Le recensioni di “ateatro”: Kyla di Lars Norèn

A Volterrateatro

Pubblicato il 31/07/2003 / di / ateatro n. 056 / 0 commenti /
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Prima nazionale al Festival Volterrateatro per Kyla del drammaturgo e regista svedese Lars Norèn.
Tre ragazzi entrano di corsa nel ring di una scena spogliata persino delle pareti; uno di loro ha in mano una busta con lattine di birra, un altro ha un tatuaggio con svastica (mimetizzata sotto forma di un segno a due uncini) e inizia a spaccare sedie. Fanno il saluto fascista, intonano inni militari (“Fede, speranza, violenza!”), tifano per la razza bianca, urlano l’orgoglio nazionalista (“Rispetta la sacra lingua svedese!”) e riconoscono nel martello di Thor, dio guerriero, e la zanna di lupo i simboli della Svezia. Le tipologie dei tre ragazzi sono riconoscibili immediatamente: il più violento è il “capo”, segue gerarchicamente, l’amico obbediente e introverso, e infine il più piccolo, remissivo, forse plagiato, con un disperato bisogno di appartenere al gruppo, alla “tribù”. Tra di loro esistono chiaramente relazioni di dominio e subordinazione. Le loro storie parlano di abbandoni, di genitori in carcere, di famiglie disastrate, separate o violente. Il branco diventa l’unica fede, la riconversione dal nulla a un delirio di onnipotenza. Vomitano sentenze contro gli immigrati, pensano a come fargliela pagare, a come la Svezia dovrebbe punire “con una legge in Parlamento”, tutti quelli che non sono “geneticamente dei nostri”.

In un crescendo di argomentazioni arrivano a esaltarsi all’idea di uccidere chi non ha “geni svedesi”, per “l’igiene della specie”, a punire con la morte gli immigrati di tutte le razze: cinesi, ebrei, negri. La birra che scorre a fiumi aiuta a rinforzare i loro credi, ad aumentare le loro farneticazioni, le loro dichiarazioni di fede neonazista, a non porsi limiti con le parole, a scherzare pesantemente con ferite ancora aperte della Storia: l’Olocausto, le deportazioni, i campi di concentramento. Ridono a rifare l’ebreo che muore nella camera a gas. La parabola prevede che questi loro deliri debbano trasformarsi in fatti: passa un coreano, un giovane e ricco studente adottato sin dalla nascita da una famiglia svedese, dalla lingua e dall’educazione svedese, e che quindi gode a tutti gli effetti dei loro stessi diritti. Viene identificato, accerchiato e ritualmente sacrificato come capro espiatorio di tutti coloro che vengono a lordare la razza svedese: l’odio esplode sotto forma di insulti e di calci, e diventa una vera e propria esecuzione sommaria. Il più giovane non ne vuole inizialmente prendere parte, ma poi incitato, si lascia trascinare nell’orgia di violenze generate dal fanatismo di gruppo. Un’attesa lunga, ma la sentenza contro il ragazzo coreano è già stata, in qualche modo, pronunciata sin dal suo comparire in scena. Ne prevediamo la fine, che ci viene però risparmiata nella sua crudezza. La vittima paga non in quanto emarginato dalla società civile ma paradossalmente, in quanto perfettamente integrato nella cultura e nell’economia della multiculturale, “democraticissima” e tollerante Svezia. L’urlo razzista è insostenibile. Siamo terrorizzati. Siamo a teatro e siamo in pericolo. Lo spettacolo lascia un segno: angoscia e rabbia sono i sentimenti che ognuno di noi prova, e che ci trasciniamo oltre la recita teatrale. Assistiamo impotenti a quello che conosciamo essere una tragica emergenza mondiale. Cosa genera questo fanatismo, quale filosofia malata alimenta questa assenza di umanità? Perché la Storia non ci insegna niente? Scrive Claudio Magris: “Non credo che il fascismo possa tornare ma se tornasse troverebbe credo, poca resistenza. Si ha la sensazione che sia venuto a mancare quell’ethos condiviso che unisce chi crede nella libertà e nell’umanità, e rende più facile, quasi inevitabile, resistere al Leviatano.”
Si fa fatica a credere che ci troviamo di fronte ad una finzione e non piuttosto ad un nostro inconsapevole precipitare dentro un drammatico squarcio di realtà. Si fa fatica, alla fine dello spettacolo, ad ascoltare gli attori mettendo da parte il pensiero che loro non siano più quello che erano pochi minuti prima in scena, spietati assassini in nome del mito della purezza della razza. Per levarci ogni dubbio Norèn ci rassicura che si tratta di “un dramma che non è autentico ma che ha grande autenticità”.
Alla fine gli attori -non più naziskin- si abbracciano a lungo, a suggerire la loro stessa paura a oltrepassare quel limite cui il teatro li costringe, a cercare conforto e trasmettere il loro rifiuto e disgusto di quel mondo di cui indossano temporaneamente la maschera. E lasciano in noi il senso di una speranza, una traccia di ottimismo, premessa necessaria per quel teatro che deve essere, secondo le stesse parole di Noren, “la forza stessa del cambiamento.”

Lars Norèn (foto di Matthias Johansson/Ricksteatern ).

Lars Norèn, nell’incontro sollecitato da Armando Punzo dopo lo spettacolo, parla del crescente e preoccupante antisemitismo in Svezia. Si è trovato a lavorare per un anno in prigione e da questo lavoro con i carcerati è nato lo spettacolo Kyla; due di loro erano dei giovani naziskin che avevano 22-23 anni e la cosa lo aveva colpito molto: “Quando ho iniziato il lavoro nel carcere non avevo idea che ci potessero essere persone con idee nazionaliste così radicali e volevo capire come in un Paese come la Svezia che non era andato in guerra, si fosse potuto sviluppare questo odio razziale. Il problema del razzismo e del nazismo riguarda oggi una maggioranza silenziosa”. “Uno spettacolo come uno spaccato di quello che la Svezia è adesso”, incalza uno degli attori.
Nello spirito del lavoro di Norèn, abbiamo fatto una piccola indagine sulla situazione attuale in Svezia in riferimento alle tematiche da cui prende vita lo spettacolo.
Le prime significative informazioni riguardano i 2000 crimini registrati nel 1998 e i 2363 del 1999 ad opera di gruppi neonazisti e la recente approvazione di un programma statale denominato “Exit”, di reinserimento sociale per i giovani che decidono di uscire dai movimenti razzisti e violenti. Quello che segue è poi, un elenco di articoli che riguardano i numerosi casi di aggressioni e attentati di matrice neo nazista (giovani affiliati a White Power ammazzarono nella città di Malalexander due poliziotti e nel 1999 un sindacalista, evento quest’ultimo che scatenò manifestazioni in 20 città della Svezia); notizie dell’Osservatorio europeo sul razzismo, report sui casi di discriminazione (suscitò molto scalpore qualche tempo fa la decisione del titolare della svedese Ikea di non assumere personale di colore); rapporti della Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza, notizie sui gruppi di estrema destra e le loro rappresentanze politiche, studi storici sulla diffusione della pratica della sterilizzazione su “individui di serie b” e lo sviluppo dell’eugenetica.
Nella nostra ricerca ci siamo imbattuti in numerosi siti svedesi inneggianti al neo-nazismo di cui non riportiamo indirizzo ma che abbiamo denunciato all’Osservatorio europeo.
Questi testi, da considerarsi parte integrante della nostra riflessione sul teatro di Norèn, sono frutto di una ricerca dell’amico Marcantonio Lunardi, attivista lucchese attualmente impegnato in un progetto videodocumentativo sulle “morti bianche,” che colgo l’occasione per ringraziare di cuore.

Kyla di Lars Norèn
Festival Volterrateatro 2003
Con Bjorn Bengtsson, Kristofer Fransson, Tito Pencheff, Ulf Ronnerstrand

La scheda sul neonazismo in Svezia.

La scheda su Lars Noren: sul sito di Voleterrateatro.

Anna_Maria_Monteverdi

2003-07-31T21:34:43

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