Le recensioni di “ateatro”: Agamennone. Sono tornato dal supermercato e ho preso a legnate mio figlio

di Rodrigo García

Pubblicato il 01/11/2003 / di / ateatro n. 059 / 0 commenti /
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“Me gusta el hombre cuando el hombre es un animal: Me gusta el animal del hombre cuando folla y suda, … incluso cuando engaña … hasta cuando mata por venganza….” (“Mi piace l’uomo, quando l’uomo è un animale: Mi piace l’animale dell’uomo quando scopa e suda… persino quando inganna… addirittura quando uccide per vendetta”).

Come in Ronald el payaso de Mac Donald, anche in quest’ultima creazione della Carniceria Teatro, Agamennone. Sono tornato dal supermercato e ho preso a legnate mio figlio, sono i corpi umani a ergersi a protagonisti del lungo racconto scritto e diretto da Rodrigo García. Veicolano funzionalmente la sua forte e diretta presa di posizione contro la tragicità dell’essere umano vittima di quel “terrorismo consumistico” che lo costringe a vivere come gli si comanda, ad accumulare carrelli di prodotti inutili, andando contro alle proprie voglie, contro ai propri piaceri carnali, contro al proprio istinto.
“…compré pan integral cuando odio el pan integral, … Y compré papel higiénico perfumado, cuando yo no puedo limpiarme el culo con algo que huele a perfume … Y compré cien botellas de agua mineral, cuando en casa el agua corriente es cojonuda y se puede beber sin problema”. (“Ho comprato pane integrale, quando odio il pane integrale, … e carta igienica profumata, quando non riesco a pulirmi il culo con qualcosa che profumi … e ho comprato cento bottiglie d’acqua minerale, quando a casa l’acqua del rubinetto è buonissima e si può bere senza problemi”).

Come bestie scatenate, come animali selvaggi gli attori esplodono l’energia e la brutalità di gesti incontrollabili, spasmodiche acrobazie e rapide e inumane contorsioni, coniugando movenze atletiche ad agili strutture narrative, suggestioni a spiegazioni, immedesimazioni a visioni. Corpi snaturati da alchimie esplosive di cibi espellono una notevole quantità di significati, veicolano rapporti umani, urlano messaggi di speranza, scatenano istinti di rivalsa, disegnano racconti di vita. Questa fisicità nuda e appariscente, a tratti bestiale, riflette le trasformazioni del fisico umano, vittima del potere del danaro e dei prodotti del consumismo globale. Un martellante parallelismo tra ritratti umani snaturati dalla fame (i video proiettati sullo sfondo ci mostrano immagini di occhi incavati, di mani imploranti, di scheletri viventi), e corporature scultoree (i caschi blu dell’ONU che guidano le missioni di pace e solidarietà, esibendo le loro “straordinarie doti umane”). García proclama il ritorno a un’animalità primordiale, giustificando apertamente reazioni, aggressioni, istinti, ne fa il fondamento della propria idea di umanità. I suoi sono messaggi di denuncia, solide prese di posizione, violenti e carnali manifesti di propaganda antiterroristica; ma si parla di terrorismo dell’informazione, del consumo, del potere, di una tragicità insita nella storia dell’umanità, incarnata da questi cinque corpi (gli attori Rubén Amettlie, Nico Baixas, Gonzalo Cunill, Juan Navarro e Anne Maud Meyer) che si divincolano in un alternarsi continuo di ritmi e suoni, pause e vibrazioni. Ad aizzarli, bestie inferocite, animali feriti, insanguinati, le assordanti note del complesso catalano Standstill e il furibondo mix di immagini proiettate sullo sfondo.

In questa lucida e spietata visione non c’è via d’uscita, un’alternativa plausibile a questo lampante e sonoro manifesto di denuncia, soprattutto a causa di una dichiarata impossibilità di coesistenza tra potere, volontà e speranza. Questa è la società in cui viviamo: al centro sette potenze mondiali, raffigurate da sette alette di pollo fritto. Tutt’intorno la spazzatura, i resti di un’incomprensibile e iniqua distribuzione della ricchezza, quell’immondo cumulo di sudiciume e speranza a cui nessuno si avvicina.
“…porque para rescatar la Esperanza de entre tanta basura …, hay que soltar el dinero” (“perché per riscattare la Speranza da tutta questa spazzatura si devono sganciare i soldi”).
E questo non avviene. I soldi e il potere, restano ai potenti, la speranza e la volontà ai deboli.

Le nuove generazioni devono capirlo, il padre ha il dovere di raccontare al figlio come stanno le cose, come nasce la tragedia:
“…Y le explico que la TRAGEDIA empieza en el mundo industrializado, que la TRAGEDIA siempre ha empezado donde estaba el DINERO y la comida” (“…e gli spiego che la tragedia principia sempre nel mondo industrializzato, che la tragedia è sempre iniziata dove c’erano il denaro e il cibo…).
…e di picchiarlo se non capisce. “Palizas”, “Hostias”: (“legnate”, “botte”). Due delle parole più diffuse nel vocabolario del regista ispano-argentino, punto di partenza del suo ossessionante e impietoso gesto di ribellione sociale che, anche in quest’ultima produzione, si fa arte su un palcoscenico ridotto ad un immenso immondezzaio, cimitero di nazionalismi e imperialismi, speranze e illusioni.
E lo spettatore? Travolto, impressionato, imbarazzato dinanzi a tanta schiettezza, a tanto ardire, dinanzi a questa composizione di pulsioni sfrenate, sempre nervosa e guizzante, coinvolto direttamente e con continuità in uno show erotico, in un gioco di trasformazioni e significazioni costruite da un eccezionale amalgama di body-painting, video, musiche dal vivo e musiche registrate.

È questa la tragedia odierna. Una parabola scenica che smaschera i fautori di tanta disumanità: Bush-Agamennone, Berlusconi-Agamennone, Blair-Egisto e ancora Lady D.-Clitemnestra, Bin Laden-Egisto, Canale 5-Cassandra, Monica Lewinski … Associazioni chiare e forti, immagini di copertina, punta di un iceberg del potere che spinge inesorabilmente l’umanità alla deriva.
Agamennone. Sono tornato dal supermercato e ho preso a legnate mio figlio
di Rodrigo García
Una produzione Teatro Mercadante di Napoli, Fondazione Orestiadi di Gibellina e Carniceria Teatro
ex Italsider di Bagnoli (Napoli)

Alessandro_Romano

2003-11-01T00:00:00

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