London Calling

Una corrispondenza

Pubblicato il 04/01/2004 / di / ateatro n. 024 / 0 commenti /
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Sarebbe utile per “ateatro” avere più info & notizie dalle capitali dello spettacolo. In questo numero inizia la sua collaborazione da Londra Francesca Lamioni (muchissimas gracias). Sono gradite candidature da altre città…
The Volcano Theatre Company
DESTINATION di Thomas Bernhard
Regia: Kathryn Hunter
Traduzione e aiuto regia: Jan Willem van den Bosch
Coreografia: Marcello Magni
Musica: Patrick Fitzgerald
Luci: Andrew Jones
Dove: Riversidestudios
Crisp Road, London W6 9RL
Dal 13 al 17 Novembre
Prezzo 14 steline ( 8 ridotti)
Box office: 020 82371111
Fermata metropolitana: Hammersmith
(District , Piccadilly, Hammersmith & City Line)
” Non è sufficiente che un gruppo di giovani percuota la testa a un gruppo di vecchi… tutto deve essere spazzato via entro domani”
La Compagnia Volcano è nota per aver prodotto un teatro di rottura ed è considerata una delle realtà più imprevedibili e provocatorie nella scena inglese contemporanea.
La compagnia ha partecipato a tour mondiali, con produzioni di successo come Macbeth: Director’s Cut, Private Lives, L.O.V.E., After the Orgy.
“Volcano è preziosa per la sua abilità di rendere fisici non solo sentimenti ma anche pensieri ed usa il testo con sapiente intelligenza. I suoi lavori non sono mai un’esposizione di corpi lungo la parete.” The Guardian
Destination è la prima inglese della traduzione di Thomas Bernhard Am Ziel (Alla meta), una delle sue pièce più audaci e satiriche. Benché quasi sconosciuto in Gran Bretagna, Bernhard è uno degli scrittori contemporanei di teatro più originali e tradotti. Il suo lavoro amalgama e mescola i mondi di Kafka, Beckett e Pinter, dando vita ad un bizzarro ritratto dell’umanità e del mondo moderno.
La regia è di Kathryn Hunter, nota per la sua collaborazione con compagnie come quella del Théâtre de Complicité e dello Shakespeare Globe.
Destination è una pièce di umorismo nero.
Una madre possessiva, accentratrice, frustrata e colma di rabbia per la vita che ha (o meglio NON ha) condotto si propone debole e malata mentre, in realtà, manipola e schiavizza chi le sta intorno. Istrionica, acuta e perversa: un perfetto tiranno.
Una figlia, a tratti lucida e ribelle ma demolita dai giochi di potere della madre e quindi, non solo incapace di liberarsi, ma anche morbosamente legata a lei in quanto unico legame affettivo resole possibile dalla sua condizione esistenziale. Tentativi di fuga rappresentati in acrobatiche arrampicate che finiscono sempre in tonfi sordi. Rapporto vittima/ carnefice coi suoi equilibri folli ma ben delineati, coi suoi ruoli e le sue dinamiche prestabilite.
Si inserisce un elemento di rottura: un giovane scrittore, invitato dalla figlia a trascorrere le vacanze nella casa sul mare.
Avviene uno scontro fra due personalità forti: la madre è contro la scrittura, la poesia, l’arte. è contro la possibilità di cambiamento, di ottimismo e di leggerezza: perché – semplicemente – lei conosce già tutto, ha già visto tutto e sa bene che l’entusiasmo del giovane non potrà cambiare il mondo. Però non sorride teneramente di fronte all’ingenuità di lui: le sue risate sarcastiche sembrano una disperata richiesta di aiuto. Non lascia trapelare nessuna stima verso i progetti del ragazzo, però lo ascolta. Non vuole che si avvicini alla figlia, però balla con lui con fare seducente.
Il ragazzo alla fine rimane irretito nella prigione: non come schiavo e neanche come redentore – semplicemente per espletare il ruolo che gli appartiene: come scrittore.
Infatti probabilmente è lui l’io narrante di questa storia che seziona una fetta di realtà e ce la descrive.
Mi piacerebbe interpretare questi tre personaggi alla “maniera antica”, un po’ alla greca. Vorrei vederli come aspetti psicologici presenti contemporaneamente nella psiche di ognuno, in continua lotta fra loro ma anche con una finale possibilità di assestamento ed equilibrio. Se queste tre figure le penso distinte e separate mi sopraffà una notevole angoscia perché ho come l’impressione che individualmente sarebbero destinate ad un’esistenza tremendamente squallida.
Se invece vediamo la madre come il predatore psichico (quella voce che urla NON CE LA FARAI MAI), la figlia come il bambino ferito (che riconosce il mostro ma non sa liberarsene perché mutilato) e il giovane scrittore come la capacità creativa
(quindi fuga e risoluzione della nevrosi attraverso l’arte) ecco che cosi’ il tutto acquisisce un senso.
Preferisco intendere il teatro come un processo alchemico della psiche, dove attraverso l’analisi della materia grezza si da inizio a un processo di trasformazione che conduce a forgiare materiale elevato e prezioso; oppure come una guarigione che avviene attraverso l’identificazione/fusione con “un altro”; o, per tornare ai Greci, un processo di presa di coscienza di cui condizione necessaria è il coraggio di guardare dritto negli occhi ciò che crediamo insopportabile da conoscere, accettare la sfida eroica di rompere il tabù che ci rende paurosi e impotenti per diventare padroni della nostra vita, guerrieri coraggiosi che non temono nessun mostro.
E POI…
All’interno del London Jazz Festival, 9 al 18 novembre, una serata gioiosa: in un’antica chiesa in stile gotico – Union Chapel – fra panche di legno e offerte per le missioni, si sono esibiti in tutta la loro potenza scenica Tricok Gurtu e Anjelique Kidjo.
I due artisti hanno già suonato e cantato insieme in passato ma questa è stata la prima mondiale di uno show “a quattro mani”.
In prima serata il percussionista indiano ha proposto una band di alta qualità:
la bravissima cantante solista Sabine Kabongo (afro/belga) del gruppo Zap Mania; un impeccabile Ravi Chary al sitar; Amit Heri alla chitarra elettrica e Hilaire Penda al basso. Gurtu è un percussionista sorprendente: fa jazz picchiettando con dita abilissime e veloci i piu’ disparati tipi di percussioni, creando ritmi incalzanti e suoni originali su melodie afro/indiane, con un pizzico di occidente “elettrico”. Grande padronanza della tecnica, languida magia d’oriente e personalità carismatica creano un prodotto gradevole e fruibile anche per un pubblico alle prime armi col jazz.
La regina dell’afro pop, originaria di un villaggio del Benin, Anjelique Kidjo ha elergito generosamente i pezzi piu’ caldi del suo repertorio (v. Batonga) , ha concesso a furor di popolo una sublime interpretazione di Malaika, ha proposto ritmi di Bahia e ha trascinato il pubblico a ballare con lei sul palco. Un corpo robusto ed energico che volteggiando in drappi multicolore ha contagiato la sala, costringendoci a lasciare le austere sistemazioni da messa per danzare nelle navate!
Anjelique ha fatto alcuni interventi interessanti sulla guerra, sulla necessità di non creare discriminazioni razziali e tantomeno religiose, sulla difficoltà che ha avuto- in quanto donna nata in Africa – a seguire la sua strada che l’ha portata al successo.
Dove: Union Chapel
Fermata metropilitana: Islington ( Victoria line)
Prezzo: biglietto unico 16 sterline
KODO DRUMMERS
Dove: Barbican Centre
Fermata metropolitana: Barbican ( Hammersmith & City, Circle Line)
Prezzo: da 15 a 30 sterline
Dal 16 al 18 Novembre
Da tempo avevo sentito parlare dei kodo drummers, avevo visto un documentario sulla loro vita nell’isola di Sado, in Giappone, dove – con disciplina e devozione monacali – coltivano quotidianamente, pazientemente la loro arte, tutt’uno con la loro vita. Non li avevo mai visti dal vivo ed è vero: un’esperienza da non perdere.
Il palco ospitava circa una decina di tamburi di dimensioni da macroscosmo a microcosmo: tamburi grandi, che rimbombano suonati con bastoni che sembrano mazze e tamburi sempre piu’ piccoli, appena sfiorati da bacchettine di legno sottile.
Dal forte, doppio battito primordiale che risuona nel cuore ( e che rappresenta il cuore che batte nel grembo materno) fino al ticchettio di una fitta pioggerella sul tetto di una capanna. E poi il mare, il vento, la danza: una rappresentazione della natura fisica, materica cosi’ come fisico è il rapporto viscerale fra suonatore e strumento, fusi in un abbraccio, in una lotta, in un continuo sfiorarsi, percuotersi e separarsi.
Preparazione atletica, precisione, coordinazione nel gruppo: perfezione.
La comunità dei Kodo vive in 25 acri di terra nella foresta della penisola di Ogi, a sud di Sado. La cerimonia inaugurale del villaggio è avvenuta nel 1988 e dalla prima struttura originaria oggi il complesso si è esteso e vanta cucine, dormitori, una libreria musicale, uno studio di registrazione, una sala per gli spettacoli. I membri del gruppo sposati fra loro hanno costruito casa nella terra circostante.
I Kodo effettuano una sapiente rilettura della tradizione musicale antica, inserendola nel contesto contemporaneo. Il loro atteggiamento sul palco è scevro da ogni divismo, egocentrismo, compiacimento virtuosistico: con un inglese elementare, sorrisi timidi e grande semplicità si sono accattivati la simpatia ed il calore del pubblico. Si percepiva la sacralità della scelta esistenziale compiuta e la totale dedizione ad essa.
C.D. di Kodo: Tsutsumi, Sai-so, Ibuki, Warabe, Blessing of the earth, Live at the Acropolis, Best of Kodo (1 e 2)
Pezzi interpretati: Zoku, Miyake, Idaten, Shamisen, Bird Island, Monochrome, Hiina-no-ko, Kariuta II, O-Daiko, Yatai-Bayashi
Musicisti: Kazunari Abe, Sachito Abe, Takeshi Arai, Yoshikazu Fujimoto, Tsubasa Hori, Kazuki Imagai, Ryutaro Kaneko, Mitsunaga Matsura, Tomohiro Mitome, Tetsuro Naito, Akira Nanjo, Ayako Onizawa, Eiichi Saito, Hideyuki Saito, Yoshie Sunahata, Kaoru Watanabe.
KODO
148-1 Kanetashinden, Ogi, Sado Island, 952-0611 Japan
tel. +81 0259-86-3630
fax. +81 0259-86-3631
European enquiries: kodo@diorama-arts.org.uk

Francesca_Lamioni

2004-01-04T00:00:00

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Tag: Londra (10)


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