Quando in carcere si balla il can can

I pescecani con la regia di Armando Punzo nel supercarcere di Volterra

Pubblicato il 15/08/2003 / di / ateatro n. 056 / 0 commenti /
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QUANDO I DETENUTI BALLANO IL CAN CAN

«L’opera da tre soldi», ricordava Brecht nelle Note di regia, «mette in questione le concezioni borghesi non solo come contenuto, in quanto cioè le rappresenta, ma anche per il modo nel quale le rappresenta. E’ una specie di rapporto su quello che lo spettatore desidera che il teatro gli mostri della vita. Ma poiché egli vede contemporaneamente anche alcune cose che non desidera vedere, poiché cioè vede non solo rappresentati ma anche criticati i suoi desideri (vede se stesso non come soggetto ma come oggetto), egli è in grado, in via di massima, di assegnare al teatro una nuova funzione.»
Spettacolo dissacrante, violento, ironico, eccessivo, urlante la dignità dell’uomo calpestata da sempre in nome del denaro e del potere: con Pescecani all’interno del supercarcere di Volterra va in scena la tragedia dell’umanità (e dei suoi «ultimi giorni»), perduta per sempre negli abissi tra guerre, fame, ipocrisie, plusvalori.
Siamo dentro il carcere-bordello-caserma. Le pareti sono ricoperte di carta rossa. Il caldo non si fa attendere. Come in una passerella da spettacolo di varietà sfilano tra il pubblico seduto in gradinate provvisorie e tavolini da bar, gerarchi e uomini in alta uniforme, soldati della Grande Guerra, reduci e mendicanti. Un momento poetico: «Che vita di merda/non poter baciare le labbra di una donna, andare in giardino e dire: “Io sono libero”», mentre l’orchestrina di Pomarance suona una canzone di Cocciante.
Siamo nella Germania anni Venti. Quella raccontata da Canetti ne Il frutto del fuoco. Ed ecco Bertold Brecht e Kurt Weill: l’apertura è un omaggio all’Opera da tre soldi con la ballata del pescecane dai denti affilati e Mackie Messer dal coltello nascosto, cantata dall’attore che mostra fieramente al pubblico il pescecane tatuato sul petto. Il musicista e pianista Vincenzo Lo Monaco lo accompagna regalando siparietti da avanspettacolo, attaccando con battutte infilate una dietro l’altra, il potente-pescecane di turno (Berlusconi), le questioni politiche nazionali (l’indultino!), le gaffe al Parlamento europeo (quella con Schultz, degna di un vero maestro del cabaret). I song di Kurt Weill sono riadattati alla lingua italiana e al dialetto meridionale e incastonati come gemme a ornare questo nuovo genere teatrale «trasversale», a metà tra la ballata politica e il musical: il pubblico è travolto da un tourbillion di citazioni e parodie shakerate con grande irriverenza. Entrano tra lo sconcerto (e il divertimento) del pubblico le danseuse!
I detenuti-ballerine di can can con piume di struzzo e lustrini da cocottes e boys in frac su un podio a gradinate, fanno rivivere la Bélle époque, mentre continuano a passare senza sosta, come ne Gli ultimi giorni dell’umanità di Kraus-Ronconi, capitalisti e guerrafondai dal ghigno infernale e minaccioso, insieme con preti e cardinali immorali, proprietari ricchi e lussuriosi, deformi caricature della feccia della società che ha ammorbato – e continua ad ammorbare – il mondo. Davanti a noi maschere terrifiche di morte alla Ensor, tableaux vivanta dalle tinte stridenti, espressioniste, scene di strada berlinese alla Kirchner, ritratti antimilitaristi crudi e impietosi alla Dix. Tutti quanti, disastrati, prostitute e papponi sfilano con cartelli in mano alla maniera del Proletariches Theater di Piscator con scritte inneggianti a massime e valori di una discutibilissima etica tratti dai Song brechtiani, per esempio dal Canto dell’insufficienza degli umani sforzi: «Compassione: quando si compatisce si perde forza»; «La compassione umana non esiste»; «Cosa è cattivo? La debolezza. Che cosa è la felicità? La potenza che cresce»; «L’uomo non è buono abbastanza. Dunque dagliene sempre di più».
Poi ancora, intermezzi, siparietti da cabaret, omaggi al «clown metafisico» Karl ??? Valentin, scenette da «oggi le comiche», passano il testimone a canzonette sanremesi suonate e cantate dalla seconda orchestra rock in scena.
Lo spettacolo, come già l’opera di Brecht, è un processo al finto pietismo e alla complicità al sistema corrotto; una condanna senza appello all’egoismo, all’avidità, alla falsa integrità morale, alle ingiustizie legittimate e ai compromessi tolleranti per proclamare un messaggio politico e sociale utopistico di una società senza classi.
Ecco passare in rassegna i volti senza tempo del male (sarà per questo che vengono citati passi anche dall’Apocalisse di Giovanni), ecco rappresentata la scala sociale dell’umanità, la «torre del denaro»: dall’imprenditore avido a chi possiede solo la nuda vita. Ed è la stessa vecchia storia: il capitalista guadagna sempre a spese di qualcuno. La denuncia è, come da vero teatro politico, esplicita: «I potenti provocano la miseria ma non possono vederla»; «Il capitale ha reso così il mondo. Vergognatevi!»
Balletti, corpi allenati e acrobatici trasportano con leggerezza e allegria dalle atmosfere intriganti e fumose di Cabaret di Bob Fosse con Liza Minnelli a quelle di film gangster con Al Pacino. Al pranzo di nozze di Mackie Messer tutti divorano e si abbuffano, consumano piaceri, si accoppiano a due o a mucchi: «Nella nostra epoca la sessualità», ricordava Brecht, «rientra indiscutibilmente nel dominio del comico».
Nella proposta del carcere-bordello si coglie anche la colta citazione dei soggetti grotteschi di un allucinato realismo e la violenta critica sociale di Grosz, intimo di Brecht, Kraus e Canetti, nel clima del movimento della «Neue Sachlichkeit» della Repubblica di Weimar: le luci accentuano all’estremo i tratti fisici dei personaggi mentre la prospettiva sghemba del letto in bilico sull’alto della struttura deforma quello spazio dove si mette in scena la carnalità. In sottofondo, appena sussurrata, la musica di un’improbabile Cielo in una stanza cantata da Carla Bruni in languido francese.
Gran finale a sorpresa: il pubblico è trascinato dai detenuti-attori in un liberatorio ballo e canto collettivo dal ritornello più che ironico: «Son fuori dal tunnel!»
«La struttura primordiale del potere, il suo cuore e il suo nucleo – la difesa del potente a spese di tutti gli altri –, si è spinta all’assurdo e giace in frantumi. Il potere è più grande ma è anche più fuggevole che mai. Tutti sopravviveranno o nessuno» (E. Canetti, Massa e potere).

I pescecani dall’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht
Regia di Armando Punzo
Compagnia della Fortezza
Volterrateatro, luglio 2003

Anna_Maria_Monteverdi

2003-08-15T00:00:00

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