Roghi

Fiaba nera sul teatro italiano

Pubblicato il 19/02/2004 / di / ateatro n. 064 / 0 commenti /
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La tentazione di tacere per sempre è stata molto forte.
Non certo perché non ci sia nulla di cui parlare. Anzi.
Abbiamo preso tempo per studiare ogni intervento e conseguente scatenamento di risposte. Ci è stata necessaria una concentrazione titanica per leggere tutto il «pappone».
Riassumendo con forzata velocità: condividiamo tra gli interventi che ci precedono quelli più pratici, che propongono azioni e risoluzioni per scuotere il sistema ingessato (solo per citarne alcune: passare dai beni culturali al ministero del lavoro, uscire da rappresentanze incancrenite, difendere il concetto di teatro pubblico etc.). Azioni e risoluzioni estemporanee e ingenue forse, che presuppongono però il pensiero di un cambiamento. E quindi ci paiono per ciò stesso vitali, necessarie.
Eppure…la tentazione di tacere è molto forte.
Perché?
Perché ci martellano la testa alcune questioni di principio, che noi consideriamo preliminari a qualsiasi azione e risoluzione:

1) All’opinione pubblica italiana frega qualcosa del teatro?
Come mai proprio ora «l’Espresso», che ha imperversato all’epoca con le sue opinioni nella vicenda Martone/Teatro di Roma, scatena questa polemica sul teatro con nomi e cognomi, quando mai nessuno in Italia aspira a fare nomi e cognomi? (tanto meno noi “artisti” che come è noto nei corridoi diciamo tutto, ma in pubblico non sia mai… sempre pronti a leccare il culo).
Si parla addirittura di conflitto d’interesse, clan, parrocchie, lobbies – concetti così difficili da esprimere soprattutto nel mondo del teatro che ne è governato fin nel midollo.
Noi per l’articolo abbiamo gridato «wow!», la trasparenza, salvo poi chiederci come in ogni “mani pulite” che si rispetti: che stiano strumentalizzando il nostro settore, di cui obiettivamente non frega niente a nessuno, per qualche bega politica del momento?
Al cittadino italiano che paga le tasse… anche se mettiamo il caso non fosse uno spettatore di teatro… a questo cittadino frega qualcosa del teatro? Gli interessa sapere dove vanno a finire i suoi soldi, come gli interessa dei suoi soldi spesi per il calcio, o per la pratica del vetro soffiato di Murano, o per la scuola, o per il ponte sullo stretto? Il lettore dell’«Espresso» è stato colpito dall’articolo sul teatro? O se ne è già dimenticato?

2) Alle nostre rappresentanze frega qualcosa del teatro?
Il Governo di oggi ci scandalizza. L’ETI di oggi ci scandalizza. E fin qui spariamo sulla Croce Rossa. Ma in tutti gli anni precedenti cos’è successo di così illuminante per il teatro? Chi al governo si è mai preoccupato della necessità di risoluzioni politiche efficaci per permettere al teatro e quindi a una fetta di cultura del suo paese di sopravvivere, no anzi, di vivere dignitosamente, portando lustro all’immagine italiana? Cosa ha ottenuto l’AGIS per il nostro settore, cosa ha ottenuto e per cosa ha lottato si chiede giustamente la redazione di ateatro citando i numeri da barzelletta di un Fus degradante nei secoli? E l’ETI, la Biennale, l’Inda…?

3) MA SOPRATTUTTO: A noi teatranti frega qualcosa del teatro?
Ci interessa al di là di noi e della nostra libera e artistica espressione e del nostro sano egocentrismo?
Sentiamo già che vi state incazzando, ma la domanda non è così banale. E’ la domanda a cui si dovrebbe rispondere “sì”, salvo tacere per sempre.
Ma non basta rispondere sì.
Proviamo a chiederci: per quanto tempo i nostri cuori rimarranno infiammati da questi argomenti? O peggio già lo sono stati salvo poi sfiammarsi?
Per quanto tempo avremo voglia di dimenticare le nostre quotidiane miserie e di lavorare compatti e in prospettiva per dare davvero basi serie e condivise al nostro settore?
Quanti “no” riusciremo a dire, faticosi e penalizzanti anche ai padri, ai cugini, ai fratelli, al sistema?
Quanto riusciremo ad esporci pubblicamente, a rischiare pubblicamente con le nostre opinioni mettendo in secondo piano i nostri interessi, la paura del potere di cui siamo vittime, il fascino del sistema in cui vogliamo entrare, le poltrone su cui ci vogliamo sedere?
E più il nostro lavoro funziona, più queste domande aumentano, più siamo circondati da adulatori, da mezze verità, da compromessi a cui abbassarci.
Quanto siamo disposti a perdere per creare un altro sistema? E davvero facendolo perderemmo più di quel niente che già abbiamo? O forse il nostro niente è comunque troppo comodo, abbastanza caldo da mantenerci tranquilli e inoffensivi per sempre.
Questi sono i dilemmi.
Un sistema alternativo a quello odierno è forse possibile. Il forse è dato dal fatto che questa possibilità è soprattutto in mano nostra e che fino ad ora non siamo stati in grado di approfittarne.
Basterebbe aprire gli occhi per vedere che il nostro presente è ormai come la giacca di Walter Chiari. Ve la ricordate quella stupenda gag: il sarto stringe di qua, modifica di là, rappezza, comprime, aggiusta fino a che la giacca può essere finalmente indossata: sì, indossata da un uomo storto.

Vi alleghiamo una fiaba scritta quest’estate in periodo di incendi, di meditazione e di indignazione.
Non vuole essere un atto di superbia il nostro, di stare a far poesia o a sfogliare margherite mentre gli altri si sporcano le mani. E’ così per spezzare un po’ lo stile del «pappone». Non saremmo comunque in grado di fare meglio di chi ci ha preceduto negli interventi con precisione, cura e con dovizia di particolari.
Come ultimo desiderio vorremmo proporre che ateatro si presenti con questo dossier che sta raccogliendo direttamente in occasione dell’interrogazione parlamentare indetta dall’On. Chiaromonte e in mille altre occasioni pubbliche. Giusto per ribadire che è ora di uscire dal giardinetto.

ROGHI
Fiaba nera sul teatro italiano

di Teatro Aperto

(Pubblicato in www.nazioneindiana.it in << allarmi >> il 18.08.03)

E’ da mesi che aspettano una mia mossa.
La torcia accesa in mano, li tengo in scacco e loro sanno che tutto dipende da un mio gesto.

Loro dei gesti conoscono il significato e il valore, li studiano nei minimi dettagli e capiscono cosa sto per fare: prendere la torcia con la mano sinistra e il fiammifero con la mano destra; le spalle rilassate tenere la torcia ben salda e darle fuoco con il fiammifero; poi scrollarlo con un abile gioco di polso fin che si spegne e lì lasciarlo cadere. Guardare il fuoco che anima la torcia nella mano sinistra e passarla nella destra. Stare fermo e carico d’attesa, trionfale. Pregustare la vittoria. Poi agire.
E’ caldo, caldissimo, una canicola che non permette quasi di respirare.
Questo deserto indubbiamente mi favorisce. L’assenza d’aria e di idee, il sole che spacca il cervello e le pietre, le parole vuote dei turisti che rimbombano e confondono.
Lo Stato sta con me, mi copre le spalle, lo sa che faccio il lavoro sporco per i suoi sporchi giochi, ma ognuno qui ha il suo ruolo e la sua storia. Si è lavorato duramente per creare questo clima, per disarmare anche i più convinti e ridurli a grotteschi simulacri di loro stessi.
Li guardo a distanza. Fermi. Assediati. Stremati. Impassibili.
Sono chiamato a dare l¹ultimo colpo di grazia, ma il mio compito è fin troppo facile, tutto il resto era già stato fatto. Li hanno piegati nel tempo, goccia dopo goccia. Che pena, proprio loro che non scendevano a patti, loro che si credevano migliori degli altri, più intelligenti, più scaltri, più liberi.
Ci avevano messo anni a costruire tutto questo, un ecosistema del genere non si inventa da un giorno all’altro. Dice il telegiornale che dopo un incendio servono cinque anni perché rinasca un gruppo, ma almeno cinquant’anni perché ne rinascano trenta, perché ricrescano spontaneamente e diventino ambiente, ossigeno, forza. Un microambiente eterogeneo, con poetiche diversificate, dove convivono più o meno pacificamente le specie più diverse, dai diversi profumi, toni, colori.
Ci avevano messo l’anima, dagli anni settanta in avanti, per creare questo microambiente, «il nuovo teatro italiano» come lo chiamano, ed è proprio l’Italia che gliel’ha smontato sotto il naso pezzo a pezzo, con pazienza, a poco a poco, col sorriso sulle labbra. Fino a ridurli così – gli artisti, i saltimbanchi – che si sono d’altronde rivelati disposti a tutto per una
scodella di zuppa, anche a scannarsi tra loro, anche a tramare con l’avversario, a intingere il pane nel piatto di Cristo e baciarlo sulla guancia per poi venire a giocarselo a dadi. Non l’avete notato come si baciano sempre esageratamente quando si incontrano, fanno tutto quel chiasso esibizionistico e artificioso: una covata di pavoni che fa a gara con le ruote.
Questa sì, è stata una sorpresa insperata, una vittoria: gli artisti non sono solidali. Tra loro non sono solidali. Che magnifica scoperta! Non sanno lavorare insieme e basta agitargli una salsiccia perché vadano a puttane tutti gli ideali più nobili, tutte le creazioni epocali, tutti i progetti di alleanza.
Ma d’altro canto gli va dato atto: è la lotta per la sopravvivenza che li riduce così. Come potrebbero resistere in altro modo, con risorse sempre più piccole e considerazione pressoché nulla?
L’Italia li ha indeboliti e immobilizzati. Intenzioni, azioni e funzioni istintive azzerate. Tutto calcolato. Totalmente sottomessi e svuotati.

Eppure.

Eppure vi giuro.
Ve lo giuro io che li guardo.
Ve lo giuro io che so di avere il potere, io che basta un mio gesto per finirli.
I loro occhi mi fanno spavento.
Mi dicono che non sono ancora pronti a morire.
Mi dicono che nessuno, una volta bruciato il patrimonio di cultura teatrale del nostro paese, sarà in grado di vincere la gara d’appalto per il rimboschimento.
Mi dicono che è impossibile ricreare questo microclima preventivamente e artificialmente.
Mi dicono che sarà sempre compito loro e dei loro spettatori, siano essi individui o gruppi, ricostruire e reinventare nuove modalità di esistenza e di convivenza prendendo forza e concime, se occorre, dai precedenti roghi e dalle precedenti macerie, dai cadaveri in putrefazione dei loro predecessori.
Attaccando le radici al sottobosco devastato con la forza della disperazione e della creazione.

Li guardo a distanza. Impassibili. Assediati. E io davanti a loro, la torcia accesa in mano.

POSTFAZIONE AD USO DEL LETTORE

Chi sia il piromane o il sicario della fiaba non ci è dato sapere e non è poi così importante. Il lettore è libero in questo caso di viaggiare con la fantasia.
C’è qualcosa di più importante invece che al lettore tocca sapere.
Il teatro italiano, anche più gravemente di quello francese che ha riempito ultimamente le pagine dei giornali, è sotto ricatto.

I cittadini italiani ne sono consapevoli?

I teatri sono un bene pubblico. Sono un bene dei cittadini, in gran parte finanziato dai cittadini. Sono soldi e cultura dei cittadini.
Se si fa del male al teatro, se si minaccia la sopravvivenza del teatro in qualunque modo, non dovrebbero essere per primi i cittadini a esserne informati? Non dovrebbero essere i primi ad indignarsi? A rivolere i loro soldi con gli interessi, a pretendere nuovi governanti?

Il male al teatro si fa, quotidianamente: costringendo le piccole sale teatrali a chiudere, cancellando i festival, azzoppando le programmazioni, stilando cartelloni scadenti che stanno in piedi per l’unica ragione degli scambi e dei favori, non tutelando i lavoratori del settore con una legge, preferendo ad essa regolamenti che durano il breve tempo di un governo,
finanziando i finanziati con ritardi tali che essi debbano indebitarsi con le banche e sottopagare i propri dipendenti, non permettendo il ricambio generazionale in virtù di un sistema baronale e museale, di fatto marginalizzando esperienze e gruppi di lavoro in favore di poche, grandi, private e potenti compagnie – in favore di pochi, grandi, potenti individui.

Questo al lettore tocca sapere.

Nel frattempo Catania e Napoli si sentono giustamente offese dalle pastoie che decidono della loro sorte in b o in c.
Un intero popolo si leva, prende i pullman, urla perché i giochi di potere minacciano l’onore e la verità del calcio e quindi dei cittadini.

Teatro_Aperto

2004-02-19T00:00:00

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