Il sistema teatrale italiano nell’era Berlusconi

Perché un dossier sull’organizzazione del teatro?

Pubblicato il 17/01/2004 / di / ateatro n. 062 / 0 commenti /
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Sgombriamo subito il campo da un equivoco: la necessità di fare un punto sulla situazione organizzativa del teatro italiano dopo due anni e mezzo di Governo Berlusconi non corrisponde alla convinzione che la vita o la sopravvivenza del settore sia riconducibile ai suoi rapporti con lo Stato, o con il potere politico in senso più lato: per fortuna o purtroppo (sarebbe un bell’alibi) non è così.
Ma, se il teatro è ancora un po’ lo shakespeariano «specchio» della società – o se lo è ancora di più oggi, come ogni tanto sostiene qualche ottimista –, se ci aspettiamo a maggior ragione oggi dal teatro parole e emozioni che mettano un po’ d’ordine nel brusio informativo, se tutto questo e niente di meno è il compito del lavoro teatrale (e sono le opere a dirci se e come lo assolve), l’organizzazione e le istituzioni del teatro sono la cerniera che da sempre lo collega al potere e la sua vita materiale è un efficace sismografo di questa relazione.
Nel corso di questi due anni e mezzo, non ci è sembrato di vivere cambiamenti epocali, eppure ci diciamo sempre più spesso: «Questo solo sei mesi fa non sarebbe stato possibile».
Nel teatro e nell’organizzazione del teatro, sembra che non sia successo niente, anche perché avvezzo da secoli al passaggio dei Principi e trasformista per natura e per necessità di sopravvivenza. L’immagine ufficiale e predominante che il settore tende a dare di sé (dove e quando gli si consente visibilità) è prevalentemente allineata e funzionale al consenso, un’immagine che di recente ha visto revival un po’ kitsch (molto organici all’attuale classe dirigente), nella mondanità demodée di qualche gala e nuovo premio.
Eppure sono successe tante «piccole» cose che ci danno la sensazione, oggi, che senza che nessuno progettasse o intuisse un disegno preciso (da discutere, appoggiare, contrastare), molto sia cambiato.
Questa sensazione, e la necessità di decifrare le microtrasformazioni, è all’origine del dossier che la rivista «Hystrio» pubblica in due puntate (n. 1 del 2004 con 35 pagine, la seconda sul numero successivo).
La riflessione è stata ordinata per problemi e aree tematiche e ha coinvolto numerosi collaboratori, ma è stato inevitabile procedere in modo frammentario e un po’ empirico. Le analisi di più ampio respiro, sono quindi integrate da dati, «casi», fatti, schede che ci sembra possano aiutare a comporre, come in un puzzle, una fotografia attendibile della realtà.

I pezzi scelti per ateatro sono quelli che sono sembrati più utili al dibattito in corso, fra i giovani gruppi e gli operatori che frequentano abitualmente il sito e non solo.
Partiamo da una riflessione e da qualche elemento informativo sul mercato e la sua evoluzione recente. Banalmente: perché di fronte a una situazione statistica in apparenza confortante, tutti si lamentano? Sono convinta che una riflessione più attenta sui dati possa offrire anche qualche suggerimento operativo.
Come «braccio esecutivo» del Ministero, e come emergenza reale, parliamo dell’ETI: cominciando un po’ dalla storia per capire meglio il presente (con un approfondimento sulla discutibile politica internazionale: vedi il caso Francia e il Théâtre des Italiens). Nel caso vi sfuggisse il finale dell’articolo, voglio anticipare con molta serenità la mia domanda tutt’altro che retorica ed estremista (realista piuttosto): non è il caso di pensare seriamente di sciogliere questo ente che costa una somma spropositata rispetto a quello che fa?
Sul fronte del quadro legislativo e dell’operato governativo, abbiamo ritenuto di non riportare l’analisi dettagliata, atto per atto, che troverete su «Hystrio», ma una prima informazione (preoccupata) su ARCUS s.p.a., la nuova agenzia governativa per i beni culturali (gradita anche alla sinistra), che potrebbe costituire una prima significativa rottura della gabbia del FUS, ma da cui temiamo – se non interverrà presto un regolamento chiaro – passeranno (e sono già passate in parallelo) le più svariate clientele.
Ci poniamo anche la fondamentale domanda «chi è chi», a governare il teatro (limitandoci per ora a Commissione Ministeriale ed ETI). ateatro ha promesso in diverse occasioni di dare spazio ai pettegolezzi, ma ha per la verità un po’ deluso le aspettative. Anche in questo caso abbiamo resistito (con un po’ di fatica per la verità) alla tentazione di allinearci alla linea Sgarbi, quindi non vi diremo chi è amante di chi, o compagno di scuola di chi (ci limitiamo alla segnalazione di qualche relazione legale ma significativa e a precedenti professionali o giudiziari facilmente reperibili su internet). Ci sembra interessante conoscere il profilo professionale dei pochi eletti (nel senso di nominati), che distribuiscono i pochi mezzi a disposizione: e poiché di poco si tratta, è a maggior ragione importante la qualità (competenza, conoscenza) di chi se ne occupa. A voi giudicare.
Ricordo solo che questi incarichi sono per legge attribuiti a esperti e sono incompatibili con l’esercizio di attività professionali collegate ai soggetti finanziati. Se nel nostro paese la percezione della competenza e del «conflitto di interessi» non fosse così bassa, io credo che più d’uno si dovrebbe dimettere. Il calo di qualità e la probabilità degli interessi personali, sono del resto un’inevitabile conseguenza dell’estensione generalizzata delle logiche dello spoil system: la scelta chiarissima di occupare tutte le poltrone disponibili e non lasciare il benché minimo spazio all’opposizione, a livello nazionale e locale (la sinistra – accusata di occupare tutti i posti della cultura – era un po’ più elegante). Il rischio che nel centro destra non ci sia un numero sufficiente di persone anche solo vagamente all’altezza dei posti da coprire nel settore culturale, è già una realtà, un po’ come negli ultimi tempi dei governi Craxi (ma non preoccupiamoci troppo per questo: c’è sempre il trasformismo).

Su «Hystrio» potrete trovare inoltre:
# la già citata sezione sui rapporti fra Teatro e Stato, completa di dati e analisi dei contributi (chi sale e chi scende, new entries etc.), integrata da uno scorcio sul livello locale (la situazione lombarda e milanese: davvero gravissima), e su quello internazionale, con una scheda sugli Istituti Italiani di Cultura all’estero (grottesca oltre che grave);
# la riforma della SIAE: tutti sappiamo che è stata riformata, quasi nessuno sa come e perché;
# la riflessione sul mercato (su questo numero di ateatro) e sulle politiche del settore è integrata da qualche domanda “tecnica” al professor Severino Salvemini, da un collage di citazioni dell’indimenticabile Benvenuto Cuminetti (quando dietro alla gestione di teatri comunali c’era un pensiero!), da una scheda sul Teatro Lirico di Milano.
Passando ai settori operativi del teatro italiano, abbiamo deciso di dare la precedenza a quelli più innovativi: con un’ampia sezione su «nuovo teatro», stabili di innovazione, teatro ragazzi e festival. Integriamo la riflessione sui festival con qualche scheda informativa: soprattutto vi suggeriamo di non perdervi il raffinato dibattito culturale interno all’INDA e i misteri del Reggio Parma Festival.
Hanno collaborato a questo numero del dossier, che io ho coordinato ma è stato curato sul piano redazionale per «Hystrio» da Roberta Arcelloni, Anna Chiara Altieri, Adriano Gallina, Maria Guerrini, Massimo Marino, Pier Giorgio Nosari, Vanessa Polselli.
Abbiamo rimandato alla seconda puntata (ma ve lo anticipiamo perché questa non vi sembri troppo lacunosa), una riflessione sugli stabili pubblici e privati (a proposito di conflitto di interesse, i CDA dei Teatri Pubblici sono senza dubbio il terreno privilegiato), le compagnie, la censura (e l’autocensura), il caso Biennale e la voce diretta dei politici (di governo e di opposizione) sui problemi sollevati.

Mimma_Gallina

2004-01-17T00:00:00

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