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Alpe Adria Puppet Festival 2003

Pubblicato il 04/10/2003 / di / ateatro n. 058 / 0 commenti /
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Storie narrate con foglie, corde, pezzi di bambù; borse per l’’acqua calda che diventano pupazzi; un Orfeo fatto di ombre; un intero spettacolo costruito sul gioco di carta-sasso-forbici. Siamo a Gorizia, naturalmente, una delle capitali europee del teatro di animazione e di figura, dove l’’Alpe Adria Puppet Festival, lontano dalle polemiche che hanno accompagnato le principali rassegne dell’’estate teatrale italiana, continua a proporsi come incrocio di esperienze e generi, di tendenze e geografie culturali.

Reinventare il mito: Canto a Orfeo del Teatro d’Ombre di Torino, ideazione, drammaturgia e regia di Massimo Arbarello e Paola Bianchi.

Non che manchino i problemi, a cominciare da quelli economici che hanno impedito l’ormai tradizionale, festosa conclusione transfrontaliera tra Gorizia e Nova Gorica, e da un rapporto ancora da sviluppare tra il festival e la stessa città giuliana. Ma il lavoro che Roberto Piaggio e Antonella Caruzzi pazientemente conducono con l’’obiettivo di riportare il teatro di figure tra le forme espressive della contemporaneità offre sempre uno spaccato interessante di quest’’arte antica e multiforme, capace di rinnovarsi coniugando mimo e teatro d’’ombre, cabaret e animazione, videoart e teatrodanza. Anche per questo le produzioni, le ospitalità internazionali, il recupero di un patrimonio straordinario (basti ricordare il progetto di creazione, a quasi cinquant’anni dalla morte di Vittorio Podrecca, di un centro europeo intitolato al suo nome che raccolga a Cividale centinaia di marionette, bozzetti, documenti e insieme diventi un luogo di formazione, ricerca e promozione) meriterebbero maggiore attenzione da parte delle istituzioni e della critica.

Reinventare il romanzo: Don Chisciotte – una storia per un sogno del Teatro del Mediterraneo (Torino) con Beppe Rizzo.

Tra le linee di forza di questa dodicesima edizione del festival va segnalata la sempre sorprendente capacità di reinvenzione dei classici per bambini, dalle fiabe di Andersen (La pastorella e lo spazzacamino dello Zasyrova Jedovate Divadlo di Praga) ai canovacci ottocenteschi (La colombina furiosa dell’ADM! di Cervia), dal Pulcinella di Luca Ronga al piccolo principe nel Viaggio in Aereo della compagnia ravennate Drammatico Vegetale, fino a un Alì Babà del Teatro della Tosse di Genova con i burattini disegnati da Emanuele Luzzati.

Reinventare le favole: Il gatto con gli stivali.

Emerge con crescente consapevolezza l’’importanza del rapporto attore-marionetta, alla ricerca forse di una ridefinizione teorica di questi teatri spesso più vivi di quelli ‘maggiori’ proprio perché imperfetti e marginali. Così nella rilettura grottesca del Lear presentata dal MatherialTheater di Stoccarda la struttura formale si basa sulla continua sovrapposizione e separazione di ruoli e figure dei personaggi-attori e dei personaggi-pupazzi. Karin Ersching in Second hand puppets condivide una parte del corpo con un grande pupazzo, quasi un gemello siamese, creando una metafora viva della propria arte.
Ma il tratto più innovativo sembra rivelarsi nella riscoperta e nel riuso di materiali quotidiani o di scarto nelle pratiche manipolatorie e di animazione. Claudio Cavalli, che ha debuttato in prima nazionale con le Storie della Genesi (dove dialogano ebraismo, islam e scienza), fa nascere giardini, costellazioni, città dagli oggetti informi e confusi buttati via dagli uomini. Le marionette di Antonio Panzuto rivivono le loro Mille e una notte in un’ambientazione di corde, lampade, foglie.
L’’esito più radicale è tuttavia l’Idio-Tisch dell’austriaco Christian Suchy. Il personaggio in scena è incapace di fare il giocoliere e il saltimbanco, ma attorno a lui gli oggetti si animano, vivono incontri e conflitti, passano da silenzi metafisici a sfoghi di pura aggressività. Il tedesco idiotisch significa idiota, ma ha in sé anche il termine tisch, tavolo.
Su un tavolino prendono infatti vita gran parte dei personaggi di questo spettacolo duro e divertente. Un teatro dell’’assurdo senza testo e senza personaggi umani, come sarebbe piaciuto a Beckett. L’’attore assume i tratti del nanetto posto sul proscenio a indicare al pubblico il preciso punto di vista da cui scaturisce questa visione tragicamente postmodern di un interno domestico.
Una borsa per l’’acqua calda, gialla e quasi interattiva alla manipolazione spasmodica dell’’attore, incontra i marziani, che sono delle arance atterrate a bordo di una astronave-catino. La violenza di un coltello che sventra un marziano farà vomitare alla borsa la sua acqua dentro l’’ufo rosso ridiventato catino. Lo straccio per asciugare il palco diventa un rospo saltellante, un mostro grigio.
Un nodo in un angolo ed ecco la testa di un uccello, che svolazza un po’’ prima di schiantarsi sul fondale. Suchy travolge le convenzioni rappresentative con una gestualità inconsulta e una tecnica sporca, regolate però da una sensibilità verso la poetica degli oggetti che richiama alla memoria l’universo di Munari. Da una parte colpisce la precisione geometrica nell’’accostamento spaziale di oggetti e forme: l’’arancia perfettamente all’’incrocio delle gambe dello sgabello, la prospettiva del nanetto accuratamente calcolata. Dall’’altra l’’uso funzionale creativo delle piccole cose incontrate in un orizzonte tutt’’altro che pascoliano, piuttosto giocosamente industriale: le palline da ping-pong, l’’imbuto, il bacile, coi loro colori chimici che sembrano contagiare e rendere inorganici persino il giallo del limone, l’’arancione delle arance.

Fernando_Marchiori

2003-10-04T00:00:00

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