Le recensioni di “ateatro”: TRIO PARTY – Marcido in Beckett’s love

Un spettacolo di Marco Isidori dall’opera di Samuel Beckett

Pubblicato il 11/06/2004 / di / ateatro n. 070 / 0 commenti /
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Marcido Marcidorjs & Famosa Mimosa (alias Marco Isidori e Daniela Dal Cin) e la loro prima attrice Maria Luisa Abate ritornano a Beckett, dopo la rielaborazione di Happy Days (1997), scegliendo tre monologhi del drammaturgo irlandese: i meno noti Dondolo e Quella Volta e il celebre Non io. Il pre-testo è sperimentare tre soluzioni registiche differenti e in qualche misura complementari, ma anche tessere nuovi arazzi vocali per l’”attore generale” (come lo definisce Isidori), voce dai molti corpi o senza corpo (la sola bocca che immaginava Beckett per Non io), in particolare per Maria Luisa Abate, “regina” delle modulazioni vocali marcidoriane che legano in un’unica navigazione del flusso interiore la Molly Bloom di Joyce (2003) all’ultimo Beckett.

La lezione di Carmelo Bene di estrarre dal testo il sottotesto mediante la modulazione dei registri vocali, interiorizzata, elaborata e accanitamente perseguita da Isidori, con un’ostinazione “militante”, come se la “coreografia” delle voci dovesse essere sempre specchio delle complesse coreografie dei corpi e delle geniali costruzioni (e decostruzioni) scenografiche di Daniela Dal Cin, rimpolpa la scarnificazione beckettiana con la moltiplicazione dei corpi degli attori e il mosaico delle loro voci estenuate. Nel brano iniziale del Trio party, Quella volta, il palco è svuotato per far posto a una sorta di giostra in cui tre giovani attori (Beckett immaginava sul palco un anziano ascolatore immobile, circondato dal flusso di tre voci provenienti da zone diverse della scena) creano una circolarità di gesti e parole rievocatrici del passato, emersione agitata ed agitatrice di quell’incrocio tra memoria e fantasticheria che è il rigurgito interiore del tempo perduto. Questo pezzo, affidato ai nuovi attori della scuola marcidoriana risente di un contrasto tra la staticità volontaria – già beckettiana – e l’ossessiva forzatura e dilatazione temporale delle voci intrecciate, infatti in questo caso la sobrietà austera di Beckett appare invasa e travolta dall’esuberanza della chiave interpretativa.
Un equilibrio invece pienamente trovato – pur nella radicale reinvenzione – nel secondo pezzo, Dondolo, cronaca spietata di un dialogo interiore di una donna seduta su una sedia a dondolo davanti alla finestra, lungo l’arco di un’intera giornata fino alla notte. Sulla scena appare la gigantesca figura dipinta (da Daniela Dal Cin) dell’immaginaria signora sul dondolo, composta come un puzzle da tanti cartelli-tasselli separati, ognuno dei quali è gestito da un attore in calzamaglia nera; quando gli attori si separano la figura si disintegra per poi, ciclicamente, ricomporsi con il loro riavvicinamento. Parallelamente la recitazione collettiva si compone e si scompone sulla scena in reiterati frammenti di testo e loop gestuali, con un ritmo – quasi ipnotico- molto efficace che fa coincidere il contrappunto della scrittura beckettiana (indecifrabile passaggio tra interno ed interno, miunuziosa descrizione del particolare quotidiano nella proiezione di una terra desolata dell’anima) con il fremito delle onde vocali del “coro” marcidoriano.
Il brano finale, Non io, è interamente affidato alla vitrtuosa acrobazia gorgogliante di Maria Luisa Abate, rinchiusa in una scatola-bocca (Beckett immaginava la performance di un’unica bocca divenuta logorroica dopo un lungo tempo di forzato mutismo, con un tempo fisso di 12 minuti di esecuzione) che emette per suo tramite un’incessante sproloquio, dove però tutto di lei si gioca, una vita intera rimescolata dalla parola, magmatica ma anche imprevidibilmente illuminata da “lampi di verità improvvisa”. Come se squarci di verità siano possibili solo – vero topos gnostico di Beckett – accidentalmente nell’inerzia di un radicamento involontario dentro la terra, immobili e prigionieri dentro la materia, magari con la sabbia fino al collo, a rimestare la condizione umana finché nello specchio impietoso dell’alienazione appare un riflesso metafisico, una traccia che l’attesa di Godot potrebbe non essere vana.
In questa lotta estenuata, e a tratti – volontariamente – estenuante, dei Marcido con i testi di cui si appropriano, con esiti differenti ma con lo sforzo sempre sopra le righe dello spartito vocale e gestuale, alla ricerca utopica del corpo come segno vibrante e della voce sovra-personale e quindi sovra-umana, si scorge quello spiraglio metafisico della talpa che scava instancabilmente e ciecamente (ma la cecità è anche atributo dei veggenti) sotto la terra, dentro la materia dello Spettacolo.

TRIO PARTY – Marcido in Beckett’s love
Con Maria Luisa Abate, Alessandro Curti, Paolo Oricco
E con Grazia di Giorgio, Roberta Cavallo, Davide Barbato, Elena Serra, Isadora Pei, Carlino Sorrentino
Direzione di Marco Isidori
Scene e costumi di Daniela Dal Cin
Teatro Vascello di Roma
Dal 18 al 23 maggio 2004

Andrea_Balzola

2004-06-11T00:00:00

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