Il Bardo nel Palazzo dei Diamanti

La mostra Shakespeare nell'arte a Ferrara

Pubblicato il 10/08/2003 / di / ateatro n. 056 / 0 commenti /
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La bella mostra che Ferrara ha dedicato a Shakespeare nell’arte (Palazzo dei Diamanti, 16 febbraio-15 giugno 2003, Direzione Andrea Buzzoni, Coordinamento scientifico Maria Luisa Paselli) offre attraverso una ottantina di quadri una serie di squarci da un lato sulla fortuna di Shakespeare, dall’altro sui diversi modi di intrecciare il teatro e la drammaturgia con la pittura; più in generale, per riflettere ancora una volta sulle tracce che il “qui e ora” teatrale lascia dietro di sé, e sulle possibilità di usare questi documenti per ricostruire quell’inafferrabile “qui e ora”.
Come si sa, l’unica immagine di uno spettacolo shakespeariano di epoca elisabettiana (e dunque per noi ricchissima di informazioni) è il disegno che raffigura alcuni personaggi di Tito Andronico. Dopo la chiusura dei teatri nell’epoca puritana, la storia dell’illustrazione shakespeariana riparte dal genio di William Hogarth (1697-1764), che nel 1730 dipinge una scena dell’Enrico IV dove campeggia uno dei più amati personaggi shakespeariani: la scelta della scena in cui Falstaff recluta le truppe è legata alla polemica politica contro il corrotto governo Walpole e aveva dunque risvolti di immediata attualità politica; l’immagine riprende con ogni probabilità un allestimento dello spettacolo (quello che aveva per protagonista l’attore John Harper).

William Hogarth (1697-1764), Enrico IV. Falstaff recluta le proprie truppe, Collezione privata.

Un altro dipinto di Hogarth presente in mostra raffigura una scena della Tempesta che negli spettacoli del suo tempo veniva tagliata – e dunque con ogni probabilità è stata ispirata più alla lettura del testo che alla visione di uno spettacolo.
Con oscillazioni verso l’uno o l’altro polo d’attrazione – lo spettacolo e il testo – saranno questi i due filoni principali di Shakespeare nell’arte, i due approcci che segnano la pittura shakespeariana nell’arco temporale coperto dalla mostra, che copre Settecento e Ottocento, concentrandosi soprattutto sulla produzione inglese, com’è ovvio.
Da un lato stampe e quadri che riprendono i più fortunati allestimenti teatrali del periodo, dando ovviamente un ruolo preminente agli attori: i grandi interpreti, le star che campeggiano spesso al centro della composizione in pose emblematiche e memorabili. Sono documenti utili, con tutte le necessarie cautele, per “vedere” gli spettacoli dell’epoca: le scenografie e i costumi, ma anche la gestualità e l’espressione, la dislocazione dei diversi interpreti nello spazio, l’illuminazione possono aiutarci a ricostruire, insieme ncon altri materiali, una civilità teatrale. E, nel caso del teatro inglese, caratterizzano le successive generazioni di grandi interpreti shakespeariani che hanno scandito la sua storia.

Francis Hayman (1708-1776), Come vi piace. La scena della lotta, Londra, Tate.

John Henry Harlow (1787-1819), Enrico VIII. La famiglia Kemble nella scena del processo alla regina Caterina, Stratford-upon-Avon, Royal Shakespeare Company Collection.

In questo filone di documenti direttamente legati allo spettacolo si potrebbero inserire, a maggior ragione e con i necessari distinguo, i bozzetti per le scene (che molto spesso erano fondali dipinti) e i costumi, anch’essi esemplificati nella mostra ferrarese dagli schizzi di Philippe-Jacques de Loutherbourg (1740-1812) per il celeberrimo Riccardo III di William Garrick, dagli acquerelli della famiglia Grieve (gli scenografi di Charles Kemble e Charles Kean) e dai bozzetti di William Talbin Senior (1813-1873)
Sull’altro versante i testi vengono invece utilizzati come repertorio di immagini, situazioni, suggestioni, atmosfere che liberano la fantasia dell’artista: non a caso su questo versante non sorprende la frequenza di tele ispirate al Sogno di una notte di mezza estate, con le sue invenzioni fiabesche e psichedeliche; ma anche le streghe e le apparizioni del Macbeth e l’Ariel e il Calibano della Tempesta “suggeriscono effetti speciali visivi” che la materialità del palcoscenico non consente (o che consente solo attraverso qualche trucco illusionistico).

John Everett Millais (1829-1896), La tempesta. Ferdinando attirato da Ariel, Washington D.C., The Makins Collection.

Un discorso a parte meriterebbero alcuni artisti che con l’opera di Shakespeare (o con una sua opera) hanno condotto un lungo corpo a corpo. Primo tra tutti Johann Heinrich Füssli (1741-1852), la cui passione shakespeariana era stata oggetto qualche tempo fa di un’altra bella mostra alla Fondazione Magnani Rocca di Parma.

Johann Heinrich Füssli (1741-1852), Il sogno di una notte di mezza estate. Titania abbraccia Bottom, Zurigo, Kunsthaus Zürich.

William Blake (1757-1827), Il sogno di una notte di mezza estate. La danza di Oberon, Titania e Puck con le fate, Londra, Tate.

Ma sono notevoli anche le incursioni del visionario Wiliam Blake (1757-1827) e di Eugène Delacroix (1798-1863), ossessionato dall’Amleto e in particolare dalla scena del teschio, rivisitata in diverse occasioni. In questi casi, si tratta di autentiche operazioni critiche, di letture illuminanti e profonde di un medium (il teatro, o meglio la letteratura drammatica) attraverso un altro medium.
A metà percorso, una sala con quadri di irresistibile effetto kitsch è dedicata alla Bardolatria, con una mezza dozzina di opere ispirate alla reverenza per il drammaturgo. Sono testimonianze dell’affermazione di un culto che ha faticato ad affermarsi ma che ora pare inattaccabile (malgrado le voci contrarie di Tolstoj e Wittgenstein).

Angelika Kauffmann (1741-1807), Ritratto ideale di Shakespeare, Stratford-upon-Avon, Royal Shakespeare Company Collection.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2003-08-10T00:00:00

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