Le recensioni di “ateatro”: Bersaglio su Molly Bloom

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

Pubblicato il 12/06/2004 / di / ateatro n. 070 / 0 commenti /
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Dopo decenni di lavoro matto e disperatissimo, rigoroso e solitario, a malapena sopportati dalle istituzioni e quasi totalmente ignorati dalla critica, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa cominciano finalmente a ottenere l’attenzione che meritano. Il gruppo torinese era emerso (come le Albe di Marco Martinelli e Ermanna Montanari) alla fine degli anni Ottanta, con ritardo rispetto alla «seconda onda» del nuovo teatro italiano. Aveva subito incuriosito per le sue mirabolanti macchinerie teatrali, opera della più inventiva scenografa italiana di questi decenni, Daniela Dal Cin. La semplice scatola-armadio bianca da cui emergeva la prima edizione delle Serve era progressivamente concresciuta in architetture di legno e ferro, a metà tra il labirinto e l’attrezzo di tortura, spesso inglobando attori e spettatori, lungo una linea che discende direttamente (e dunque con uno scarto di un paio di decenni) dalle invenzioni spaziali del Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski (magari filtrato da qualche intuizione ronconiana), anche se con un immaginario visuale declinato manieristicamente (e spesso con ironia), in un proliferare via via sempre più barocco e colorato.
In parallelo, sul piano vocale, il regista Marco Isidori costruiva per i suoi attori – generazioni di giovani interpreti letteralmente forgiati da una dura disciplina, alla perenne ricerca di una irraggiungibile perfezione – partiture vocali dove la sonorità veniva esplorata in tutte le sue sghembe prospettive, spezzata e ritmata incessantemente, ora stirata ora compressa esplosivamente. Il modello amato (e dichiarato) da Isidori è da sempre Carmelo Bene, per il suo lavoro sulla phonè e per la sua tecnica; ma il regista è stato anche abbagliato dalla travolgente energia scenica di una Marion D’Amburgo. Un mix per certi aspetti improbabile, ma che si è poi incarnato nei virtuosismi e nella potenza di Maria Luisa Abate, da sempre primattrice della compagnia.

C’era poi una vena di ruvida e scontrosa follia a ispirare la sequenza degli spettacoli strenuamente autoprodotti (compreso un lavoro d’appartamento per un unico spettatore, a galoppare per un’ora in groppa a una tigre circondato da una decina d’attori), sostenuta dalla convinzione di essere nel giusto malgrado tutto e tutti. Ma questa certezza non poteva essere confermata dall’esterno, dagli apprezzamenti per questo o quell’aspetto di uno spettacolo (spesso a colpire erano le spiazzanti trovate scenografiche). Piuttosto nasceva dalla convinzione di una precisa idea di teatro che era ben presente nella mente di Marco Isidori, chiara e lucida, ma faticava a farsi percepire.
Di questa idea di teatro il recente Bersaglio su Molly Bloom è un frutto maturo ed equilibrato. Per certi aspetti, lo spettacolo va nella direzione esattamente contraria rispetto all’originale joyciano: l’invenzione del flusso di coscienza, che avrebbe segnato tutta la letteratura del Novecento, viene letteralmente ribaltata, e il vagabondare dell’io nel monologo notturno viene declinato come pura oggettività, parole e suoni disincarnati. La voce di Molly Bloom, il suo fantasticare tra sonno e veglia, tra memoria e desiderio, vengono oggettivati, epicizzati e affidati addirittura a un coro, che si esibisce in una partitura musicale. In effetti il copione, sul leggio di fronte al regista-direttore d’orchestra, è meticolosamente rimarcato da segni e segnacci neri, sottolineature, cesure, grumi, in una notazione impressionisticamente efficace, un codice di pause e crescendo, assoli e cori.

A sottolineare l’exploit quasi-canoro degli attori (e il loro affiatamento), la scenografia li immobilizza imbozzolandoli crudelmente a una enorme e metaforica struttura-conchiglia, propriamente la «Grande Conchiglia» di Daniela Dal Cin, che occupa l’intero boccascena. Al centro ovviamente lei, Maria Luisa Abate, e tutto intorno – come lei biancovestito – il coro di Grazia Di Giorgio, Alessandro Curti, Roberta Cavallo, Elena Serra, Davide Barbato, Paolo Oricco, Isadora Pei, Veronica Gallo e Michele Di Rocco. A colpire è la qualità vocale, l’affiatamento nell’eseguire quella che è diventata una vera e propria orchestrazione, un lavorio minuzioso e robusto che porta a un’ora di concertato ricco di sorprese e modulazioni.
Però limitarsi a sottolineare questi due aspetti (gli exploit scenografici e vocali) significa fare un gran torto ai Marcido e alla loro idea di teatro. Perché a tenerli così separati sfugge il loro agganciarsi in una macchina teatrale che comprende ovviamente lo spazio scenico e gli attori, ma ingloba sempre anche gli spettatori: ogni volta «tirati dentro», con modalità sempre diverse, a quel tritaparole-tritacarne che è il teatro. In questo caso, il pubblico è come schiacciato e percosso dalla iper-frontalità della scena, investito dalla massa sonora che quella conchiglia-megafono riversa senza sosta sulla platea. Infatti quelle dei Marcido non sono mai macchine celibi, sazie di una perfezionistica autosufficienza, ma giocano sempre ad agganciare e intrappolare – con modalità ogni volta differenti – lo spettatore, aggredendolo sui due versanti. Da un lato la creazione di uno spazio che è sempre spazio di relazione (una relazione tanto profondamente necessaria che a volte risulta addirittura perversa, sadicamente determinata. Dall’altro l’invenzione di una massa sonora destinata a risuonare nei corpi e a farne vibrare le viscere. Sono due esercizi che presuppongono una sapienza, ovvero una idea di teatro intuita e perseguita con ferrea determinazione. Ma anche un duro lavoro, esercizio e affiatamento. Una fatica che pochi, oltre a questi forsennati autodidatti e puntigliosi pedagoghi, possono sopportare.

Bersaglio su Molly Bloom
Venendo l’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce a manovrare nelle acque territoriali dei cantanti Marcido

Direzione di Marco Isidori
«Grande Conchglia» di Daniela Dal Cin
Con Maria Luisa Abate e Grazia Di Giorgio, Alessandro Curti, Roberta Cavallo, Elena Serra, Davide Barbato, Paolo Oricco, Isadora Pei, Veronica Gallo e Michele Di Rocco
Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
Milano, Teatro Verdi L’indescrivibile teatro di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa descritto da Oliviero Ponte di Pino sul “manifesto”.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2004-06-12T00:00:00

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