Le recensioni di “ateatro”: Braccianti. La memoria che resta di Armamaxa

di e con Enrico Messina e Micaela Sapienza

Pubblicato il 20/07/2003 / di / ateatro n. 055 / 0 commenti /
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Braccianti. La memoria che resta della compagnia Armamaxa, ideato e interpretato da Enrico Messina e Micaela Sapienza (in collaborazione con Tracce di Teatro d’autore e La Corte Ospitale di Rubiera diretta dal regista Franco Brambilla e presentato il 4 luglio al Festival di Santarcangelo), è liberamente ispirato a La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere (a cura di G. Rinaldi e P. Sobrero).
Braccianti è un progetto teatrale, culturale e politico, fortemente legato al presente”, ricorda Federico Toni (direttore artistico di Tracce di teatro d’autore) nella presentazione al volume che raccoglie i risultati di questo lungo lavoro artistico. Si tratta di un progetto non solo artistico, ma anche politico e sociale perché tale è la tematica prescelta, che richiama alla mente sfruttamento, povertà, ma anche lotte di movimento, quelle lotte che raramente troviamo rappresentate nei Musei della civiltà contadina o della civiltà materiale, che ricostruiscono archeologicamente gli strumenti della fatica, trascurandone però spesso i drammi e le vicende storiche. Oltre che allo spettacolo, il progetto Braccianti ha dato vita a un volume che raccoglie i frammenti di una “ricerca sul campo” svolta negli anni Settanta da due antropologi, Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero, in un percorso intorno alla memoria (intesa non come “deposito chiuso ma come capacità personale sociale di utilizzo e traduzione continui di esigenze e motivazioni del presente) della comunità di Capitanata, contenente tra le altre, le storie raccontate da Michele Balducci, Alfredo Casucci, Savino Totaro, Lucia Barbarossa, Maria Manzi, veri protagonisti di questo mondo bracciantile. Al progetto sono anche associati una mostra fotografica e un sito web www.progettobraccianti.it.

Lo spettacolo prevede una struttura di narrazione, tra parole, coreografie e gesti (semplici, antichi e rituali) dei due attori seduti uno di fronte all’altro, contrappuntati da immagini fotografiche in bianco e nero proiettate sullo sfondo e da suoni che fanno eco. Le immagini sono le fotografie dei braccianti o dei luoghi del Tavoliere delle Puglie; i suoni, le parole e il canto sono le registrazioni di vecchie cantilene e storie in dialetto pugliese, scelti sapientemente a raccontare lo scandire delle ore della giornata di lavoro e i momenti della festa – sebbene si avverta in alcuni momenti il rischio di una caduta nel naif. Il sottile velo che accoglie quella luce che si fa immagine trasporta in un’atmosfera senza tempo; immagini attraversate anche fisicamente dai corpi degli attori che letteralmente se ne ricoprono, vi si confondono, mescolandosi tra la folla del popolo di Cerignola convocato nella Piazza nel 1920, perdendosi in mezzo al grano tagliato delle terre del Tavoliere, o seguendo la manifestazione bracciantile in Capitanata (rimandando alla nostra memoria la marcia de Il quarto stato di Pellizza da Volpedo), dormendo nella lettèra, accompagnando i contadini sui campi. Il lavoro del bracciante è l’inferno in terra, si ricorda con una storiella in dialetto: anche i diavoli lo hanno capito. Lo aveva capito anche Giuseppe Di Vittorio di Cerignola, uomo di temperamento, che si imponeva sui proprietari terrieri e chiedeva la diminuzione di ore di lavoro e aumento di salario perché “era brutale, era animalesco sfruttare un uomo dalla mattina che spunta il sole sino a quando tramonta il sole.” Nello spettacolo Di Vittorio diventa l’icona di questo mondo contadino in lotta. Ma il tempo dello sfruttamento per i lavoratori stagionali della terra non è finito, e a pagare sono i braccianti di oggi che non vengono dalla terra che coltivano.

Quello di Armamaxa è un teatro etnografico che scava con commossa partecipazione dentro le radici della sofferenza contadina per scoprirne paesaggi umani. Di grande intensità le coreografie di Micaela Sapienza e Enrico Messina a “rifare” la durezza della vita bracciantile, gesti che raccontano un mondo fatto di terra e fatica, di sopraffazione ma anche di riscatto.
Lo spettacolo si inserisce in quella onda della memoria che vede come protagonisti autori-narratori come Ascanio Celestini e il giovanissimo Davide Enia mentre Dario Marconcini in Scene da Arturo Ui (in programma per il Festival di Radicondoli) mette in scena attori e maggianti contadini.

Braccianti. La Memoria che resta
liberamente ispirato a La memoria che resta. Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere di G. Rinaldi e P. Sombrero
di e con Enrico Messina e Micaela Sapienza
Santarcangelo, Teatro Supercinema, 4 luglio 2003

Anna_Maria_Monteverdi

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