Abbiamo toccato il fondo?

Le nuove nomine del direttivo degli stabili pubblici

Pubblicato il 13/03/2004 / di / ateatro n. 070 / 0 commenti /
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Lo si diceva già in «Hystrio» Dossier”Retroscena n. 2: il maggior nemico del teatro pubblico sta nel teatro pubblico stesso.
La nomina di De Fusco (detto simpaticamente ma non sappiamo quanto apertamente «De Fiasco») a presidente ANTAD, al posto cioè che fu di Grassi e Chiesa all’epoca in cui gli stabili pubblici (anzi, gli Stabili tout court) si potevano considerare un movimento – o quando almeno si battevano con la convinzione di essere senza ombra di dubbio (e senza libri bianchi a certificarlo) la punta di diamante del sistema teatrale nazionale– è sconcertante.
Non avremmo proprio nulla da ridire sul direttore del Teatro Stabile del Veneto, se operasse con la diligenza e l’umiltà di molti in altre aree del teatro, ma sappiamo di essere in buona compagnia (insomma, in linea con la maggioranza ancorché silenziosa, per una volta) considerandolo impresentabile per questo ruolo: come (non certo esimio) regista, come (non)tecnico, come uomo di (troppa scarsa) esperienza nel settore, per la (dichiarata: neppure un po’ discreta) «appartenza» politica. E non basta certo a smussare il marchio governativo il gruppo dei vicepresidenti e revisori che lo circonda (di varia provenienza e appartenenza, e di diverse e impegnative aree professionali). Chi sa ad esempio se si sarà accorto di fare un po’ da foglia di fico l’autorevole medico, nonché ottimo sindaco di Ancona per due legislature, nonché deputato DS, Renato Galeazzi (vicepresidente new entry): forse pensa solo di fare l’interesse del suo giovane teatro.
La chiave di lettura però non è solo politica (e forse neppure prevalentemente politica, se non in quanto la dequalificazione delle rappresentanze è uno dei disastri della deriva berlusconiana, in tutti campi). Il problema è di classe dirigente. Ovvero: è possibile che il teatro pubblico oggi non sia in grado di esprimere personalità rappresentative sul piano culturale, o davvero competenti a livello tecnico-politico (si tratta anche di discutere CCNL e battagliare con il ministero), e insomma all’altezza della sua storia? E’ possibile, evidentemente. Oppure, se queste personalità ci sono, è probabile che non siano disponibili a guidare l’associazione in questa fase, senza una approfondita riflessione, senza una strategia.
Per quanto non eccessivamente discussa e combattuta, la nomina di De Fusco e degli altri non è stata del tutto scontata. Franco Ruggieri (direttore del Teatro dell’Umbria e per alcuni anni presidente dell’associazione) aveva chiesto che non si procedesse all’elezione del nuovo ufficio della Presidenza Antad in assenza di un dibattito serio e approfondito sulla situazione del teatro pubblico in Italia: «Questo anche in considerazione del fatto che veniamo da un biennio in cui l’intervento finanziario dello Stato assume sempre più caratteri di incertezza e indeterminatezza, tant’è che a oggi i diversi soggetti non sanno se e in che misura saranno finanziati per le attività in gran parte già svolte, in una situazione di ritardi molto gravi nell’erogazione dei fondi ed avendo aumentato gli oneri e i compiti dei teatri stabili pubblici. Oltretutto il finanziamento dello stato è ormai fermo da tanti anni ed è sempre più percentualmente limitato nel bilancio del teatro pubblico. Occorre perciò ragionare e porre tali serie problematiche nell’ambito di una piattaforma politico-rivendicativa gestita da una Presidenza autorevole. Non avendo riscontrato nessuno di questi elementi nel dibattito che c’è stato, ho chiesto dapprima il rinvio e, non avendolo ottenuto, non ho votato il nuovo gruppo dirigente». Ruggieri non era isolato: sappiamo ad esempio dei malumori molto precisamente esternati da Sandro Bertini (il presidente del Metastasio). Perché questa fretta, quando una pausa di riflessione sarebbe stata più opportuna? Incombevano le elezioni, probabilmente (ovvero: si è agito in base all’aurea regola «Occupiamo tutti i posti possibili prima che cambi il vento», spesso adottata anche dal centrosinistra). Ma potrebbe aver inciso anche il fatto che questa nomina può rafforzare De Fusco, non poi così solido in Veneto (con il comune di centrosinistra che non perde occasione per attaccarlo): è un’illazione certo, ma ci sono precedenti analoghi, e come si sa a pensar male qualche volta ci si azzecca. E perché, come riteneva ad esempio Pietro Valenti di Emilia Romagna Teatro, non allargare il consiglio di presidenza e renderlo più rappresentativo a livello territoriale e delle diverse vocazioni dei vari stabili pubblici, alleggerendo fra l’altro il lavoro davvero improbo, se fatto bene – del presidente in carica? (a mio personalissimo parere una buona soluzione sarebbe la presidenza a rotazione: ma pare che funzioni solo per l’’Europa).
La nuova dirigenza del resto è stata nominata solo da un pugno di presenti; fra gli assenti– o presenti con una lettera molto chiara e dura come nel caso di Sergio Escobar (di cui purtroppo abbiamo solo sentito parlare) si contavano alcuni dei teatri maggiori, come Milano, Roma, Torino e delle personalità più significative, come Cesare Lievi, Walter Le Moli, Giorgio Albertazzi o Oberdan Forlenza.
Per completezza di informazione è utile segnalare come «obiettivo della nuova presidenza l’avvio di un confronto allargato sull’identità del teatro pubblico, fra la funzione naturale di associazione di categoria e la vocazione culturale di “teatro d’arte”, nell’ottica di una sempre più incisiva interlocuzione con le istituzioni, centrali e locali, e di una riaffermazione del ruolo assicurato dalla stabilità pubblica attraverso un’adeguata campagna di immagine. Tra i prossimi appuntamenti, la realizzazione di un “libro bianco” che attesti il volume dell’attività e lo standard qualitativo dei teatri stabili, un’iniziativa pubblica di presentazione dei cartelloni e un convegno dedicato al ricordo di Ivo Chiesa, grande protagonista del teatro italiano». Basterà il fantasma di Chiesa a risollevare le sorti e l’immagine del teatro pubblico? Sarà sufficiente a far ritrovare l’identità a questo gruppo eterogeneo e sbandato? In nuovo vertice dell’associazione sarà in grado di valutare lo «standard qualitativo» degli stabili pubblici? (Magari ci penserà De Fusco con Letta mentre meditano sui prossimi Premi Olimpici). E questa qualità, sommata al «volume di attività» sarà tale da avvalorare con credibilità a richiesta di maggiori finanziamenti?
Non solo di soldi e di bassa cucina si tratta (si potrebbe trattare), per fortuna. Qui si tratta di immaginare e praticare una politica vera (il teatro pubblico ha qualcosa da dire, magari di non conservatore, nel dibattito istituzionale in atto, fra Stato e Regioni?). DI lavorare sui contenuti. Massimo Luconi, direttore del Teatro Metastasio di Prato-Stabile della Toscana, rivendica la diversità e la ricchezza culturale del settore: «L’Antad deve trovare o ritrovare una forza di aggregazione intorno alla migliore energia del teatro pubblico con un ruolo anche culturale di discussione. Io e molti colleghi auspichiamo che si possa aprire una fase nuova, dove le migliori qualità del lavoro del teatro pubblico si incontrino per progettare e elaborare nuovi percorsi e nuove metodologie organizzative». Da anni e da più parti le forze migliori del settore discutono anche di forme di aggregazione diverse, esterne all’AGIS, che recuperino il senso della missione storica in una dimensione contemporanea, anche dialogando con altre aree del teatro. Lasciando forse all’ANTAD la rappresentanza sindacale e tecnica. Forse è la strada giusta. E ora che si sta toccando il fondo, magari è l’’occasione buona per risalire.

Altre considerazioni e approfondimenti sul prossimo numero di «Hystrio/Retroscena»

Mimma_Gallina

2004-03-13T00:00:00

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Tag: Antad (2), Hystrio (21), stabiliteatri (14)


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