Le recensioni di “ateatro”: Il mondo delle fiabe: Emanuele Luzzati scenografo e illustratore

Un libro e una mostra

Pubblicato il 01/05/2004 / di / ateatro n. 068 / 0 commenti /
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Uscito in occasione della mostra Il mondo delle fiabe: Emanuele Luzzati scenografo e illustratore, il volume La mia scena è un bosco, curato da Andrea Mancini per le edizioni Titivillus, non è semplicemente il catalogo dell’’esposizione che sarà a Follonica (Livorno), dal 30 aprile al 23 maggio, dopo il debutto a San Miniato (Pisa). E non è neppure un tentativo di sistematizzazione della estesa quanto variopinta produzione dell’artista ligure. Con modestia critica e corretta prospettiva documentaria, Mancini ha ‘semplicemente’ dato la parola a Luzzati in un lungo dialogo che ne ripercorre i principali lavori, la formazione artistica e intellettuale, gli incontri, le collaborazioni. Di alcuni compagni di strada vengono proposti interventi che si aprono come finestre lungo il percorso cronologico inevitabilmente frammentato (Luzzati è del 1921, una ricostruzione anche strettamente biografica avrebbe dovuto attraversare l’intero Novecento, e sarebbe stato un altro libro). Sono note e documenti, testimonianze scritte per l’occasione o da tempo introvabili, che ci fanno sentire le voci di Tonino Conte, Gianni Rodari, Egisto Marcucci, Paolo Comentale, Federico Fellini, Mara Baronti, Bruno Cesereto, Paolo Valli, Diego Maj, Antonello Pischedda, Fabrizio Montecchi.

E’ una strategia quasi mimetica di avvicinamento al mondo di Luzzati, quella scelta dal curatore, che è riuscito a valorizzare e assumere nel suo approccio la pluralità di linguaggi dell’artista e la poliedricità del suo operare. Il caos ordinato e la premeditata confusione che informano l’arte di Luzzati trovano una felice esemplificazione nella testimonianza di Tonino Conte, che descrive l’amico in azione nel suo laboratorio con piglio insieme estroso e metodico, improvvisatore e perfezionista. Ricordando le straordinarie illustrazioni per le fiabe dei fratelli Grimm (che guardano e fanno guardare, “al di là della superficie, la profondità di un pozzo misterioso e pieno di echi”, impastando medioevo e infanzia, cultura popolare e romanticismo tedesco), Conte ci mostra anche il “metodo” Luzzati: “La stanza di lavoro si riempiva non solo di fogli pieni di figure, ma anche di libri, fascicoli, riviste continuamente e velocemente consultati. Se trova una faccia o una gamba che gli possono servire non esita a strapparla rovinando un prezioso libro d’arte. La sua enorme raccolta di volumi illustrati è tutta così: Veneri senza gambe, cavalieri senza testa, angeli senza ali”.
I risultati si fanno apprezzare anche solo sfogliando il notevole apparato iconografico del volume, che riproduce decine di disegni, bozzetti, modelli, illustrazioni per libri, scenografie, tavole fer film d’animazione. Una sezione di bellissime foto di Maurizio Buscarino è dedicata a La donna serpente, uno degli spettacoli più famosi di Luzzati (per il Teatro Stabile di Genova, con la regia di Egisto Marcucci), che dopo il successo al carnevale di Venezia del 1979 fu portato in tutto il mondo, dalla Cina al Messico.
La conversazione muove dall’idea del teatro come “gioco serio” e delinea subito gli incontri fondamentali e le affinità elettive del giovane Luzzati. Emerge l’importanza del rapporto con Rodari, dagli interventi nelle scuole (“lui raccontava, io disegnavo”), alla messa in scena di alcuni suoi testi (Le storie di Re Mida, La storia di tutte le storie), ma soprattutto la sua lezione “a proposito di bambini, di fantasia, di libertà e nello stesso tempo di regole”, il primato pedagogico del fare e del rapportarsi: “[…] non è che lui avesse delle teorie, era prima di tutto il suo modo di lavorare, poi le teorie arrivavano dopo ed erano giustissime. Teorie che vengono dalla pratica e dall’esperienza”. C’è naturalmente il Teatro della Tosse, fondato a Genova nel 1976 con Tonino Conte e Aldo Trionfo, e non manca un omaggio al grande Sergio Tofano: “Se cerchi un papà per le mie storie, lo trovi in un’altra storia, cioè il Bonaventura di Tofano”, letto ogni settimana, avidamente, sul “Corriere dei Piccoli”. Dall’infanzia genovese, dalla cultura ebraica (anche se di un “ebraismo all’italiana, molto all’italiana, molto all’acqua di rose”) che riaffiorerà nelle illustrazioni per l’Agadà di Peshua, il racconto di Pasqua, si passa velocemente ai momenti sorgivi della passione artistica: i burattini costruiti fin da bambino, la scelta del disegno quando dovette abbandonare gli studi regolari a causa delle leggi razziali, la scuola d’arte applicata in Svizzera, a Losanna, negli anni delle persecuzioni. Qui Luzzati realizza il suo primo spettacolo insieme ad altri rifugiati, tra cui Alessandro Fersen, Aldo Trionfo, Guido Lopez. Poi il percorso si ramifica in più direzioni per seguire le molteplici attività di Luzzati, in particolare gli importanti sodalizi con Tonino Conte e con Egisto Marcucci. In una delle “finestre” più ampie, lo scenografo dialoga con Diego Maj, Fabrizio Mentecchi e Paolo Valli ricostruendo la lunga collaborazione che ha portato alla realizzazione, tra il 1978 e il 1994, di sei spettacoli di teatro d’ombre, oltre a interventi dell’artista in altri allestimenti di balletto, di lirica e di prosa. E poi ancora costumi, maschere, manifesti, cartoni animati (a cominciare dai celebri titoli di testa del film L’Armata Brancaleone), burattini, ceramiche, libri illustrati (più di 150). “Il mio lavoro – dice Luzzati – è molto sfaccettato: se faccio un lavoro sulla carta, sa di carta; se faccio una cosa in un giardino, sa di alberi”.

Tra i risultati più “stabili” della sua poetica vi sono le scenografie urbane, le scene che si allargano alla città, che reinventano spazi, funzioni, rapporti. Per il bambino una sedia può diventare torre, treno o montagna, per Luzzati una piazza può diventare un presepio, com’è successo a Porta Nuova a Torino, con la gente che cammina tra Re Magi e pastorelli e si siede tranquillamente accanto a Gesù Bambino. Oppure un parco in degrado a Santa Margherita Ligure (dove “non ci viene nessuno, neppure i drogati”, lamentava l’assessore) diventa la scena del Flauto magico, con le squallide statue di gesso che si trasformano nei personaggi dell’opera mozartiana e i luoghi che prendono vita e colore: una scala dove si arrampicano i bambini, un drago e altri mostri da cui escono scivoli, pedane. Interventi simili, con installazioni o progettazione di interi parchi, sono stati realizzati anche a Carpi, a Castelnuovo Rangone, a Casale Monferrato.
Due costanti impediscono di separare in Luzzati l’uomo e l’artista. Da una parte il confronto ininterrotto con il mondo dell’infanzia e della fanciullezza. Perché Luzzati possiede spontaneamente, come scriveva Gianni Rodari, la capacità di rapportarsi ai ragazzi in modo autentico e generoso: “Il segreto, con i bambini e con i ragazzi, non è di truccarsi da bambini, ma di essere e di restare un adulto che però sappia conservare e usare la fantasia, per modo che l’incontro con lui possa avvenire anche su terreni che di solito sono esclusi dal rapporto tra bambini e adulti”.
Dall’altra il naturale understatement di chi non si prende troppo sul serio (tranne quando gioca, è chiaro). Luzzati è uno che non ha mai pensato di essere un autore “per ragazzi”, ma semplicemente crede che “a volte si incontrano i ragazzi, e può nascerne qualcosa”; uno cui nessuno in famiglia ha mai dato troppa corda “e per me è stato bene così”; che ha realizzato il suo primo lavoro in Italia partendo altissimo (disegnò i costumi per Il cavaliere della rosa alla Scala di Milano) “ma senza crederci troppo, senza montarmi la testa”. Sempre insomma, in ogni risposta di Luzzati come in ogni testimonianza su di lui, traspare accanto al dato artistico e poetico anche quello umano. Ed è questo forse il risultato più prezioso del volume, l’averci restituito la figura di uno dei maggiori scenografi viventi senza costringerla in schemi interpretativi e invece delineando il profilo, così raro oggi, di un vero e proprio maestro.
“Io non conosco altre persone – chiede Mancini nelle battute conclusive – che sono così appagate della propria vita, così orgogliose della propria modestia. Tu credi in una figura di questo tipo oppure ritieni di no, credi che stia sbagliando?” E Luzzati, elusivamente saggio: “Io non mi faccio tante domande”. “Ma sei contento della tua vita?”, incalza l’intervistatore. La risposta andrebbe letta guardando la foto di Buscarino che sul retro di copertina ritrae l’artista sorridente mentre abbraccia una sagoma di Cappuccetto rosso: “Posso essere abbastanza contento, tutto quello che volevo fare l’ho fatto!’

Andrea Mancini, La mia scena è un bosco. Emanuele Luzzati, il teatro e il mondo dei ragazzi, Titivillus Edizioni, Corazzano 2003, pp.236, Euro 16,00.

Fernando_Marchiori

2004-05-01T00:00:00

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