Il set teatrale di Flicker

Lo spettacolo multimediale di Caden Mason (Big Art Group) a Inteatro

Pubblicato il 20/07/2003 / di / ateatro n. 055 / 0 commenti /
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Il Festival Inteatro di Polverigi, diretto da Velia Papa, si è garantito l’esclusiva nazionale di Flicker dell’americano Caden Manson (Big Art Group), e come da previsione, lo spettacolo, insieme con O Divina la commedia -Inferno del Teatro del Silencio, è stato l’evento catalizzante dell’intero Festival. Tre giorni di tutto esaurito e una folla di giovani si è riversata al Teatro della Luna per il giovane gruppo che gode già di grande fama internazionale (soprattutto dopo il successo di Clearcut, Catastrophe!) per le spettacolari manipolazioni tecnologiche in scena.

Parodia divertente e distruttiva dei reality show televisivi, delle dirette sui luoghi della tragedia, delle cronache in tempo reale, che imperversano in ogni Tv, ma anche dei format che sfruttano una visione voyeristica della vita, Flicker è costruito come un “real time film”, un film che mentre si realizza è già proiettato o in onda. Sopra un palco sono posizionate tre telecamere, le riprese realizzate nella parte superiore della scena (una sorta di upper stage) vengono mostrate in diretta su tre schermi posti perpendicolarmente in basso. Alle tre telecamere corrispondono tre postazioni e 8 attori che gestiscono a turno e “personalmente” il proprio “occhio digitale” e contemporaneamente incarnano un personaggio della storia e imprestano braccia, testa e busto per l’inquadratura di un altro. Tre schermi contigui in pratica, trasmettono tre riprese diverse che danno l’illusione di ricreare un’unica immagine. Gli attori recitano in continuità, senza interruzioni, senza stacchi, appunto come a teatro ma l’elemento sorprendente dello spettacolo è che pur con telecamere fisse, la macchina predisposta da Manson gioca abilmente a creare “artigianalmente” la sensazione di movimenti di ripresa, alternarsi di campi e controcampi, carrellate e primi piani, effetti still o mirror, disorientando lo spettatore.

Disorientamento prodotto anche dalla visione contemporanea dei tre schermi che restituiscono un’unità nella frammentazione originaria, e dalla visione degli attori che recitano in questo piccolissimo spazio-palcoscenico “recintato” dai confini rigidissimi, senza mai poter permettersi di andare fuori scena-ovvero fuori campo. Il palcoscenico teatrale diventa un set cinematografico in cui gli esterni sono ricostruiti con trucchi ed effettacci: cartelli, fotografie di alberi attaccate alla telecamera mentre la visione continua spazio-temporale è quell’inganno che il gruppo attacca sistematicamente nel corso dello spettacolo con manipolazioni “alla luce del sole” ed inganni ottici. Viene in mente Rope (Nodo alla gola), interamente girato da Alfred Hitchcock in un unico piano sequenza, come fosse cioé in diretta (film che secondo Liborio Termine “può suggerire una via per il teatro televisivo”). Lo scarto tra immagine e azione che l’ha generata è il tema dello spettacolo, ovvero lo smontaggio e il rimontaggio continuo della storia, la cui trama da film horror non è altro che un “rifacimento” in 5 metri di palco di situazioni alla Blair Witch Project di cui ritornano in modo caricaturale, nello spettacolo, gli incubi di studenti diretti ad una festa e persi nel bosco, di ragazzi in luoghi isolati con la macchina in panne, preda di maniaci notturni. Una ragazza cerca di scappare, una corsa affannosa, un uomo la insegue, la telecamera la riprende, dal corpo sgorga un cangiante smalto rosso… Il passaggio, la transizione da una situazione narrativa all’altra è un fade to black creato con cartoncini scuri avvicinati all’ottica della videocamera da servi di scena vestiti in calzamaglia nera per rendersi invisibili, come nel teatro giapponese di burattini, il bunraku. Si gioca sullo spiazzamento continuo: abbiamo sotto gli occhi il set, le riprese e il film ma anche i trucchi adoperati per provocare la nostra ingenuità e la nostra credulità e darci invece un’altra visione dei fatti. Insomma, l’interrogativo è: fiction o non fiction?

Un modo divertente per ricordarci, se ancora ce ne fosse bisogno, che il vero più vero spacciato dalla televisione è frutto di una totale invenzione/deformazione della realtà. La ripresa non registra solamente ma riscrive, struttura. Nessuna immagine è obiettiva. L’incondizionata fiducia che accordiamo alla nostra scatola quotidiana e a chi la manovra non ha senso. Trattasi né più né meno, di una scatola da prestigiatore con il quale il conjurer fa apparire, scomparire, fa a pezzi oggetti e persone a suo piacimento. Così appare ma così non è: la televisione rende credibile la finzione.
Certamente il giocattolo Flicker impressiona nella sua sorprendente narrazione teatrale oltre il teatro, che scardina modelli narrativi e mostra l’artificialità di ogni rappresentazione, proponendo infine una (tiepida) critica all’universo mediatico, giocando con le profondità di campo, i trucchi e gli artifici del teatro e del video come un abile prestigiatore.

Anna_Maria_Monteverdi

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Tag: BigArtGroup (5), Inteatro (4)


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