederla alla cultura ufficiale. Mi piace molto la marginalità di questo settore, non mi interessa fare il regista cinematografico o televisivo di regime”.

Macbeth, tragedia shakesperiana del rimorso, del destino e della colpa, è ambientato da Bandinelli tra i luoghi della mafia (Sicilia, ma sono i topoi classici a essere ricordati: il negozio di barbiere, donne velate in nero: peccato però che il film sia stato girato nei paesi dell’Est). La foto di copertina della cassetta vede una donna (Lady Macbeth-Ursula Cavalcanti, attrice feticcio di Bandinelli) in reggicalze nere che abbraccia un boss mafioso coppola e gilet, tenendo in mano la canna del fucile sullo sfondo di una tragedia di sangue che riusciamo a cogliere immediatamente: è una foto giornalistica della strage di Capaci in cui perse la vita Borsellino e dei funerali di Stato. Incontro Silvio Bandinelli e Monica Timperi alla Show Time di Firenze. Bandinelli, simpatico, divertente, colto, parla delle sue esperienze artistiche, della sua formazione universitaria in Storia del cinema e del teatro a Firenze nella metà degli anni Settanta. Mi parla dei suoi studi su Craig. A tavola parliamo delle sue frequentazioni teatrali: laboratori con Ronconi al Fabbricone di Prato (mi racconta come era stato inventato lo spazio scenico da Gae Aulenti), comparsa per Carmelo Bene alla Pergola, laboratorio di improvvisazione con il Living Theatre a Venezia durante la Biennale. E ancora esperienze di teatro amatoriale con velleità di ricerca con un proprio gruppo e l’apertura di un Teatro autogestito a Firenze (Teatro Uno) dove ospitare produzioni e autori alternativi (Sorveglianza speciale da Genet, Leviatano di Alessandro Fersen). E’ lo spazio che poi sarà rilevato dal gruppo Pupi e Fresedde di Angelo Savelli. In tempi di prospettive politiche non rosee, Bandinelli si dice molto preoccupato del pericolo dell’estremismo di destra e delle sue frange armate oggi tornate allo scoperto, ci spiega la sua opinione sugli errori storici della sinistra e delle televisioni Mediaset. Proprio nell’ambito delle prime tv commerciali e del loro progressivo consolidamento Bandinelli inizia a lavorare come producer di spot pubblicitari; successivamente distributore di film hard di tipo commerciale e poi la realizzazione del primo film pornografico con respiro narrativo: Masquerade con Ernesto De Pascali, film soft con inserti hard:

“Il film pornografico è inverosimile dal punto narrativo, ma c’è più libertà espressiva rispetto alla pubblicità che è sempre e comunque subalterna al prodotto. Mamma e Anni di piombo sono film che ho girato in anni in cui lavoravo sulla tematica del potere, della prevaricazione che crea sottomissione da parte di chi lo subisce, tema evidentemente attiguo alla pornografia. Macbeth conclude idealmente questa trilogia sul potere. C’è un senso di assoluta libertà nel trattare l’argomento. Il porno è un territorio libero e selvaggio. Mi sono appropriato della trama e del titolo con molta irresponsabilità, senza preoccuparmi troppo dell’autore. Ho immaginato il mondo della mafia e sullo sfondo il delitto Fava (delitto dimenticato e oggi ricordato ne I cento giorni) e la strage di Capaci, evocate da fotografie originali di Archivio. Il boss mafioso battezza il figlio Macbeth che avrà lo stesso destino di Macbeth; è un piccolo gangster che non ha problemi a uccidere per regolamenti di conti.”

(Per un altro Shakespeare hard, vedi qui sopra Il secolo Amleto, 1995, l’Oscar del porno a Joe D’Amato.)

Lady_Critical

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