Ricche prebende e amici arraffoni: l’articolo di Gianfranco Capitta sul “manifesto”

Il CdA dello Stabile di Parma, l'ETI e l'Urbani style

Pubblicato il 26/01/2004 / di / ateatro n. 063 / 0 commenti /
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Sul «manifesto» del 25 gennaio, Gianfranco Capitta ha rilanciato i temi di ateatro 62 e dell’’intervista dell’«Espresso», aggiungendo ulteriori spunti di riflessione.

Rumori piuttosto forti fuori scena, questa settimana in Italia, anzi boati fragorosi. Per una serie di coincidenze temporali, sono uscite sui giornali una serie di informazioni e notizie assolutamente insolite come quantità, e molto pesanti quanto a «qualità». Quello spicchio piccolo ma significativo della cultura del nostro paese che è il teatro, è «nudo», o gravemente malato. Non nel senso del ritornello che da sempre si sente ripetere sulle sue carenze di di danaro o di talento, ma per certe imbarazzanti (e perseguibili o già penalmente perseguite) verità che si sono improvvisamente rivelate sui giornali, senza restare più chiuse nell’ambito dei gossip dietro le quinte dove da parecchio circolavano. Una notizia arriva direttamente dalle aule giudiziarie: il Teatro Due di Parma dovrà fare a meno di uno dei suoi consiglieri d’amministrazione, che è stato arrestato perché ritenuto un operoso responsabile del Parmacrack. La banca che era entrata in posizione preminente dentro il teatro per risanarne la precaria situazione finanziaria, è infatti quella stessa Banca del Monte che moltiplicava i fondi inesistenti dei Tanzi. La cui ditta del resto era e rimane il maggiore sponsor del glorioso Regio, dove il suo logo campeggia in tutte le scritte. Che «Parma Traviata» si debba dare una regolata (e forse anche qualche spiegazione e scusa al suo pubblico) non è solo una facile battuta di circostanza. Sul sito di Oliviero Ponte di Pino (www.ateatro.it) è comparsa invece qualche giorno fa una ampia e circostanziata inchiesta condotta da Mimma Gallina su informazioni tutte di pubblico dominio sulla rete, attorno a coloro cui il ministro Urbani ha affidato la gestione del teatro italiano, nelle commissioni ministeriali e nell’ente che storicamente ne ha il compito per conto dello stato, l’Eti. Ne esce un panorama sconfortante e scialbo di sconosciuti e di incompetenti, di raccomandati e di parenti di politici, di persone dai dubbi titoli e dalla rocambolesca «carriera». Così che non c’è da stupirsi se poi l’ente ha subito un tracollo, di immagine e soprattutto di bilancio, gestendo i grossi teatri che gli sono affidati e le attribuzioni che gli spettano per legge, in maniera arbitraria fino ad essere sconsiderata (con un elenco di favori facilmente riscontrabile alla sola lettura dei nomi beneficiari dei contributi). La denuncia di ateatro.it del resto si salda con le proteste del personale espresse anche pubblicamente, e con altri episodi denunciati venerdì scorso da una ampia inchiesta dell’Espresso sullo stato (e su molte nefandezze) delle scene italiane. In particolare si scopre che le sponsorizzazioni al teatro di altre società semipubbliche (nel caso la Lottomatica) venivano decise dalla stessa dirigenza dell’Eti sottobanco, senza che neanche venissero discusse e ripartite in consiglio d’amministrazione, ma a puro arbitrario parere (o simpatia) del direttore generale Angela Spocci. La signora, arrivata a una responsabilità così alta per volere di Urbani senza essersi mai occupata prima di teatro di prosa, si è distinta nell’ambiente per essere curiosamente attiva nel contrattare lei stessa, scavalcando i propri uffici, le compagnie che avrebbe ospitato dei teatri dell’ente. Anche senza considerare gli ormai epidemici conflitti di interesse, e i legami e le parentele tra buona parte di quella dirigenza e quei consulenti (nella commissione ministeriale c’è anche la moglie del vicepresidente leghista del senato Calderoli, drammaturga finora ignota ai più), è davvero un clima da basso impero. Sgarbi, per averne esplicitato una parte, ci ha rimesso il sottosegretariato nel ministero di Urbani. Ora che si scopre un’altra parte di questo iceberg di basso profilo, uno si aspetterebbe almeno qualche dimissione, o almeno una spiegazione. C’è pericolo che tutto si rinsaldi attorno a queste briciole maleolenti di sottopotere, o al massimo si affretti la strada di un commissariamento che non ha nessuna speranza di migliorare la situazione. Tutti abbiamo avuto modo di apprezzare l’Urbani style alla Biennale, nella liberalizzazione dissennata dei Beni culturali, nelle società di cultura (come l’Inda di Siracusa) che va trasformando in nome di una delega che dice di aver avuto da Berlusconi appena nominato presidente del consiglio. Una delega che si può riassumere nell’accumulo discrezionale e in poche mani di tutti i fondi disponibili per legge. Sarebbe bello che qualcuno dal centrosinistra si opponesse seriamente a questo tracollo di credibilità, per cercare di dare un finale migliore a questa vicenda. Uscendo magari dalla comoda buca del suggeritore, di inciuci naturalmente.

Gianfranco_Capitta

2004-01-26T00:00:00

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Tag: Ente Teatrale Italiano (38), ETI (40)


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