Il gesto di Antigone

Sullo spettacolo del Living Theatre

Pubblicato il 20/12/2003 / di / ateatro n. 061 / 1 commento /
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Nell’Antigone del Living Theatre il gesto di Antigone è il gesto di disobbedienza all’editto di Creonte che stabiliva onori funebri per il corpo di Eteocle e l’abbandono di quello di Polinice, lasciato insepolto, ai cani e agli uccelli con il divieto di rendergli lamentazioni e tomba. Antigone in ginocchio mima, allungando alternamente le braccia verso terra, il gesto di raccogliere polvere per riporla dentro la bocca, e lo accompagna con un singhiozzo. La seconda parte del gesto è quella di versare, con le mani dalla bocca, la polvere raccolta sul corpo di Polinice.

Judith Malina legge l’Antigone (foto di Enrico Amici).

E’ un gesto in due tempi che si completa nella distanza. La prima parte durante il dialogo con Ismene, la seconda mentre Creonte chiede al consiglio degli Anziani di approvare il decreto. L’immagine su cui è costruito il gesto è quella dell’uccello che riempie il becco di cibo per ridistribuirlo ai suoi piccoli. E’ dunque un gesto materno, legato al nutrimento. E’ come se Antigone nutrisse il corpo del morto Polinice del cibo che gli spetta: la terra. La terra nutrimento dei morti. La sepoltura è un atto di nutrizione, dà al morto il cibo che è suo, quella terra che serve a ricoprirlo e ad aprirgli le strade dell’aldilà, il cibo per il mondo ultraterreno. L’immagine trova ispirazione nel testo: infatti è così che Antigone appare agli occhi della sentinella che veglia perché siano rispettati gli ordini di Creonte e nessuno effettui lamenti funebri e seppellisca il cadavere di Polinice. L’immagine è presente sia nella tragedia di Sofocle che nell’adattamento brechtiano:

SENTINELLA …Piangeva; il suono acuto desolato di un uccello che vede il nido spoglio dei suoi piccoli. Così anche lei, quando vide il corpo scoperto, ruppe in pianto e in maledizioni terribili contro gli autori del fatto. Subito porta con le sue mani altra polvere, e onora il morto con triplice offerta di libagioni, versate da una brocca di bronzo. (Sofocle, vv. 422-25, trad. di G. Paduano, Torino 1982)

GUARDIA …E poi ci appare lei, in piedi, che piange con acuta voce, come un uccello si lamenta al veder vuoto il nido, senza i piccoli. Così lei geme scorgendo il cadavere scoperto, e lo ricopre d’altra polvere spargendola tre volte dalla brocca di ferro, e seppellendo il morto.” (Brecht, trad. di M. Carpitella, Torino 1996)

Rispetto al testo, nello spettacolo del Living, l’immagine della madre che nutre si lega a quella della sepoltura. Così l’uccello toglie dalla propria bocca la terra per ricoprire il morto.
Questa ispirazione al testo può far pensare che la forma visiva non sia altro che una traduzione libera, interpretativa del testo, e ricondurrebbe uno spettacolo innovativo nel solco della tradizione, potrebbe addirittura rappresentare una contraddizione all’interno della ragione dello spettacolo.
Ma il rapporto fra testo e realizzazione dello spettacolo è molto più complesso. Nel testo il momento è cruciale: è in questo momento – quello in cui compie l’atto di ribellione alla legge – che Antigone viene arrestata. Nello spettacolo il gesto è separato dalla narrazione, o almeno non vi è così strettamente legato. La contemporeaneità tra seppellimento e richiesta di Creonte di approvazione del decreto sposta la successione cronologica dei fatti. Inoltre, avvenendo in due tempi e costituendo il singhiozzo un modo di dare il tempo all’azione, il gesto viene fortemenete svincolato dal testo, diventa il ritmo stesso di una intera sequenza – dall’incontro con Ismene all’approvazione dell’editto. Il gesto non è traduzione-interpretazione del testo, ma forma in sè, elemento ritmico del movimento, fatto e insieme metafora del tema della disubbidienza. Nello stesso tempo se serve a “caratterizzare la psicologia” di Antigone contemporaneamente non è gesto di caratterizzazione. Non è legato al personaggio in una funzione narrativa, ma emana dal personaggio a investire l’intera azione e quindi la coscienza degli altri (i ruoli impersonati dagli attori ma anche gli spettatori). Non è un gesto interiore del corpo, un segno dell’anima soltanto, ma un gesto che oltrepassa il corpo stesso dell’attore. In genere un gesto chiude l’attore nel suo compito di ruolo, qui infrange ogni ruolo. Non è un gesto in cui l’attore “è”, ma un gesto in cui l’attore si perde.
Inoltre aver scelto l’adattamento brechtiano rispetto al testo originale significa che il gesto non è “primo”, ma conseguente a “un primo”. Nella versione di Brecht la guerra fra Tebe e Argo viene sottratta al ciclo del mito tebano, e si configura come guerra di aggressione di Tebe contro Argo per il possesso delle ricche miniere di ferro; Eteocle e Polinice non guidano eserciti nemici, ma sono generali all’interno dello stesso esercito, quello di Creonte, che è il fautore della guerra di aggressione. Li divide la diversa posizione rispetto alla guerra di Creonte: Eteocle l’appoggia e muore in battaglia, Polinice la diserta e viene ucciso da Creonte in quanto traditore della patria. Se nel testo sofocleo il gesto di Antigone è il primo gesto di ribellione, prima che si ribelli Emone e il popolo tutto, in Brecht è il gesto derivato da quello di Polinice. Antigone ripete un gesto di ribellione contro la guerra. Il primo gesto è quello di Polinice. Il suo è soltanto il secondo. Polinice dunque rappresenta il padre di Antigone, il nido vuoto è l’assenza di un orgoglio, di una volontà di contrapporsi a una ingiusta violenza perpetrata soltanto a fini di conquista. Questo è il lascito di Polinice che Antigone raccoglie. Colei che nutre è colei che è stata nutrita. Ricopre, nutrendolo, quel cadavere che l’ha nutrita con il gesto, che ha pagato con la vita, di una civile coscienza.
La derivazione dalla versione brechtiana fa dunque del gesto il segno di questa coscienza, l’altro, il solo. E in questo senso si ricongiunge alla grecità e alla tragedia (ricordiamo la solitudine di Dikeopoli negli Acarnesi di Aristofane, colui che rifiuta la guerra dichiarata da Atene contro Sparta, che conclude una pace separata con i “nemici”, colui che da solo pensa diversamente da tutti gli altri). Si potrebbe dire che tale procedimento, invece di mostrare una cultura o legami tra culture, si fa cultura essa stessa nel patrimonio di conoscenza dell’uomo. Il teatro non è luogo dove si ripete un gesto (antecedente perché compiuto nel passato oppure perché reso icona da un mito o perché inventato da un autore drammatico che costituisce ormai repertorio), ma dove per la prima volta nel gesto vive – nel presente dello spettacolo – la cultura stessa dell’uomo. Di fronte alla moda attuale – anche teatrale – dell’intercultura, della multicultura e altri neologismi, il teatro del Living appare il luogo della cultura, che è unica, al di là delle mode e dei neologismi d’effetto, la cultura dell’uomo. Per questo quel gesto parla al pubblico di antiche conoscenze ma come nuova visione, come contemplazione di ciò che si possiede, il pensiero – il patrimonio di conoscenze ed esperienze – la storia – i poeti, ecc., come se fosse la prima volta. Lo straniamento brechtiano conosce qui una più profonda applicazione: non è il mondo circostante che va guardato con occhi nuovi per assumere nuova coscienza, è dentro di noi, non nel senso psicanalitico, ma in ciò che possediamo e che non sappiamo di possedere, nella scoperta del valore di quanto sappiamo. Così i Greci sono accanto a Brecht, così Sofocle rivive in Hölderlin e ambedue in Brecht, così l’uomo si fa “frankenstein” di se stesso e trova in sè il modo di costruire la “creatura”.

Fernando_Mastropasqua

2003-12-20T00:00:00

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