Coltivare la bellezza in una serra

VB 53 di Vanessa Beecroft

Pubblicato il 13/07/2004 / di / ateatro n. 071 / 0 commenti /
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In un’enorme serra di grande fascino architettonico – il Tepidarium, una elegante struttura ottocentesca di vetro e ferro situata all’interno del Giardino dell’Orticoltura di Firenze -, su una collinetta di terra scura, rossiccia, ventuno modelle fronteggiano lo spettatore in VB 53, l’ultima performance di Vanessa Beecroft, titolata, come le precedenti, con le sue iniziali e con una numerazione progressiva.
L’opera rappresenta un’ulteriore tappa nel percorso creativo dell’artista, volto ad investigare l’universo femminile nelle sue ossessioni, contraddizioni e patologie contemporanee, nei suoi culti e nei suoi riti dell’apparenza, nel solco di una ricerca identitaria incentrata sul corpo.

Le modelle sono nude, ma la loro è una nudità in parte “carnale” e in parte culturalmente e iconologicamente connotata, sapientemente costruita come elemento fondamentale della scenografia complessiva della performance. Indossano scarpe (dello stilista Helmut Lang) con lacci alle caviglie e tacchi che sprofondano nel terreno, facendole sembrare quasi “piantate” in esso. Alcune indossano leggere cuffie di nailon, che nascondono completamente i capelli, facendole apparire, come afferma la Beecroft, «simili a germogli di una pianta» (1); altre sono abbigliate con vistose parrucche di capelli lunghissimi, che arrivano fino ai fianchi o addirittura ai piedi, simili alla Maria Maddalena dei dipinti antichi; altre ancora, più semplicemente, portano sciolti i loro capelli naturali, acconciati con grazia in morbidi riccioli che le rendono simili a figure botticelliane. Sembra quasi che la Beecroft abbia voluto rendere omaggio ai dipinti di Botticelli e di Filippino Lippi esposti recentemente a Firenze in una bellissima mostra (Botticelli e Filippino. L’inquietudine e la grazia nella pittura fiorentina del Quattrocento. Palazzo Strozzi, 11 marzo-11 luglio), dove tra l’altro erano presenti due Maddalene penitenti di Filippino Lippi di grande forza espressiva, dai «capelli incolti di una lunghezza sovrannaturale e spessi come una pelliccia» (2)

Come accade sempre nei lavori della Beecroft, motivi provenienti dall’universo artistico si intrecciano con motivi autobiografici, oltre che con suggestioni derivanti dai luoghi e dagli spazi prescelti per le performance. La messa in scena delle modelle disposte su di un ammasso di terra entra in risonanza con lo spettacolare spazio del Tepidarium, la più grande serra ottocentesca d’Italia, realizzata dall’architetto inglese Giacomo Roster nel 1880 e di recente restaurata con grande cura dal comune di Firenze. Molteplici sono le associazioni. Riferimenti colti ed estetizzanti – alla land art, alla purezza dei corpi femminili – si mescolano con riferimenti naturalistici al mondo botanico e alle diversità e varietà della specie: «La terra è un riferimento alla land art», afferma la Beecroft, «molto scura e umida, come la terra ricca dei campi coltivati […] La performance contrappone la purezza dei corpi femminili, la loro nudità, con il colore sporco della terra e la sua materia. Alcune modelle saranno simili a gigli e altre simili a patate» (3). Corpi adolescenziali, “in fiore”, si alternano a corpi “già sbocciati”, volti giovanili a volti più segnati; alcune modelle sono pallide e diafane, altre brune, altre nere o mulatte. L’impatto visivo della composizione, declinata in una gamma cromatica che va dai toni del beige al marrone, è di grande effetto, a riconferma di quell’attenzione rigorosa per l’impianto scenografico e figurativo che è una delle caratteristiche peculiari delle performance dell’artista, concettualmente più vicine alla pittura che all’azione performativa. Apparentemente, infatti, nelle performance della Beecroft, che durano dalle due alle tre ore, nulla accade, nessuna azione né narrazione. Esse generalmente seguono un rituale identico, consistente nella messa in scena di modelle professioniste (ma talvolta anche di persone amiche o appartenenti alla cerchia familiare) a cui viene richiesto di restare immobili e silenziose il più a lungo possibile, di trasformarsi in “immagini da guardare”, secondo precise indicazioni di regia:


«non parlate, non interagite con gli altri, non bisbigliate, non ridete, non muovetevi teatralmente, siate semplici, siate naturali, siate distaccate, siate classiche, siate inapprocciabili, siate alte, siate forti, non siate sexy, non siate rigide, non siate casual, assumete lo stato d’animo che preferite (calmo, forte, neutro, indifferente, fiero, gentile, altero), comportatevi come se foste vestite, comportatevi come se nessuno fosse nella stanza, siate come un’immagine, non stabilite contatti con l’esterno, mantenete la vostra posizione più che potete, ricordatevi la posizione che vi è stata assegnata, non sedetevi tutte allo stesso momento, non fate gli stessi movimenti allo stesso momento, alternate una posizione di riposo a una posizione di attenti, se siete stanche sedetevi, se dovete andarvene fatelo in silenzio, resistete fino alla fine della performance, interpretate le regole naturalmente, non rompete le regole, siete l’elemento essenziale della composizione, le vostre azioni si riflettono sul gruppo, verso la fine vi potete sdraiare, prima della fine alzatevi in piedi diritte.» (4)

Se nel corso del tempo il rituale delle performance è rimasto pressochè invariato, l’artista ha però proposto di volta in volta immagini diverse dell’universo femminile, legate in parte al suo vissuto personale. Dopo aver affrontato tematiche connesse con patologie del corpo di tipo anoressico, e con l’ambigua fascinazione esercitata dal mondo delle uniformi, del glamour e della moda, ultimamente la Beecroft sembra focalizzarsi maggiormente sui processi di differenziazione, crescita, maturazione e invecchiamento, mettendo a confronto gruppi eterogenei di donne, per età e atteggiamenti.
Si è già accennato a come in VB 53 coesistano una grande varietà di immagini femminili. Nella performance è possibile inoltre riscontrare un’allusione al ciclo vitale, simboleggiato dall’elemento terra, da sempre associato, sin dall’antichità e in culture molto diverse tra loro, alla funzione materna. Terra dunque come Dea Madre, sacra in quanto rappresenta l’origine e il compimento, la forza creatrice e la capacità di trasformazione; ma terra anche come “creatività naturale” tradizionalmente contrapposta ad una “creatività intellettuale”, principio femminile che si contrappone a quello maschile (5). In VB 53 creatività naturale e intellettuale sembrano coesistere, seppure in modo idiosincratico e artificioso, e chi ha assistito alla performance non ha potuto fare a meno di notare la presenza dell’artista in stato di gravidanza avanzata (grembo che come la terra fornisce nutrimento e che al pari di una serra protegge la vita nascente), che si faceva fotografare insieme alle sue modelle, insieme, dunque, alla sua creazione artistica, vestita di beige in sintonia cromatica con essa, una presenza “ai margini” ma in qualche modo concettualmente legata alla performance (6).

In assenza quasi totale di azioni e narrazioni, le performance della Beecroft attivano una drammaturgia minimale incentrata sul corpo e sullo sguardo. Superata la fase iniziale di staticità compositiva, da tableau vivant, le modelle mettono in scena una sorta di “drammaturgia di resistenza” dei corpi, di progressivo disfacimento della figurazione, dovuta ai cedimenti fisici, all’impossibilità di restare a lungo nella stessa posizione. Questa pianificata disgregazione rimescola in modo singolare istanze contrastanti, il naturale e l’artificiale, la precisione di un concetto e di un disegno, con la perdita dell’ordine e l’inizio del caos:

«Lascio che la componente aleatoria di una performance crei momenti non previsti, non perché io ami il caos, ma perché non lo posso evitare. Le ragazze reagiscono in modo soggettivo alle mie regole. La rigidità di una soluzione formale mi angoscia a tal punto che lascio la performance aperta a creare se stessa». (7)

Così in VB 53, nel corso della performance le modelle hanno cominciato ad assumere gradualmente atteggiamenti diversificati, alcune adottando pose di una gestualità artificiosamente plastica, pittorica, altre adottando posture più naturali, stendendosi o sdraiandosi sulla terra.
Lo spettatore che si trova a contemplare questa minimale drammaturgia dei corpi, viene catturato in un’altrettanto minimale drammaturgia degli sguardi, che lo coinvolge in maniera ambivalente, in un’oscillazione tra contemplazione estetica e voyeurismo: le modelle si presentano contemporaneamente sia come immagini da contemplare che come individui, più precisamente come donne “esposte” nella loro nudità allo sguardo altrui. Ma il loro atteggiamento distante e distaccato suscita una reazione di disagio tra il pubblico. E’ come se l’esercizio dello sguardo venisse rivolto verso qualcosa che pone resistenza, in un contesto in cui saltano alcuni dei codici tradizionali che regolano il rapporto tra opera e pubblico: lo spettatore non si trova, “protetto,” a guardare uno schermo, a fissare un dipinto o una fotografia, ma si trova invece a sua volta “esposto” nella condizione di voyeur.
Scompaginare i confini tra realtà e finzione provocando spiazzamenti percettivi, accostare istanze conflittuali facendole coesistere, rappresentano aspetti importanti della poetica della Beecroft, che nel presentare VB 53, riferendosi al suo lavoro e al suo modo di utilizzare le modelle ha così affermato:

> «Espongo degli elementi che coesistono in contraddizione tra loro (la loro [delle modelle] bellezza, il loro riferimento al passato, la loro immediata realtà, la loro volgarità, la loro purezza, la loro compattezza come gruppo, il loro isolamento all’interno del gruppo). Non sono sicura in quale direzione mi porterà il mio lavoro» (8).

Note
1) Vanessa Beecroft, dal comunicato stampa della mostra VB 53, a cura di Fondazione Pitti Immagine Discovery in occasione di Pitti Immagine Uomo 66, Firenze, Mercoledì 23 giugno 2004 .
2) Nel catalogo della mostra viene ricordato come nella Firenze della seconda metà del quattrocento si assistette ad un vertiginoso incremento della devozione per la Maddalena. Fu il vescovo della città, Sant’Antonino, a promuovere con ardore il culto della santa, come modello di penitenza, abnegazione e preghiera. In conseguenza di ciò, molti artisti dell’epoca , da Pollaiolo a Donatello, da Filippino a Botticelli , si ispirarono al tema della Maddalena penitente. Nei loro dipinti «la santa appare emaciata e coperta da capelli incolti di una lunghezza sovrannaturale e spessi come una pelliccia, le braccia rimangono invece scoperte evidenziandone i muscoli e la pelle bruciata dal sole, due qualità che in pratica non trovano paralleli nelle immagini femminili del Rinascimento ». (Botticelli e Filippino, catalogo della mostra, Skira, Milano, 2004, pagg. 305-306).
3) Vanessa Beecroft, dal comunicato stampa della mostra VB 53, a cura di Fondazione Pitti Immagine Discovery in occasione di Pitti Immagine Uomo 66, Firenze, Mercoledì 23 giugno 2004 .
4) Scene di conversazione, intervista di Marcella Beccaria a Vanessa Beecroft, in Vanessa Beecroft. Performances 1993-2003, catalogo della mostra, Skira, Milano, 2003, pagg 18-19.
5) Per il simbolismo legato alla terra cfr. Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Rizzoli, Milano, 1986, vol. II, pagg 465-467.
6) Lavorare nel solco tra arte e vita, concepire l’arte come veicolo di ricerca identitaria e definizione di sé è una caratteristica che la Beecroft condivide con molti altri artisti della sua generazione . Jeffrey Deitch definisce i lavori della Beecroft una sorta di “autoritratti concettuali” (cfr Jeffrey Deitch, Una performance che si realizza da sola, in Vanessa Beecroft. Performances 1993-2003, catalogo della mostra, Skira, Milano, 2003, pag. 27). Del resto l’artista stessa ha più volte dichiarato che le modelle in qualche modo la rappresentano: «il riferimento autobiografico è il modo più diretto e spontaneo che ho a disposizione per creare, uso me stessa come esmpio per un discorso che, una volta trasferito sul piano artistico, riesce a diventare universale» ( Flair, ottobre 2003, intervista a Vanessa Beecroft a cura di Laura Stefani).
7) Vanessa Beecroft. Performances 1993-2003, catalogo della mostra, Skira, Milano, 2003, pag. 183.
8) Vanessa Beecroft, dal comunicato stampa della mostra VB 53, a cura di Fondazione Pitti Immagine Discovery in occasione di Pitti Immagine Uomo 66, Firenze, Mercoledì 23 giugno 2004 .

Per le foto si ringrazia la Fondazione Pitti Immagine Discovery.
Altre foto molto belle della performance si trovano sul sito http://www.corriere.it/av/galleria.html?2004/giugno/nude&1

Silvana_Vassallo

2004-07-13T00:00:00

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