L’’arte dura e delicata dell’’attore

Cinema Cielo di Danio Manfredini

Pubblicato il 01/07/2003 / di / ateatro n. 054 / 0 commenti /
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«Il teatro è un’’arte dura», conclude Danio con la voce appena velata dalla stanchezza. «Attraversi dei tuguri neri, in cui il corpo ti pesa, e non ti muovi più». I suoi spettacoli nascono sempre da viaggi lunghi, dolorosi, dispendiosi, in «quella contrada di me che ho chiamato Spagna», come dice Jean Genet nell’ultima frase del Diario del ladro.
E’ un metodo di lavoro in cui il caso dà forma alla necessità, attraverso continui improvvisazioni, cancellazioni, montaggi e rimontaggi, dubbi e ripensamenti. Un processo di scavo, invenzione e ricombinazione, di sgretolamento e composizione. A volte la spinta nasce proprio dal rifiuto di quell’«arte dura», perché in quel momento la pittura o la scrittura paiono arti meno sofferte, più immediate, meno tormentate. Lì almeno non bisogna ritrovare in ogni replica tutta quell’energia, quella tensione, quella vita pulsante. Una volta che il gesto è diventato un segno, non ha più bisogno della tua carne per essere.
Anche Cinema Cielo nasce da un atto di disamore nei confronti del teatro, da un tradimento. E’’ il frutto del desiderio di prendere il romanzo Nostra Signora dei Fiori di Genet, un autore che Danio ama e sul quale ha lavorato spesso, e di trarne un film. Poi, a un certo punto, mentre lavora con due attori, Patrizia e Giuseppe, si accorge che quel progetto non gli interessa più e probabilmente il film non si farà mai, che ama il teatro e non il cinema, e che forse dopo dieci anni di scritture e riscritture è venuto il momento di usare quel materiale, quell’esperienza, per realizzare uno spettacolo teatrale che parta dal quel mondo e da quelle atmosfere. Un nuovo innamoramento, un nuovo viaggio.
Come al solito è un percorso lungo e tortuoso. Oltre un anno di lavoro e di prove, chiedendosi che ruolo dovessero avere sulla scena Genet e il suo romanzo. «Nostra Signora dei Fiori», spiega Danio, «è ambientato negli anni Quaranta, ma a me non interessa una ricostruzione storica o di atmosfera. A me interessa il presente».
Così Genet e la sua lingua poetica – ma spogliata da ogni tentazione intellettualistica o letteraria – si riducono a sfondo sonoro. Diventano il parlato del film porno che si proietta nel Cinema Cielo. Nostra Signora dei Fiori trasformato in un film hard: «In fondo, all’inizio l’opera di Genet veniva considerata pornografia…». Anche l’unico film girato da Genet, Un chant d’amour, è stato a lungo considerato pornografico.
Del resto per gli attori del cinema hard Danio nutre grande rispetto: «Non sopporto quelli che ne parlano come di attori senza dignità. In fondo stanno giudicando attori che offrono, magari inconsapevolmente, la parte più delicata di sé».
Fino a qualche tempo fa i corpi di quegli attori danzavano i loro amplessi sullo schermo del Cinema Cielo, una di quelle sale a luci rosse che hanno prosperato tra la liberazione sessuale e l’avvento delle videocassette. «E’ chiuso da anni, lo stanno buttando giù. Ma era un mondo affascinante, quello dei cinema a luci rosse. Ci andavano persone molto diverse: l’uomo sposato, il gay che voleva fare sesso, il trans in cerca di clienti, il ragazzo curioso, qualche puttana, magari una coppia un po’ strana. Oggi quelle sale sono state sostituite dai club privés, dove inevitabilmente c’è una fauna più selezionata».
Quegli spettatori Danio li ha studiati, come un antropologo in visita a una tribù che si sta estinguendo nel fondo di una foresta equatoriale. Ha inventato una trentina di personaggi che animano la platea, ma anche l’atrio con la cassiera, e i cessi… E’ qui, in questa umanità variegata e fuori orbita, che affiorano il vissuto, la contemporaneità.
All’inizio c’era una grande quantità di appunti, proposte, mondi, idee. Poi bisogna, come al solito, vedere «se la scena ti risponde o no». Perché quello di Danio Mafredini non è il lavoro di un drammaturgo che scrive e poi mette in scena. Non c’è mai un testo (o una partitura gestuale) da rappresentare, una sceneggiatura da eseguire, ma materiali e spunti da ordinare – dopo essere stati sperimentati, forgiati, affinati sulla scena. Dopo aver trovato la loro verità nell’azione teatrale, nel gesto.
Ecco dunque Danio mettere alla prova il suo Cinema Cielo con tre compagni d’avventura e di ricerca, tre attori certo non accademici: «Patrizia è una psicologa di cinquant’anni, che fa anche l’attrice. Giuseppe è più giovane, ha trent’anni, viene dal teatro di strada, ha una natura e una freschezza diverse. Anche Vicenzo è giovane, ha lavorato con i registi dell’area napoletana come Davide Iodice, anche se ha una esperienza di studi e di spettacoli. Gli attori sono sempre stati presenti nel processo di lavoro, anche se ovviamente ero io che aprivo le domande.»
Il percorso non può essere lineare. Le soluzioni non sono mai facili, perché devono apparire necessarie. «Così alla fine ci sono due copioni molto diversi: quello da cui sono partito e quello a cui siamo arrivati dopo un anno di lavoro in sala». Per esempio che fare di Genet e della sua presenza nel romanzo, come narratore e motore della vicenda, come testimone e carburante lirico? «Se si toglie la presenza di Genet, il romanzo si impoverisce. In fondo gli altri personaggi sono caratterizzati per pochi tratti e accadimenti, a dare complessità e densità al romanzo sono le parole di Genet».
Dunque Nostra Signora dei Fiori, ridotto a sfondo sonoro, si specchia in quello che accade nella sala: «Il film e la sala sono due mondi che rimandano l’uno all’altro. Scorrono autonomamente, indipendentemente, ma poi ci si accorge che le parole del film hanno una connessione con quel che accade in sala – anche se sono cose molto diverse».
E’ un mondo complesso, quello di Genet, così come è complesso quello di Danio, denso di influenze colte e di ossessioni personali, che s’intessono in un linguaggio teatrale complesso e articolato. Il loro incontro produce altre stratificazioni, nuove complessità.
«Nella prima parte nel film ci sono amore, sesso, erotismo; in sala ci sono i trans – dunque si va verso una transazione. A quel punto si arriva a un passaggio verso la seconda fase: i personaggio di Genet vanno incontro al loro destino, alla morte, mentre cerchiamo di entrare nell’interiorità dei personaggi in sala.»
Tuttavia l’obiettivo di Danio resta la semplicità, senza mai rischiare la semplificazione. La popolarità, senza mai cercare l’applauso facile, anzi. E’ la ricerca di una comunicazione e di una comprensione immediata, che non abbia bisogno di strumenti culturali complessi per essere decodificata. Perché è un linguaggio che si basa sugli elementi fondamentali del nostro essere nel mondo: il corpo e il suo rapporto con lo spazio, il gesto come espressività immediata, il sentimento – l’amore e l’abbandono. Così, quando questo artista raffinato afferma «Cerco la semplicità, la popolarità», dice semplicemente il vero.

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I disegni preparatori di Danio Manfredini per Cinema cielo (clicca sui disegni per la versione ingrandita).