Le recensioni di “ateatro”: Imparare è anche bruciare

del Teatro della Valdoca

Pubblicato il 20/07/2003 / di / ateatro n. 055 / 0 commenti /
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Nella serata afosa di Cesena, dove il Festival di Santarcangelo si allunga in estrema propaggine, è la voce graffiante di Janis Joplin a darci il benvenuto e ad annunciare, sulle note struggenti di Summertime, tutta la vitalità disperante di Imparare è anche bruciare. Lo spettacolo costituisce la tappa conclusiva di un percorso di formazione per attori durato sei mesi, sostenuto dall’’ERT e guidato da Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri che rappresentano l’’anima e l’’essenza poetica dello storico gruppo cesenate.
Di questa esperienza pedagogica si conservano, sulla scena, tutta la freschezza e l’ingenuità, tutto l’impeto di un universo giovanile in subbuglio, il tormento e la passione che si accompagnano alla ribellione contro il mondo degli adulti: “I nostri padri ci hanno nutriti di menzogne. Adesso io guardo ogni menzogna e la risaputo”. Ha così inizio una vorticosa parata di clown stralunati, di folletti danzanti a ritmi rabbiosi, i corpi dipinti con colori violenti, insanguinati come vittime di un sacrificio, adornati con fiori e rametti da iniziazione tribale. Affascinanti marionette – archetipi riconoscibilissimi dell’universo figurale del Teatro Valdoca – si alternano sotto i riflettori manovrati a mano, producendosi in siparietti più o meno irriverenti a base di pernacchie e sberleffi, cadute funamboliche e pagliacciate circensi. Indimenticabile la scena in cui la metà dei ragazzi funge da operatore-burattinaio dei rimanenti, dando loro voce e movimento secondo una prassi straniante che separa gesto e parola e conferisce ad entrambi maggior spessore ed espressività.
Come spesso accade negli spettacoli della Valdoca, l’elemento ludico e quello tragico-rituale fatalmente convivono e la parola poetica, scavata sino al suo “punto di rottura”, liberata dai vincoli della convenzione, modulata come un canto antico sulle più disparate inflessioni dialettali, ritrova il suono puro dell’inaudito. Il rapporto totale con lo spazio, la dimensione essenziale da scena primaria, ricordano certi quadri di Chagall in cui spropositati violinisti verdi fluttuano in una tormenta di strumenti musicali o dove insoliti danzatori si disciolgono in coreografie di esagoni e sezioni di cerchio. Si respira un clima onirico da circo, da vecchie giostre di paese, da luna park abbandonato e la musica, eseguita live dall’orchestrina sul palco, non manca di sottolinearlo con polche e mazurche da balera romagnola che spezzano i ritmi tiratissimi del rock di Aidoru. I passaggi serrati dell’azione scenica si sostanziano di un’energia corporea incandescente che promana dal cuore pulsante della vita, da un magma di dolore esistenziale che chiede essere ascoltato. I giovanissimi interpreti inciampano nelle scarpe troppo lunghe, si rialzano e riprendono la loro folle corsa e la loro invettiva contro il mondo dei grandi: “Gli adulti sono ragazzi morti”. E’ una ferita aperta che continua a sanguinare, che parla di offese inflitte alla bellezza innocente, di speranze affossate dal cinismo e dalla volgarità, di un mondo che ha perduto la capacità di sognare: “Voglio parole gloriose da dire in ginocchio”, “Voglio fratelli integri con cui fare il mio sogno”.

Suona davvero come un inno alla vita questo ultimo lavoro del Teatro Valdoca, un gioiosissimo e commovente inno alla vita che ci piace riassumere con le battute conclusive del testo, ottenuto da Mariangela Gualtieri rielaborando gli scritti degli stessi allievi: “In questo terribile tempo, in questo terribile spazio, voglio anche fallire, sbagliare mille volte, ma restare sempre attaccata al cuore selvaggio della vita”.

Imparare è anche bruciare del Teatro della Valdoca
Santarcangelo dei Teatri (Luglio 2003)

Per approfondire: http://www.trax.it/olivieropdp/valdoca88.htm

Alessandra_Giuntoni

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