Quanto osa lo sperimentale?

Bruno di Marino, Interferenze dello sguardo. La sperimentazione audiovisiva tra analogico e digitale, Bulzoni, Roma, 2002.

Pubblicato il 14/05/2003 / di / ateatro n. 052 / 0 commenti /
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Da anni Bruno di Marino, titolare dell’insegnamento di Teoria e tecniche di elaborazione dell’immagine presso l’Università di Salerno, porta avanti una ricerca sul cinema underground, sperimentale e d’animazione. Su questi momenti della sperimentazione cinematografica ha scritto diversi libri e ha organizzato retrospettive e rassegne nel nostro paese e all’estero. Quest’ultimo saggio raccoglie testi di analisi e riflessione sulle forme dell’audiovisione, “interferenze” tra analogico e digitale e, attraverso questo, più in generale sulle relazioni tra tecnica e estetica. L’attenzione si focalizza, come precisato nelle prime pagine dell’introduzione, sulle forme sperimentali del cinema, lasciando da parte il trattamento delle forme sperimentali sviluppate da più di trent’anni con il medium video – parecchie pubblicazioni sono uscite in Italia sull’argomento negli ultimi dieci anni – e accennando alle mutazioni in corso legate all’uso artistico dei nuovi media informatici.
Lo sguardo è quello di uno storico del cinema che scava nel passato: l’analisi comincia dalla sperimentazione con le avanguardie storiche e risale il filo del tempo sino all’attuale computer animation, attraversando ovviamente i fecondi anni Sessanta e Settanta; è lo sguardo di un critico del cinema d’autore, attento alla tecnica, che sa leggere le impronte di un linguaggio personale, di uno stile che si snoda in un confronto e dialogo con le macchine e con le tecniche; ed è lo sguardo di un appassionato di cinema e di immagine in movimento, curioso delle sue evoluzioni, del suo divenire dall'”invenzione” del cinema, con le prime proiezioni dei Lumière e le esperienze di Meliès, sino ai giorni nostri.
In Interferenze dello sguardo trovano una sintesi i campi di ricerca privilegiati dall’autore: nei vari capitoli vengono proposte letture e interpretazioni storico-critiche di opere realizzate con tecniche diverse e in epoche diverse, spesso lontane. In questo modo vengono messe in luce continuità poco conosciute e talvolta ignorate del tutto. Nello stesso momento vengono datate con precisione certe forme della sperimentazione, contribuendo a disattivare l’impressione di novità che possiamo provare davanti a certe immagini realizzate con tecnologie odierne. Emerge quindi in primo piano una storia argomentata della sperimentazione cinematografica. Ma, cosa si intende con il termine “sperimentazione”, di cui spesso si percepisce l’abuso nelle conversazioni o nei testi a proposito dell’arte? E non è una domanda di poca importanza se pensiamo che per Dominique Noguez, studioso di cinema appunto “sperimentale”, autore tra l’altro nel 1979 del famoso Eloge du cinéma expérimental, la nozione è una trappola, un terreno scivoloso: precisa infatti che in arte si possono sperimentare delle tecniche, dei modi di lavorare, dei procedimenti, ma questo non vuol dire che si stiano sperimentando nuove forme linguistiche. Questa precisazione ci pare importante oggi, assillati come siamo dalle mode sperimentali che dobbiamo – e il libro di di Marino è uno strumento utile al riguardo – imparare a leggere e a analizzare grazie anche alla luce del passato. L’autore elenca i tratti della sperimentazione cinematografica che il lettore potrà estendere, con appositi accorgimenti e/o variazioni, a altri linguaggi dell’arte:
1. assenza di sceneggiatura e messa in scena;
2. totale autonomia produttiva dell’autore;
3. attenzione focalizzata sull’immagine in sé;
4. uso di supporti e dispositivi non necessariamente professionali;
5. uso creativo del montaggio;
6. connessioni con altri linguaggi e estetiche: pittura, musica, poesia, danza…;
7. Forme alternative di produzione e di distribuzione.
Il cinema sperimentale così definito comprende diverse possibilità di essere dell’immagine – dal documentario all’elaborazione e trasformazione – e diversi atteggiamenti del pubblico, che è comunque quasi sempre e in modi diversi chiamato a reagire per rompere la relazione richiesta dal cinema convenzionale impostata sull’illusione e sulla mimesi. Lo sperimentalismo nell’arte ricerca sempre nuove regole del gioco e contribuisce quindi all’estensione delle possibilità sensoriali e linguistiche, oltre le tecniche, i generi, i supporti. Precisa l’autore:

«Accanto ad una storia del film sperimentale o d'”avanguardia” (nella sua accezione più storicizzata) […] possiamo intendere tout court lo sperimentalismo non come macrogenere, bensì insieme di particolari tecniche di rielaborazione e modificazione dell’immagine, che si configurano sotto forma di stilemi utilizzati anche nell’ambito della fiction(pagina 21)

L’analisi delle forme dello sperimentalismo dalle avanguardie storiche a oggi fa emergere le differenze e gli scarti nella percezione, nella visione, nella produzione delle immagini marcati dalle mutazioni tecnologiche; non ha più senso parlare di analogico e digitale, tutto si modifica, si mescola, immagini e supporti si smaterializzano, con il conseguente rapporto diverso tra immagine e realtà. Ciò che vediamo su schermi e monitor è cioè il frutto di costanti interferenze tra modi di essere dell’immagine, tra supporti, tra cinema e video, tra cinema e arti visive. Questo esige dal pubblico speciale che è lo studioso, è chiaro, modi adeguati di mettersi in relazione con le opere, con i linguaggi, per praticare l’arte della critica e dell’interpretazione. Il libro di di Marino fornisce utili e preziosi contributi e spunti di riflessione necessari. E copre nei vari capitoli un vasto terreno di ricerca e produzione dell’immagine in movimento:
1. La musica delle forme. Breve storia del cinema astratto;
2. Azzeramento e moltiplicazione dell’immagine. Film, struttura, dispositivo;
3. Ricreare il tempo. Teorie, tecniche e autori dell’animazione sperimentale;
4. La materia della memoria. Film amatoriale, diario, found footage, détournement;
5. Body hard. Cinema sperimentale, video, performance, pornografia;
6. Le forme della musica. L’estetica del videoclip.
Di Marino tasta il polso anche alle non facili connessioni tra sperimentazione artistica e industria (cinema commerciale, televisione, pubblicità) e si sofferma su alcune problematiche legate alle committenze. Si sente invece la mancanza di una scheda bibliografica e di una nota sulla reperibilità dei lavori a cui si fa riferimento. E peccato che le illustrazioni siano in bianco e nero.

Simonetta_Cargioli

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Tag: digitalart (2)


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