Le recensioni di “ateatro”: Le Dernier Caravanserrail

regia di Ariane Mnouchkine, Théâtre du Soleil

Pubblicato il 04/10/2003 / di / ateatro n. 058 / 0 commenti /
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Ariane Mnouchkine e il suo Théâtre du Soleil rappresentano da quarant’anni un modello di fedeltà a una idea di teatro e a un modo di concepire il rapporto con lo spettatore. Un teatro consapevole della propria specificità, ovvero del fatto di creare un rapporto di grande immediatezza e quasi complicità con il pubblico, e dunque sempre alla ricerca di una comunicatività immediata. Al tempo stesso, per raggiungere questo obiettivo, il punto di partenza sono le grandi tradizioni teatrali del passato, in grado di parlare direttamente all’essere umano: dunque la commedia dell’arte, ma anche le diverse tradizioni orientali, ma anche Shakespeare e Molière. A sostenere questo impegno è anche però un forte impegno etico, e dunque politico. Non tanto per utilizzare il teatro come mezzo di diffusione di un’idea o di una ideologia o posizione politica, quanto per utilizzare il teatro come occasione di conoscenza e di riflessione sulla storia, quella del passato e quella del presente, dai lontanissimi 1789 e 1793, fino ai lavori sulla Cambogia dei khmer rossi.
Il suo ultimo spettacolo, Le Dernier Caravanserrail (che si avvale al solito della collaborazione drammaturgica di Hélène Cixous), rientra alla perfezione in questo itinerario. Fin dal tema, la situazione dei profughi vista da un lato in rapporto con la Storia e dall’altro con i grandi luoghi della letteratura – in questo caso, ovviamente, l’Odissea.
Nella prima fase del lavoro Ariane Mnouchkine e i suoi collaboratori hanno condotto una serie di interviste in numerosi campi profughi(a Sangatte, in Francia, non lontano dall’imbocco del tunnel che conduce in Inghilterra, ma anche in Thailandia e Australia),
Il punto di partenza è il confronto con la realtà, un vissuto che entra nello spettacolo sia in quanto racconto di vita, attraverso le storie che troveranno forma nello spettacolo; sia in quanto corpi, perché gran parte degli attori sono per l’appunto profughi inglobati nella tribù del Théâtre du Soleil. La materia della vita, l’esperienza, il vissuto viene attraverso il teatro trova una forma: quella che ha deciso di dargli Ariane Mnouchkine è una forma duplice. Da un lato i racconti vengono narrati per brevi frammenti: sono brani di vita vissuta in Afghanistan o in Iran, in un campo profughi o sui marciapiedi di una grande città, di un realismo in apparenza fotografico – o meglio, da documentario, visto che sono ripresi dalla «vita vera», senza alcuna elaborazione poetica, con tutto il patetico e il tragico della vita (che in teatro paiono sempre un po’ eccessivi, forzati).
In realtà nella resa teatrale sono raffinatamente stilizzati. Per esempio gli attori (come le essenziali scenografie) vengono sospinti a servi di scena attraverso l’ampio spazi scenico sopra piccoli carrelli a rotelle, come se fossero i piedistalli delle figurine di un presepe; il movimento dei carrelli non segna solo l’ingresso sulla scena di un personaggio, o il suo percorso nello spazio; avvicinandosi o allontanandosi dal proscenio svolge le funzioni dello zoom cinematografico, spostando l’attenzione dal campo lungo al primo piano. Allo stesso modo anche l’intreccio delle storie – brevi sequenze abbandonate e riprese fino a comporre una sorta di minitragedia – rimandano al montaggio filmico.
La stilizzazione avviene anche a livello di gesti e comportamenti, in uno spazio ampio e astratto che valorizza la dimensione grafica, la geometria delle figure e dei movimenti.
Dall’altro lato, quella che viene rappresentata nel corso di una serata è solo una piccolissima parte delle vicende portate in scena dal Théâtre du Soleil: nelle tre ore delle repliche romane (rispetto alle cinque delle prime rappresentazioni alla Cartoucherie) tre o quattro storie rispetto alle quindici-venti portate in scena, le quali rappresentano certamente una scelta rispetto alle storie raccolte da Ariane Mnouchkine e soci, le quali a loro volta rappresentano una parte infinitesima delle storie dei milioni di profughi delle guerre di queste anni. La frammentarietà dello spettacolo non dipende, insomma, dallo scarso rodaggio dei raccordi (i frammenti di lettera e di poesia letti da una voce fuori campo, i febbrili attraversamenti da parte dei servi di scena che spingono i loro carrellini di qua e di là nel vuoto scenico); al contrario, è uno degli elementi essenziali del lavoro: rimanda a insiemi più vasti di eventi e di destini, che qui vengono esemplificati – e non tipizzati.
Il senso profondo dell’operazione sta proprio in questa umiltà: la consapevolezza che non esistono una storia o un destino esemplari, che sono tutti equivalenti. Queste vite improvvisamente sbalzate dal loro corso dopo l’impatto con la Storia (con una delle tante guerre del nostro tempo, con uno dei tanti regimi sanguinari del nostro tempo, con uno dei tanti integralismi del nostro tempo) hanno tutte lo stesso valore. Quel destino – la vita quotidiana che si fa impossibile a causa delle angherie dei fanatici e dei repressori, la fuga attraverso un torrente in piena, con poche cose e vecchi e bambini, la fatica e la paura, l’umiliazione del campo profughi, la miseria e la nostalgia dell’esilio – potrebbe accadere a chiunque di noi, in qualunque momento, e vale quanto il nostro. E’ vero, queste storie sono «tutte uguali», in fondo, riconducibili a quel grande archetipo narrativo che è l’Odissea. Che però è la vicenda di un vincitore. Qui i protagonisti sono le vittime, gli sconfitti, i fuggiaschi. E’ una storia vista dal basso, dal punto di vista di chi ha perduto tutto – o meglio, di chi ha conservato solo la memoria del passato – un passato che in alcuni casi è stato anche felice.
Tuttavia con Ariane Mnouchkine non si corre il rischio di un generico umanitarismo, anzi. Nello spettacolo, all’interno delle singole storie, non mancano precise prese di posizione politiche: contro la repressione e l’ottusità burocratica della politica sui profughi da parte dei francesi ma anche contro la violenza e l’arroganza sessuofobica dei taliban afgani. Insomma, da un lato il dolore e la violenza hanno responsabili e vittime ben precisi – esseri umani gli uni e gli altri. Dall’altro questo pulviscolo di esistenze (e di scelte individuali) porta alla creazione di questo «popolo di profughi» accomunati dalla fuga, dal vagabondaggio e dall’esilio. E’ nel tentativo di conciliare questi due piani l’ambizione di Ariane Mnouchkine, in uno sforzo che ricorda quello del Karl Kraus degli Ultimi giorni dell’umanità, il grande affresco dell’apocalisse bellica, narrato anch’esso per frammenti di cronaca. Dove però l’accento cadeva sulla distruttiva stupidità della violenza, sull’incapacità di misurare le conseguenza dei propri atti, su una frenetica follia suicida collettiva. Qui, invece, in questo mosaico dalla parte delle vittime, l’accento finisce per cadere sull’umanità dei personaggi, sulla loro disperata volontà di vivere, sul loro desiderio di normalità e felicità. Come se dai massacri e dai campi profughi, da questa umanità vera e concreta rispetto alle astrazioni della storia, potesse risorgere una speranza.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2003-10-04T00:00:00

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