Le recensioni di “ateatro”: Peccato che fosse puttana di John Ford

Regia di Luca Ronconi

Pubblicato il 16/01/2004 / di / ateatro n. 062 / 0 commenti /
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Peccato che fosse puttana è uno spettacolo per molti aspetti tipico del Ronconi di queste stagioni. Intanto è un lavoro su commissione (dopo la trilogia classica realizzata a Siracusa e Amor nello specchio allestito a Ferrara), come se per il regista non fosse diventato troppo difficile sviluppare una autonoma progettualità al Piccolo Teatro, di cui pure è direttore artistico. Nel caso specifico, l’occasione è venuta dalle celebrazioni per il Teatro Farnese di Parma, dove lo spettacolo ha debuttato la scorsa estate. La celebre sala ha ispirato a Marco Rossi una scenografia lignea che in qualche modo riflette l’architettura che ospita lo spettacolo, come era già accaduto, per esempio, con il Teatro Argentina per Le due commedie in commedia e per il Teatro Carignano per Misura per misura.

La coppia Annabella-Puta: Nicola Russo e Riccardo Bini, Barbara Valmorin e Laura Pasetti.

In secondo luogo la coproduzione (che coinvolge, oltre al Piccolo e al Teatro Festival di Parma, lo Stabile di Torino e il Mercadante) ha permesso di lanciare un’operazione produttivamente assai ambiziosa, con lo spettacolo recitato a sere alterne da un doppio cast: uno tutto maschile, cioè con due attori a interpretare i ruoli femminili, la giovane Annabella (Nicola Russo), la più anziana Puta (un travolgente Riccardo Bini) e Ippolita (Pasquale Di Filippo), la seconda invece con i ruoli più prevedibilmente affidati a due attrici, Laura Pasetti, Barbara Valmorin e Pia Lanciotti. L’inevitabile richiamo, per il primo cast, è al teatro elisabettiano – o meglio, in questo caso carolino, visto che con questo testo scandaloso siamo alla vigilia della rivoluzione puritana – dove alle donne era notoriamente vietato salire sulle scene. Anche se poi, con il tipico pudore ronconiano, Nicola Russo non spinge affatto sul pedale del travestitismo, anzi, si abbandona sobriamente al ruolo senza ammicchi o strizzate d’occhio. Per Ronconi (e della sua mentalità sperimentale) non si tratta certo di inseguire una esperienza teatrale storicamente determinata e dunque irripetibile, quanto di proseguire l’indagine sul rapporto tra l’attore e il personaggio, seguendo il filone inaugurato dalle Baccanti con Marisa Fabbri unica interprete all’Ignorabimus per un cast tutto femminile, e proseguito – per certi aspetti – fino alla costruzione del personaggio della protagonista in Quel che sapeva Maisie.
A questo aspetto, la regia ne intreccia uno che vi è collegato, quello della coppia e del doppio, individuato come leit-motiv strutturale del testo. Come al solito, Ronconi evita ogni tentazione naturalistica o piattamente psicologica, così come ogni tentazione di attribuire al testo un significato univoco e unificante, un qualche «messaggio». La rappresentazione non mira alla mimesi del reale, ma parte da una analisi che mette in luce la forma e la struttura del testo (individuando regolarità e irregolarità). Dal punto di vista visivo, questo si traduce in due operazioni parallele. Da un lato si tratta di occupare e attraversare lo spazio con figurazioni e movimenti che rendono conto della struttura del testo e dei rapporti tra personaggi. In secondo luogo le arti visive nella loro stratificazione storica forniscono una serie di riferimenti iconografici (ma anche modelli di posture e gestualità) che sovrappongono al testo parlato un codice visivo che a volte lo sottolinea e a volte lo decostruisce.
Nel leggere la vicenda scandalosa dell’incesto tra i due fratelli, Ronconi evita il maledettismo trasgressivo e vagamente luciferino che appassionava i romantici. La coppia Giovanni-Annabella si trova piuttosto al centro di un gioco di coppie, di cui è al tempo stesso l’archetipo e la negazione. Perché le altre coppie individuate nel testo di John Ford (a cominciare da quelle che hanno per fulcro i tre pretendenti di Annabella, il giovane Soranzo e l’ambiguo servitore e mentore Vasquez, il soldato Grimaldi e il Nunzio che lo protegge, il duo comico del giovane Bergetto e del suo servo Poggio, ma anche quella tra Annabella e la sua fantesca Puta, tutte legate da rapporti esplicitamente o velatamente omosessuali, come indicano le prime scene, e via via le altre coppie) sono tutte in qualche modo sbilanciate, tra un giovane e un vecchio, un allievo e un maestro, un servo e un padrone. Questo squilibrio innesca meccanismi volutamente ambigui: perché i vecchi sono anche, al tempo stesso, invidiosi dei giovani – che per certi aspetti rappresentano un doppio perfetto, o almeno una coppia pefettamente complementare –, e in un mondo senza morale ma con molte ipocrisie (non molto diverso dalla città del caso Parmalat, verrebbe da aggiungere) la pulsione distruttiva – più o meno consapevole – di questi cattivi maestri diventa uno dei motori dello spettacolo.

Questa dinamica strutturale dei personaggi innerva i loro movimenti nello spazio. La scenografia, dove Luca Rossi ha ripreso la struttura del praticabile articolato e digradante già sviluppato nel Candelaio, consente nel suo ampio sviluppo in profondità di costruire movimenti quasi cinematografici tra primi piani (quando l’attore si spinge in proscenio), campi medi e campi lunghi. Anche i percorsi degli attori seguono cinematograficamente le linee guida della scenografia: zoomate nella direttrice che scende verso il pubblico e carrellate quando la scena viene attraversata; ma anche percorsi circolari per creare nei dialoghi campi e controcampi.
E’ un articolazione che (grazie anche all’accurata e sciolta traduzione di Luca Fontana, che alterna versi e prosa) valorizza alla fine l’intelleggibilità dell’intreccio, di un meccanismo romanzesco che – quasi partendo da un fatto di cronaca nera – procede verso l’immancabile massacro finale. Anche se di questa «tragedia della vendetta» Ronconi non privilegia certo gli aspetti truculenti, sottolineando piuttosto gli intrighi amorosi quasi da commedia.
Peccato che sia una puttana è uno spettacolo che illustra perfettamente il «metodo Ronconi», con la presa d’atto della crisi della rappresentazione, le sottigliezze di una dissezione analitica del testo e la capacità di reinventarle in una dinamica scenica. Quasi a compensare la crisi della rappresentazione con l’invenzione di macchine teatrali affascinanti e stupefacenti, alla continua ricerca di effetti speciali che – più che commuovere ed emozionare – spiazzano e affinano la percezione dello spettatore.

Peccato che fosse puttana
di John Ford
Regia di Luca Ronconi
Milano, Teatro Studio

Oliviero_Ponte_di_Pino

2004-01-16T00:00:00

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