Debutta a Parigi uno straordinario Lepage: teatro in fuga dalla cornice

The Busker's Opera da L'Opera da tre soldi a Creteil

Pubblicato il 31/03/2004 / di / ateatro n. 066 / 0 commenti /
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Sarà la stretta collaborazione con Peter Gabriel (per il quale realizzò le scenografie del Secret World Tour nel 1993) e Laurie Anderson (che ha composto le musiche originali del suo spettacolo La face cachée de la lune, 2001), con il gruppo giapponese Dumb Type (che propone performance e installazioni di grande impatto visivo-tecnologico e che ha lavorato con Lepage per il “cabaret techno” Zulu time, 2000) o sarà la familiarità con i cantanti lirici (Lepage ha firmato la regia di numerose opere per il Teatro della Bastiglia e per il Festival di Tokyo) o con i contorsionisti e gli atleti del Cirque du Soleil, o con le sonorità sintetiche dei Granular Synthesis, ma The Busker’s Opera prende davvero il meglio di tutti questi mondi dello spettacolo, non comunicanti tra loro solo a causa della settorializzazione del “mercato” artistico. Un’abbondanza di azione acrobatico-musicale o meccanico/spettacolare era presente nel Growing Up Tour (2003), in cui Lepage ha collaborato nuovamente con Gabriel: ampio dispendio di mezzi che “amplificavano” i gesti del musicista; si veda la sfera trasparente in cui era inserito, le strutture pneumatiche che comparivano dall’alto della scena. Una insolita spazialità era stata ampiamente sviluppata dallo stesso Lepage anche nel suo spettacolo Zulu Time, in cui oltre ad una azione verticale e radiocentrica della scena, inserì proiezioni ad alta definizione e macchine di luce (robot che irradiavano fasci luminosi ideati da Le procés) incastonate dentro una futuribile scenografia ad arco di trionfo.


The Busker’s Opera, inaugurato in Canada (la struttura multidisciplinare che fa capo a Lepage, Ex Machina, ha il suo quartier generale a Québec city) e poi sbarcato in Europa a Maubege e poi a Creteil, alla Maison des Arts all’interno del Festival di arti elettroniche Exit, mette in campo l’abilità di “gioco” di Lepage che ironizza sui mass media e immaginario collegato, usando con grande disivoltura le tecnologie video della diretta e permettendosi anche un formidabile corto circuito tra musica e spettacolo teatrale vero e proprio. Inutile ricordare che Brecht aveva concepito L’opera da tre soldi con “ballate da leggere e da cantare” mentre il dramma doveva funzionare come antiopera (opposta al teatro “culinario”, “gastronomico” borghese), un vero modello di teatro epico. Al posto dei cartelli aupicati da Brecht (un deciso passo verso quella che lui definiva la “letterarizzazione del teatro”) Lepage usa un grande schermo al plasma telecomandato in grado di muoversi su guide poste in alto, per tutta la profondità e in tutta l’altezza del palco, libero da treppiedi o supporti a terra. Lo schermo nasconde al suo interno una telecamera e il dispositivo (occhio che riprende, schermo che diffonde) insegue i personaggi che all’istante vengono televisivizzati, incorniciati, diventando personaggi di una reality tv, ospiti di un talk show, attori di una soap, protagonisti di un video clip, o celebrità di uno show o di un galà musicale. Dà l’avvio alla storia il giovane artista di strada, percussionista di piatti, legnetti e latte di benzina.

La storia tra la giovane e virtuosa Polly (che nella sua stanzetta si esercita allo scratching disco) e il bandito Macheath (giubbetto di pelle e ciuffo e cantante alla Beach Boys) è una fiction dalle tinte forti ambientata sulla strada, mentre il signor Peachum e la signora Peachum (ovvero, l’uno il bravo presentatore “sanremese” e cantante easy listening e l’altra una specie di Ivana Trump ingioiellata che si esprime con vocalizzi alla Callas) interpretano uno sceneggiato in cui scoprono la figlia sedotta proprio sopra il piano da loro usato per gli intrattenimenti televisivi.
Un solo elemento scenografico caratterizza lo spettacolo, una cabina telefonica che letteralmente aprendosi, srotolandosi, può diventare (o contenere) qualunque luogo, da un interno domestico, ai locali a luci rosse, alla galera; proprio una scena metamorfica e fregolianamente trasformista e relativo procedimento a mano e a vista di rapido montaggio-smontaggio, caratterizza felicemente il suo teatro dai tempi di Le sept branches de la Riviére Ota (1993) a La face cachée de la lune (2001). L’orchestra che suona ben visibile in diretta, lascia ampio spazio di espressione “solo” agli straordinari musicisti-attori che incarnano le diverse personalità dell’opera brechtiana, riattualizzati e rivisitati con passaggi dal comico al lirico al tragico, e interpretati alla luce dei “generi” musicali che sembrano meglio incarnare la loro personalità: jazz, rock, ska, disco, melodico, rap, classica. La prostituta Jenny, suonatrice di sax, è spogliarellista in un peep show. Alla storia cantata si affianca musica Kletzmer, musica tradizionale balcanica, disco dance anni Ottanta in un vortice folle e incontrollato di azioni, musica e immagini Quando l’arte viene inglobata cannibalicamente dentro la cornice, insomma nel triturarifiuti dello show business, non c’è più scampo, tutto diventa un melting pot indistinguibile, degno di un Mac Donald, simbolo nello spettacolo, di una pericolosa – e indigeribile – uniformità di gusti. Unica salvezza per la libertà creativa, l’uscita dalla finzione spettacolar-televisiva che fa ritornare i protagonisti sulla strada. Come buskers.

Anna_Maria_Monteverdi

2004-03-31T00:00:00

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Tag: LepageRobert (26)


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