Parlate ora o tacete per sempre

L'editoriale di ateatro 63

Pubblicato il 10/02/2004 / di / ateatro n. 063 / 0 commenti /
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Cari amici, in queste settimane stanno succedendo cose strane e importanti. O meglio, cose normalissime ma che per il nostro paese e per il nostro teatro sono assolutamente straordinarie.
Una serie di articoli (a cominciare dal dossier di «Hystrio» – rilanciato in parte da ateatro – e dall’articolo di Riccardo Bocca sull’«Espresso») ha riacceso l’’attenzione su alcuni nodi irrisolti del nostro sistema teatrale e sull’’inadeguatezza di alcune personalità che ricoprono ruoli chiave.
Che la situazione del teatro italiano sia drammatica ateatro lo scrive da tempo. I problemi non sono nuovi, anzi: basta rileggere l’analisi stilata per il convegno di Ivrea del 1987 (vedi nell’archivio di ateatro i testi su Ivrea 67, Ivrea 87 e il documento che ha fornito la base per l’incontro di <Castigliocello del 2002, e tutta la discussione che ne è seguita, e ancora molti dei post dei forum di teatro).
Negli ultimi tempi, tuttavia, la situazione si è fatta sempre più grave. Ai mali antichi (il vuoto di progettualità, l’incapacità di aprirsi al nuovo, l’eterna crisi del teatro pubblico e la confusione di ruoli tra pubblico e privato, la lottizzazione politica, l’autogoverno lobbystico e corporativo) negli ultimi anni se ne sono aggiunti altri: la progressiva diminuzione delle risorse pubbliche, le conseguenze del maggioritario, una sensibilità sempre minore al conflitto di interessi, il sostanziale disinteresse di buona parte del centro-destra per la cultura (se non in termini di controllo o proiezione verso l’industria culturale e della comunicazione), la sensazione di una censura strisciante, e ruoli di grande responsabilità affidati a personale para-politico spesso scandalosamente incompetente.
[Una piccola parentesi. La simpatica rubrica Chi è chi non vuole raccogliere pettegolezzi (peraltro diffusissimi nel gossip che nutre l’ambiente), né produrre schedature politiche (anche se le nomine in tempo di maggioritario sono più che mai politiche), né additare questo e quello al pubblico ludibrio, né compiere un esercizio moralistico: si tratta semplicemente di sapere se chi gestisce il denaro pubblico ha la competenza necessaria, se c’è il rischio di conflitti di interesse, se ci sono ombre pesanti sul suo passato; dopo di che a ciascuno il compito di giudicare. Insomma, proviamo a esercitare un diritto del cittadino che paga le tasse e ha diritto di sapere come e da chi vengono spesi i denari pubblici. E’ un elementare esercizio di democrazia e trasparenza, che cerchiamo di condurre rispettando decenza e privacy.]
Dopo queste analisi e denunce, è successa una cosa importante: si sta riaprendo il dibattito sul nostro sistema teatrale. Gli interventi di autorevoli personalità su ateatro, l’incontro indetto per il 15 marzo alla Cemera dei Deputati, il tavolo più volte richiesto tra ETI e AGIS verrà finalmente aperto, la «Vertenza Teatro» aperta dalla stessa AGIS (per quanto vaga negli obiettivi e ancora chiusa in logiche corporative nelle modalità) rappresentano, nel loro insieme, una apertura inedita, una occasione unica e probabilmente irripetibile.
Il rischio è che questi incontri pubblici diventino parate per i «soliti noti», una sfilata dei sepolcri imbiancati che da anni controllano e bloccano il nostro sistema teatrale o – peggio ancora – una litania di querule lamentazioni.
Dunque oggi più che mai è necessario capire quello che sta succedendo, rendere pubbliche le posizioni di tutti, seguire lo svolgimento del dibattito. E, più ancora, partecipare alla discussione con analisi e proposte. Altrimenti sarà inutile continuare a lamentarsi (soprattutto in privato, perché a lagnarsi in pubblico si rischia di mettersi in cattiva luce), a sparlare del prossimo (sempre in privato, perché il pettegolezzo deve restare allusiva arma di ricatto, perché si suppone che tutti «abbiamo il nostro piccolo scheletro nell’armadio», evidentemente), a lanciare disperati e apocalittici appelli quando è troppo tardi.
In questa situazione ateatro offre ospitalità sia nei forum sia nella webzine a tutti coloro che vogliono portare un contributo costruttivo alla discussione. Cercheremo – sempre in collaborazione con «Hystrio» – di costruire un dossier e poi di raccontare quello che succede, mettendo questi materiali a disposizione di tutti. E’ una condizione necessaria perché tutto questo non si riduca a trattativa privata tra pochi eletti, con risultati prevedibili.

Scusate l’insistenza, ma l’occasione è irripetibile. Cari amici di ateatro, è soprattutto a voi che mi rivolgo. Parlate ora o tacete per sempre. Altrimenti le vostre lagnanze perderanno, ai nostri occhi, qualunque credibilità. Evidentemente godete a farvi garrotare lentamente, stagione dopo stagione, circolare dopo circolare, lanciando continui gridolini di dolore (o sono mugolii di piacere). E’ una tecnica – quella dell’autostrangolamento – utilizzata a volte per raggiungere l’orgasmo: forse è proprio nell’ultimo spasmo che sperate di creare il vostro capolavoro…

Per quanto ci riguarda, possiamo provare ad avanzare alcune modeste proposte.

GLI STABILI
I nodo secondo noi centrale è quello del teatro pubblico, cioè i teatri stabili pubblici e i teatri stabili di innovazione che dovrebbero costituire l’ossatura di un sistema teatrale sano. La seconda parte del dossier di «Hystrio» sarà dedicata per l’appunto proprio agli stabili. Si comincia con qualche aggiornamento informativo, con la segnalazione delle anomalie più gravi: come qualche evoluzione tutta «market oriented», o certe tendenze espansionistiche molto discutibili, o ancora nepotismi e presenze anomale nei CDA (che ospitano spesso e volentieri al loro interno la «concorrenza» privata, come se le diverse anime del teatro non potessero convivere e collaborare senza confondere i ruoli e inquinare i rispettivi territori). Ma ci saranno anche (dalle stalle alle stelle, o dal particolare al generale) alcune riflessioni di carattere più generale sui perché e sui come di un teatro pubblico che riteniamo necessario proprio come la scuola e la ricerca scientifica: oggi non possiamo dare per scontate le sue ragioni e funzioni, ma dobbiamo ridefinirle e reinventarle, soprattutto alla luce dei recenti esiti.
Perché la crisi del teatro pubblico è sotto gli occhi di tutti: gli stabili pubblici paiono incancrenirsi da decenni in una situazione di stallo, i teatri di innovazione hanno fallito l’obiettivo per cui sono nati.
E’ necessario dunque rivitalizzare il sistema, e non sarebbe poi così difficile. Condizione necessaria è abolire le inaccettabili rendite di posizione, oltre che certe assurde gestioni personalistiche e familistiche; e poi rispettare i ruoli e stimolare una concorrenza creativa tra artisti. Dunque questi enti dovrebbero avere un direttore artistico nominato per tre (o quattro) anni sulla base di un progetto accettato dal consiglio di amministrazione (o dai soci); il mandato potrebbe essere rinnovato una sola volta (la direzione artistica potrà così durare al massimo sei-otto anni, che è già un’eternità…). Il consiglio di amministrazione avrà dunque il compito di vagliare i diversi progetti, e verificare se quello prescelto viene realizzato in maniera soddisfacente (in questo modo, tra l’altro, si eviteranno anche gli sconfinamenti, sempre più frequenti, dei consiglieri d’amministrazione in ambito progettuale, una pratica che genera imbarazzanti conflitti di interesse).

L’ETI (& la BIENNALE & L’INDA)
La crisi dell’Eti – di cui hanno riferito in modo diverso sia «Hystrio»-ateatro sia «l’Espresso» e che è l’oggetto dell’interrogazione parlamentare della senatrice Franca Chiaromonte – è solo il sintomo più evidente di una situazione di generale disagio. Che sulla gestione dell’ente ateatro stia ospitando una discussione aperta, franca e (speriamo) costruttiva, è un segnale positivo, un’occasione da non perdere (e ci aspettiamo una replica da parte della precedente gestione dell’ETI, chiamata esplicitamente in causa da Luciana Libero e Domenico Galdieri).
Ma a che serve l’ETI? Oggi una quota così importante del FUS (9.474.000 euro, molto più di qualunque altro organismo) viene spesa quasi unicamente per programmare pochi teatri. Oltretutto l’ETI lo fa male, con la logica di un’agenzia privata e sospetti di clientelismo. Se quello che fa oggi l’Eti è questo, si tratta con ogni evidenza un ente inutile, che andrebbe abolito al più presto e le risorse che assorbe andrebbero utilizzate con maggior costrutto. In alternativa, l’Eti può fare una sola cosa: dismettere le sue sale (perché mai enti locali o realtà territoriali dovrebbero gestirli peggio? Perché non possono carico dei dipendenti necessari a far funzionare le sale?) e svolgere le sue vere funzioni di documentazione, stimolo e indirizzo sul piano nazionale. Va anche aggiunto che l’attuale gestione dell’ETI ha disatteso le stesse linee guida stabilite dallo stesso ministro (e che pubblichiamo in questo ateatro; a proposito, nel punto 9 dell’atto si parla di «una ricerca metodologica sulla specificità delle varie forme di espressione teatrale e di danza rispetto al cinema ed alla televisione al fine di promuovere l’integrazione e la contaminazione tra lo spettacolo dal vivo e lo spettacolo riprodotto e di valorizzare l’utilizzo integrato delle diverse professionalità artistiche e tecniche»: l’ETI l’ha commissionata? A chi? Ha prodotto qualche risultato?). Ma a questo proposito non ci è chiaro a cosa allude Luciana Libero quando accenna al «controllo della segreteria generale e dei funzionari anche presenti nell’Ente come revisori dei conti».
Va anche aggiunto che la situazione dei due altri grandi enti teatrali che dovrebbero costituire il fulcro del sistema teatrale italiano (e divorano una notevole quota dei finanziamenti pubblici al teatro), ovvero la Biennale e l’INDA, è ugualmente preoccupante. E al tempo stesso ridicola.
Lo stallo di questi tre grandi enti (i tre enti di cui il governo ha voluto mantenere un controllo dal centro) sia a livello direttivo sia a livello di programmazione è semplicemente scandaloso e si ripercuote negativamente sull’intero teatro italiano. Soprattutto perché si tratta di realtà con una forte proiezione internazionale, la porta principale della nostra cultura teatrale sul mondo esterno.

GLI ORGANI DIRETTIVI
E’ meglio il maggioritario o il proporzionale?
Il proporzionale voleva dire sostanzialmente lottizzazione: le poltrone negli organi direttivi (commissioni, consigli di amministrazione) venivano spartite in base al peso delle varie forze politiche, con alcune inevitabili e ben note patologie: programmazioni fatte per accontentare tutti (e peggio per non scontentare nessuno); un clientelismo che porta alla moltiplicazione e polverizzazione delle iniziative; la tendenza dei membri a farsi promotori (e spesso realizzatori) di precise iniziative.
Il maggioritario vuol dire che il vincitore piglia tutto, e che i contrappesi e il controllo forniti dal pluralismo delle presenze vengono a mancare. Maggioritario vuol anche dire che gli artisti devono rispondere direttamente a un potere politico arraffone, e che la loro autonomia viene di fatto fortemente limitata (a meno di non costituire comitati d’affari). Una prima conseguenza, sotto gli occhi di tutti, è la scarsa qualità del personale che i politici hanno infilato in alcuni ruoli fondamentali (dal Cda del Piccolo Teatro alla Commissione ministeriale). E’ altresì evidente che un meccanismo di questo genere rende più facili gestioni «discutibili» anche dal punto di vista amministrativo (e penale): è facile prevedere che gli scandali tipo ETI-Lottomatica aumenteranno, e che possono anche restare «impuniti» da una maggioranza blindata.
Il problema diventa drammatico davanti a una Commissione ministeriale che gode di enormi poteri e di una amplissima discrezionalità, e tuttavia conta dai suoi membri troppi «pesi leggeri» (o leggerissimi) dal punto di vista dell’esperienza e della competenze.
Un’altra conseguenza del maggioritario riguarda il rapporto tra gli eletti e i loro collegi elettorali. Queste problematiche sono state finora eluse (anche dall’opposizione), non solo per quanto riguarda la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, dove l’azione è da sempre scarsamente incisiva, ma anche nelle competenti sedi parlamentari, dove il di battito parlamentare troppo spesso si riconduce a casi e interessi specifici, di respiro localistico o puramente elettorale (è una chiave per capire le storture di Arcus spa).
Il correttivo, in tutti i casi, è uno solo: maggior trasparenza, vigilanza e controllo. Questo deve avvenire in due modi. Da un lato assicurando alla minoranza una adeguata rappresentanza all’interno di questi organi. In secondo luogo, il controllo deve essere esercitato anche dall’esterno, da una opinione pubblica che deve avere anche funzione di stimolo e proposta. Nel suo piccolo, ateatro cerca fin dall’inizio di svolgere questa funzione.

LA RAPPRESENTANZA
Il teatro italiano è stato governato in questi anni da meccanismi di autogoverno corporativo e lobbystico tramite l’AGIS. Sicuramente in democrazia forme di rappresentanza come queste sono necessarie, ma perdono il loro senso se finiscono semplicemente per avvallare l’esistente, e gestire in sostanza una politica da sempre filogovernativa, priva di strategia e ossequiosa con il potere. E’ una politica che – per limitarsi al dato fondamentale – ha subito una riduzione del 50% del FUS in 18 anni senza praticamente battere ciglio e avvallato gruppi dirigenti che – con le solite eccezioni, e non sempre consapevolmente – hanno ampiamente beneficiato della loro posizione, vedendo crescere i propri contributi e ignorando spesso i più elementari doveri di trasparenza (anche nei confronti dei soci): vedi la gestione dei fondi extra-FUS e del 4 per mille.
Forse il lobbysmo è l’unico sistema per governare il nostro sistema teatrale. Ma vista l’attuale crisi sarebbe almeno opportuno fare piazza pulita degli attuali vertici dell’AGIS e delle varie associazioni che lo compongono. Si può cominciare il nuovo corso con il tavolo di concertazione con l’ETI e dalla «vertenza teatro».
Sarebbe anche l’ora che tutti coloro che non fanno parte dell’AGIS (o che dall’AGIS non si sentono sufficientemente rappresentati) facciano finalmente sentire la loro voce.

Queste sono solo alcune misure minime, forse provocatorie e certamente discutibili. Speriamo che qualcuno si inventi qualcosa di meglio: ateatro cercherà con tutte le sue forze di rilanciare queste proposte e di raccogliere e presentare un ampio dossier da diffondere tra tutti gli interessati, sia attraverso il web sia (se ci riusciremo, speriamo in collaborazione con “Hystrio”) su carta.

Redazione_ateatro

2004-02-10T00:00:00

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