Le recensioni di “ateatro”: Le Dernier Caravanserrail

regia di Ariane Mnouchkine, Théâtre du Soleil

Pubblicato il 04/10/2003 / di / ateatro n. 058 / 0 commenti /
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L’inestinguibile ondata migratoria di profughi e disperati d’ogni continente, che si riversa ormai da molti anni sul territorio privilegiato della vecchia Europa, ha invaso ormai anche le scene di molti gruppi e registi teatrali, sensibili più dei governi all’odissea di questa gente di tutte le etnie e le età. Da Marco Baliani alle Albe (bianche e nere) di Ravenna, da Peter Sellars a César Brie, diversi autori e registi s’interrogano su un fenomeno che destabilizza radicalmente, irreversibilmente, i fragili equilibri della convivenza tra i popoli, le culture e le lingue. Tra questi non poteva mancare Ariane Mnouchkine e il Théâtre du Soleil, fin dalle sue origini avamposto di un teatro concepito come laboratorio di riflessione e impegno civile, mai subalterno ma nemmeno distaccato rispetto alle problematiche sociali e politiche della contemporaneità. Com’è sua consuetudine, ma forse più che in altre occasioni, il lavoro della Mnouchkine sul tema dell’immigrazione è un lavoro di lunga durata e di ampio respiro. L’idea portante è quella di far raccontare ai rifugiati (per guerra, persecuzione o per fame) ciò che accadeva nei loro paesi d’origine e quale causa li ha spinti ad affrontare l’odissea della fuga verso l’Europa. Infatti, quando noi vediamo i volti di questa gente, nelle immagini televisive o per strada, tutto pare confondersi in una massa indifferenziata, nella quale fatichiamo a distinguere nazionalità ed etnie. Eppure dietro a ciascuno di quei volti c’è una storia individuale e unica, spesso terribile, maturata all’interno di una tragedia collettiva, una storia che raramente può essere raccontata e che forse pochi vogliono ascoltare. La Mnouchkine e i suoi collaboratori danno voci e figure proprio a queste storie, nella loro lingua originaria (tradotta mediante i sottotitoli elettronici) e con una folta e affiatatissima schiera di interpreti che vengono da ogni parte del mondo. Poiché queste storie sono moltissime, quasi infinite, potremmo dire una sorta di nuovo patrimonio orale della civiltà (e soprattutto dell’inciviltà) del secondo millennio, la Mnouchkine ha voluto raccogliere quanto più materiale possibile dalle testimonianze dirette dei rifugiati, in forma scritta e verbale, dividendolo per aree geografiche di provenienza. Poi ha selezionato i materiali più emblematici, per ricavare da questi dei brevi episodi teatrali che possono essere rappresentati in modo autonomo oppure concatenato fra loro, come miniserie a puntate. L’insieme di tutti i “racconti” rappresentabili raggiunge il numero di cento (come i canti di un poema epico), per ogni replica, della durata media di tre ore, vengono scelti una ventina di episodi, secondo differenti combinazioni, in modo tale che lo spettacolo non è mai rappresentato per intero (lo spettacolo con tutti gli episodi durerebbe più di quindici ore) e ogni volta “viaggia” tra vicende e luoghi diversi. Molta parte di questi racconti sono stati raccolti nel campo profughi di Sangatte, nel nord della Francia, uno dei “luoghi” principali in cui sono ambientati gli episodi teatrali, insieme alle terre di confine come Calais o di passaggio come la Grecia, l’Oceano Indiano, gli altri “luoghi” sono soprattutto quelli delle recenti guerre, l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq, la Bosnia e poi l’est europeo disfatto dalla miseria: Mosca, la Bulgaria, l’Albania. Lo spettacolo ha un inizio straordinario e simbolico: gli attori, che di volta in volta si trasformano in macchinisti al servizio dei loro compagni di scena, corrono sul grande palcoscenico dispiegando su di esso un enorme telo grigio e agitandolo come un fiume arrabbiato, la colonna sonora (tutta rigorosamente dal vivo) fa soffiare il vento e scrosciare l’acqua mentre due “guide” mercenarie di un gruppo di profughi afgani cercano avventurosamente di far passare i loro “clienti” da una sponda all’altra del fiume, sospesi a una corda. Questo quadro, così dichiaratamente finto nella sua invenzione teatrale eppure così vero nel pathos che comunica, introduce subito alla dimensione poetica del grande racconto, dove i singoli, brevi e fulminanti episodi si alternano a frammenti di lettere scritti (elettronicamente) sul fondale e letti nella loro lingua originale. Continuamente, per tutto lo spettacolo, gli attori, vestiti negli abiti tradizionali delle varie etnie oppure nelle “divise” (tute o abiti recuperati) da profughi, attraversano la scena correndo, non è dato sapere da dove vengano e dove vadano, sono anime perennemente in fuga, perennemente alla ricerca di una terra. I personaggi protagonisti degli episodi si muovono invece in scena sempre ed esclusivamente su piccole pedane mobili (come rudimentali skateboard), abilmente manovrate da altri attori. Come per evocare il passaggio veloce ed effimero sulla terra, fantasmi in carne ed ossa che scivolano sulla superficie della terra, senza lasciare traccia, senza potersi radicare, irreversibilmente staccati da un suolo di appartenenza. Così appaiono e scompaiono anche alberelli veri, sinonimo di speranza o di disperazione. Questa è senz’altro una delle idee registiche più forti dello spettacolo, che si coniuga con un’analoga soluzione adottata per le scene: il palcoscenico rimane sempre vuoto, è solo provvisoriamente occupato da piccole scene mobili (anch’esse su ruote, trasportate dagli attori-macchinisti) che sono frammenti di spazi, così come i dialoghi sono frammenti di storie. Un palo del traliccio della luce, una baracca afgana, un container per profughi, un gabbiotto della croce rossa, una cabina telefonica, una fermata di autobus, un pezzo di rete di confine divelta per il passaggio dei clandestini…, la scenografia è metonimica, una parte che evoca il tutto e lo riduce alla sua essenza, come un quadro tridimensionale o una scultura-installazione. Queste scene così leggere avanzano e arretrano, ruotano su se stesse, offrendo allo spettatore diversi punti di vista e spiazzanti sorprese. Tutto, la presenza umana, la sua voce, il suo ambiente naturale o domestico, appare e svanisce come sospinto da un soffio di vento. E su tutto prevalgono una crudeltà e una spietatezza che sembrano tanto inesorabili quanto insensate, come “se Satana si fosse seduto sulla nostra tavola” (lo dice un’ intensa poesia proiettata sul fondale). Insieme alle vittime innocenti, le donne e i bambini, anche i carnefici risultano a loro volta vittime dei concorrenti, ma più ancora sembrano vite perdute nell’accecamento prodotto dalle nuove divinità pagane del denaro, dai signori della guerra o dagli imperituri fanatismi “religiosi”. E’ un’odissea senza eroi e senza ritorno, che tende piuttosto all’apocalisse, un affresco animato di grande forza comunicativa, dove la complessa machina teatrale di questa famiglia molto numerosa che è il Théâtre du Soleil funziona perfettamente, con un rigore raro per le scene nostrane. Qui la limpida sobrietà e la disinvoltura degli attori, sempre bravissimi (li vediamo truccarsi ed entrare nei personaggi a lato della platea, li vediamo trasformarsi in atleti e macchinisti a seconda delle necessità del momento), esalta i valori poetici e drammatici della messinscena, evitando sia il mimetismo naturalista sia qualsiasi ombra patetica o retorica. Uno spettacolo “antispettacolare” che apre le finestre della nostra indifferenza o della nostra assuefazione al dolore altrui per farci vedere e sentire, quasi toccare con mano, quanto costa oggi per molti uomini, donne e bambini la sopravvivenza, non solo del corpo ma anche dell’identità culturale e della dignità umana.

Andrea_Balzola

2003-10-04T00:00:00

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