Paesaggio con rovine

Per Santarcangelo dei Teatri 2003

Pubblicato il 01/07/2003 / di and / ateatro n. 054 / 0 commenti /
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Sul manifesto di Santarcangelo dei Teatri 2003 campeggia un teatro squarciato da un bombardamento. E’ il Teatro alla Scala di Milano, poi ricostruito, come ben sappiamo. Altra immagine: un uomo vestito di tutto punto fra le macerie. Ancora un teatro, ma stavolta è irriconoscibile. Macerie, appunto. L’uomo, miracolosamente risparmiato – magari un attore, chissà? – sembra essere stato colto alla sprovvista dal crollo che forse ha sepolto vite. Si volta indietro, quasi a domandarsi cosa sia successo… E così via, con le mille altre storie che la memoria suggerisce a ognuno.

Sono immagini scolpite nella mente di chi ha vissuto la guerra come bersaglio e non come spettatore di un videogioco. Ma a tutti, credo, esse raccontano con immediatezza dell’offesa che la guerra reca alla Polis e della necessità di adoperarsi insieme alla ricostruzione. Veniamo da una guerra di conquista che ha ucciso esseri umani e distrutto città. Una guerra che ha ferito fortemente le coscienze di noi che viviamo lontano dai luoghi del conflitto, che a quella guerra abbiamo cercato di opporci forse troppo debolmente. Abbiamo provato una sensazione di impotenza. La proviamo tutti i giorni, perché il nostro piccolo mondo, apparentemente pacifico e pieno di benessere, in realtà assomiglia sempre di più a una città bombardata. Siamo ridotti a consumatori, viviamo in funzione delle merci e della loro valorizzazione, sudditi acquiescenti accecati con spettacoli mirabolanti. Anche il felice (?) recinto dell’arte è minacciato ogni giorno, abbandonato a se stesso, spinto ai margini dagli interessi della cosiddetta politica culturale, centrale e locale, ignorato nella migliore delle ipotesi, devastato da insipienza e colpevoli calcoli.

Per questo, ai tempi del nuovo impero e dell’imperialismo dell’economia globale, ci piace mostrare quello che siamo, realmente, profondamente: rovine. Perché quando tutto è distrutto qualcuno deve assumersi il compito di ricominciare. Di restaurare luoghi e possibilità per il vivere umano, per la convivenza sociale. Deve provare a riaprire quei teatri, e magari a trasformarli, sostituendo stucchi dorati e velluti con materiali più umili e scabri, deve trasformare i palchetti privati in gradinate dove una comunità possa ricrearsi.

Dalle rovine emergono due aggettivi-sostantivi, in contrasto eppure fra loro connessi: nuovo e deserto. In questi anni abbiamo usato continuamente il primo, in attesa di una impossibile (?) palingenesi, senza definire niente di preciso se non la necessità di un cambiamento che ancor oggi non sappiamo più propriamente nominare. Dall’altra parte il deserto. Poiché oggi in fondo al viaggio (altra parola chiave, variamente usata e abusata) troviamo un deserto. Viaggio che può essere verso il mondo o verso se stessi, verso l’esterno o verso l’interno, verso la convinzione che non siano più possibili panorami emozionanti nel mondo della monocultura, o che l’unico viaggio possa essere proprio dentro la propria crisi, i propri fantasmi; ebbene: in fondo all’idea stessa di viaggio oggi incontriamo la realtà e la necessità del deserto.

Magari un deserto molto popolato, che assomiglia a una delle nostre periferie, come le racconta Raffaello Baldini: “Ma che cos’è questo mondo moderno? A pensarci bene, è una grande, un’enorme periferia… Certo, si costruiscono sempre più condomini, in tempi sempre più rapidi. Ma la periferia resta periferia, tutta uguale, tutte le strade sono uguali, anche la gente, tutti uguali, capisce? E uno può credere d’essersi perduto, cerca, non trova, si dispera… La verità è che si cerca, sempre, si cerca un centro. Ma il centro è ormai impraticabile, sono tutte banche, abbigliamento, pizzerie. E adesso dove si va? a destra? a sinistra? o dritto?”.

La periferia assomiglia a un deserto, specie in certe ore di canicola, dalle nostre parti, quando la luce sembra irreale e i punti cardinali paiono svanire. O di notte, con i semafori lampeggianti e gli automobilisti soli, come accucciati nell’abitacolo. Anche del Cinema Cielo, consolazione delle vecchie periferie, è rimasta soltanto l’insegna arrugginita. Verrebbe voglia di morire. Eppure dietro quei palazzoni, sempre sul punto di esplodere, come in una gigantesca crisi psichica di quelle che sembrano aspettarci tutti – insinuerebbe James Ballard – dietro quelle facciate smorte si svolgono vite, affetti, si scambiano parole, sguardi, gesti. Nelle parole, negli sguardi nei gesti ancora non scambiati sta la possibilità. Nell’arte, forse, la capacità di metterli in viaggio verso una vita che chiamiamo nuova, in attesa di parole, di realtà, di capacità di visione.

Perciò l’opera non si fermerà con la doratura dell’ultimo stucco, così come la compagine che a quella costruzione ha lavorato non verrà sciolta con la posa dell’ultima pietra, ma la ricostruzione continuerà con gli uomini e fra gli uomini, giorno per giorno, infaticabilmente. Senza aspettarsi premi o riconoscimenti o consolazioni, come si deve procedere in un deserto: senza speranza e senza disperazione. Poiché “Che importa se una città cade?” – dirà sul letto di morte Sant’Agostino vescovo di Ippona, mentre la sua città è assediata dai Visigoti – “la città non consiste di pietre e di travi, ma di cittadini.”

P.S. Il Teatro Chiarella di Torino, distrutto il 20 novembre 1942, non è mai stato ricostruito.

Silvio_Castiglioni_e_Massimo_Marino

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