Il teatro e lo «Spirito della terra»

Un festival etno-ecologico per scoprire la Siberia e le periferie del teatro russo

Pubblicato il 24/09/2004 / di / ateatro n. 073 / 0 commenti /

E’’ dal 1992 che non andavo in Russia. Un’assenza lunga dopo una frequentazione intensa nel periodo della ‘perestroika’ (quell’’era della trasparenza che sembra chiusa – temo definitivamente – dall’ultimo Putin). Negli anni a cavallo del ‘90 ho collaborato ai primi scambi teatrali intensi fra Italia e Unione Sovietica. E’ stata – per i molti che hanno lavorato sui due fronti a questo incontro – un’esperienza mitica, esaltante e faticosa; per noi italiani, una full immersion in un paese che emergeva, si apriva a vie artistiche e organizzative nuove, risucchiato continuamente verso il basso da un passato troppo ingombrante, che pesava sulle cose e sulle persone in ogni momento della vita e del lavoro. Era anche un paese alla fame. Incerto sul suo futuro. Nel giro di pochi mesi, nel 1991, sarebbe successo di tutto: il tentativo di colpo di stato, Gorbaciov cadeva, sorgeva l’astro di Eltsin, l’URSS si disgregava, con distacchi più o meno cruenti (la Lituania, l’Ucraina) e poi mancati distacchi, più cruenti ancora (la Cecenia, la questione del Caucaso).
Da allora, dalla Russia è arrivato in Italia molto teatro, molto importante e possiamo dire di conoscere bene le punte di qualità di quella tradizione e la sua vitalità.
Da parte mia, in questi anni ho frequentato molto l’Europa dell’Est, inclusa qualche ex repubblica sovietica, Ucraina, Moldova, ma ho colto per la prima volta quest’anno l’occasione di un ritorno nella grande federazione russa. L’opportunità è davvero stimolante: teatrale, e non teatrale, unica per scoprire nuovi territori e misurare il cambiamento della Russia, non dalle sedi di rappresentanza, ma dalle estreme periferie e proprio là dove l’anima slava si incontra con quella asiatica
Si tratta della seconda edizione del Festival Teatrale internazionale Etno-Ecologico ‘Tchir Tchayan,’ (ovvero Spirito della Terra) che si svolge ad Abakan, la capitale della Repubblica di Khakassia in Siberia, nella prima metà di agosto.

A MOSCA
Volo Alitalia da Malpensa. Italiani e russi siamo più o meno fifty/fifty, a colpo d’occhio, ma noto molte coppie miste con bambini: italiano il padre/russa la madre.
Inizio finalmente a riordinare le idee: mi sono portata Kapuscinski che trovo sempre formidabile (Imperium e Lapidarium), attacco Russia di Enrico Franceschini: che è chiaro e affettuoso: io penso che il giornalismo di viaggio debba essere scritto con il cuore, e per fortuna c’è una guida Lonely Planet: Russia asiatica..
Giulietto Chiesa l’ho lasciato a casa (è così chiaro che credo di averlo ben chiaro) e purtroppo non ho trovato Terzani, Buona notte signore Lenin – pare sia da non perdere ma è in ristampa.
Arrivo a Mosca: non sembra cambiato un gran che, almeno alla dogana. Due ore due di coda: sotto organico? disorganizzazione? ostentazione di potere? Tutto questo credo e altro (ma il terrorismo non centra): sono arrivati molti voli contemporaneamente (è possibile che i turni non ne tengano conto? ovviamente sì), i moduli della dichiarazione doganale sono equivoci e c’è chi chiede spiegazioni, chi deve rifarli, ogni tanto qualche addetto abbandona la postazione, nessuno sa se ritornerà e quando: ordinaria amministrazione (a proposito: i passaggi sono gli stessi dell’era sovietica, con lo specchio inclinato un po’ sopra la nuca dei passeggeri tanto da consentire al doganiere di vederli giù, fino ai piedi: mi sembrava già allora che facessero tanto guerra fredda).
Irina mi aspetta da due ore e altri ospiti del festival in arrivo dalla Repubblica Ceca da solo un po’ meno: è previsto un minibus che porta tutti in centro.

Voglio presentarvi Irina Miagkova, cui devo l’invito a questo festival: è presidente dell’associazione dei critici di teatro di Mosca e traduttrice dal francese, ha superato i sessanta e sa tutto del teatro russo, anche delle più remote periferie (e molto del teatro francese), oltre a questo è una donna molto simpatica e energica.
Attraversamento di Mosca: è domenica, una bella giornata, le 18 circa poca gente in giro ma caffè con tavoli fuori, molta pubblicità, vetrine lussuose, colori, macchine occidentali. Nel ‘90 c’era la coda per alcuni generi alimentari (e molto ne mancavano), i ‘berioska’ per i turisti (dove si trovava di tutto a prezzi stratosferici), apriva il primo MacDonald (mi ricordo la coda: c’è ancora! vistosissimo con la sua inconfondibile scritta ma in cirillico, primo di una lunga serie: “Mai come a Milano” mi dice Irina, che è stata di recente a un paio di festival italiani ed è passata in corso Buenos Aires). Sulla via dell’aeroporto ho visto un Ikea (l’inconfondibile cubo blu: e mi immagino che anche i russi ora abbiano librerie billy e materassi divan), un paio di centri commerciali color pastello, un distributore Agip (bene, ci siamo anche noi!): è la globalizzazione, baby!
In centro molte nuove costruzioni: un tentativo di architettura che non rinnega lo stile staliniano (i famosi palazzoni sono stati del resto molto ripuliti): una certa monumentalità, costruzioni su più livelli, un accenno di pinnacoli. Anche i palazzi storici sono stati in molti casi restaurati, le cupole delle chiese ortodosse sono ancora più brillanti. Tutto è un po’ meno grigio. Pare che la gente sia più allegra.


MOSCA/ABAKAN

All’aeroporto in metro e bus. Irina da pensionata passa senza biglietto (al rientro leggo sui giornali italiani di questi stessi giorni che è proprio uno dei privilegi che hanno tolto in una ‘riforma’ di agosto molto pesante che ridimensiona il welfare un po’ a tutti i livelli): c’è la coda allo sportello, allunga qualche rublo alla donna all’ingresso e passo con lei (senza biglietto, come una vera pensionata russa). Commentiamo: una ‘corruzione’ spicciola (io la percepisco come tale), del tutto normale, Irina non si stupisce che mi stupisca (ha frequentato molti francesi) ma questo non le impedisce di considerarmi ingenua, e un po’ idiota.
Aeroporto nazionale: scritte e annunci solo in russo, affollamento. La nostra è la linea area di ‘Novosibirsk’, il volo è diretto appunto al capolinea est della federazione, con scalo a Abakan. La vecchia gloriosa Aeroflot si è disintegrata in una miriade di compagnie locali: trovarle e organizzare un viaggio articolato dall’Italia è pressoché impossibile. Quasi 5 ore di volo, 4 ore di cambio fuso: normale in questo paese immenso. Siamo partiti nel primo pomeriggio e arriviamo alle 2 di notte. Ci sono alcuni componenti delle compagnie e tutti gli ospiti del Festival su questo volo (che poi sono francesi, cechi, turchi e moscoviti): ma non riesco a fare nessuna conoscenza perché siamo strettissimi, pigiati su un apparecchio molto piccolo (per una volta sono contenta di essere piccola anche io).
Ad Abakan ci fanno un’accoglienza molto festosa, ai piedi dell’aereo (giù dalla scaletta: come nelle foto degli anni ‘50): fiori a ciascun ospite, ragazze con costumi locali (della Kakassia) offrono la bevanda tradizione locale in ciotole di ceramica (è un succo un po’ acido, non alcolico), poi all’interno dell’aeroporto discorsi (fra gli altri c’è la signora ministro della cultura, il direttore dell’aeroporto e lo sponsor: la compagnia russa dell’alluminio!) e champagne (quello russo naturalmente: una terribile alternativa elegante alla vodka): calore, ospitalità e ufficialità che ben ricordo.
Comincio a identificare gli organizzatori e gli ospiti. In primo luogo il direttore artistico e regista del teatro nazionale delle marionette ‘Skaska’, che organizza il festival, Eugeni Ibragimov, e Svetkana Okolnikova, il direttore generale.

Noto subito che nessun indigeno parla nessuna lingua che conosco: quelli che se la cavano meglio sono i turchi (del teatro nazionale di Ankara), perché il kakassiano, come la maggior parte delle lingue delle regioni siberiane, è di ceppo turco e fra loro si capiscono benissimo (molto più che, ad esempio, fra le diverse lingue slave). L’Hotel Abakan (il migliore della città) è carino e la mia camera è grande. Di fronte c’è una discoteca ancora funzionante (sono le 3 circa).

ABAKAN e il FESTIVAL

LE COLAZIONI
Ovvero: la rigidità dell’homo sovieticus è felicemente sopravvissuta.
La prima colazione (molto importante qui) all’Abakan si fa nel ristorante annesso, aperto anche all’esterno, il nostro coupon prevede un ‘complex’ consistente in: uno zuppone molto ambito (non proprio il classico ‘Kasa’, che sembra un po’ il porridge), un dolce con molta crema, un piatto forte che la prima mattina altro non è che una grande fetta di pizza, naturalmente ‘ciai’ (the: come in quasi tutta l’Asia) o caffè. Vi assicuro che non sono particolarmente delicata: ma un complex dell’Hotel Abakan mi basterebbe per due giorni, in compenso non contiene niente che consideri commestibile di prima mattina. Il primo giorno me la cavo con ciai e dolce (cercando di togliere un po’ di panna). Il secondo provo a sostituire il tutto con uno yogurt: la ragazza mi fa capire che non ce l’ha; allora con un succo (soc: una delle poche parole russe che so), mi fa capire che va pagato a parte. La terza mattina Irina fa uno ‘scandalo’ e riesco a ottenere per noi (altri occidentali sono in imbarazzo analogo) un succo e un microscopico panino in sostituzione dell’ambito ‘complex’. L’ultimo giorno comparirà lo yogurt. Irina mi spiega che in Russia la rigidità/apatia o burocrazia si vince (tuttora) o con scenate o con pazienti aggiramenti: pratiche in cui – lingua a parte – è meglio che noi non ci azzardiamo neanche e in cui invece lei eccelle. Comunque imparo la lezione.

L’INAUGURAZIONE, LO SCIAMANESIMO
Il festival parte con una ‘vera’ inaugurazione, un coinvolgimento reale della città a diversi livelli: chiunque organizzi un manifestazioni di qualità, ma che si ponga come obiettivo anche il rapporto con la gente e con il territorio, sa che questo momento è un problema. Gli amici di Skazka si sono un po’ scaricati la responsabilità e il risultato non è esteticamente eccezionale, ma decisamente di massa: uno spettacolo folcloristico con bambini e ragazzi in abiti tradizionali (un po’ falsificati e poveri, ma che rivelano molto forte la componente orientale), organizzato da dipartimenti comunali e dalle scuole, una parata dal parco al teatro cui partecipa molta gente, assieme ai ragazzi precedentemente coinvolti e alle compagnie già presenti ad Abakan, infine un rito sciamanico e molti discorsi ufficiali (autorità e sponsor), opportunamente ridimensionati dalla presentazione una a una delle compagnie ospiti (qualche battuta, brevi scene, qualcuno in costume) e del logo del festival, molto bello, ispirato alle incisioni rupestri della zona (e riprodotto su magliette, bandane, pass, nella migliore tradizione dei festival internazionali).

E’ una giornata splendente, circa 25 gradi (dato sufficiente da queste parti per essere felici), e il centro della città – con le sue architetture anni 50/70 – appare abbastanza ben tenuto e gradevole. Gli abitanti di Abakan – soprattutto i bambini e le ragazze, soprattutto gli indigeni (con fattezze asiatiche) e i sangue misto – sono molto belli.

Il rito sciamanico (che caratterizzerà con forme diverse altre occasioni nei giorni successivi) è officiato da una sciamano donna, con alcuni assistenti, e consiste in una serie di invocazioni ai diversi spiriti, con richiesta di benevolenza, assecondate da movimenti ondulatori e una breve processione che si conclude intorno al fuoco, il tutto accompagnato da percussioni. A tutti si chiede di bruciare un nastrino nero (che simboleggia il male che viene così eliminato) e annodare a un albero tre nastrini colorati (volendo si può esprimere un desiderio: come quando cadono le stelle, in questi casi io sono sempre presa alla sprovvista).
(Chiedo sinceramente scusa agli esperti e appassionati di ritualità e teatro rituale per la probabile banalizzazione di questa descrizione; sono davvero ignorante in materia, e in questo primo impatto l’ironia ha il sopravvento e mi impedisce forse di cogliere sfumature importanti, ma posso certificare che l’effetto di insieme è abbastanza spettacolare e coinvolgente).

Lo stesso nome del festival ‘Tchyr Chajan’ (Spirito della terra) si richiama alla tradizione panteistica locale. E mentre sulla definizione di ‘etno-ecologico’ ci saranno alcune discussioni, sullo ‘spirito della terra’ sembriamo tutti allineati sulle posizioni sciamaniche: cioè ci prestiamo volentieri ai riti propiziatori! (rientrando a Milano mi sono accorta che mi era rimasta una combinazione di nastrini e mi sono affrettata a bruciare quello nero: non si sa mai)
(Nota di colore: la signora Sciamano la sera a cena si trova al tavolo degli ospiti turchi con cui può comunicare e, toccando la mano di un rappresentante del teatro di Ankara e guardandolo negli occhi, gli dice di stare molto attento al fegato e di essere moderato. Cinque giorni dopo il poveretto non riesce a partire con noi in battello perché – non essendo stato propriamente moderato – è colpito da una colica fulminante e ricoverato d’urgenza. Per fortuna la sciamana, chiamata al telefono, comunica subito all’ospedale diagnosi e cura.)
Mi sembra degno di riflessione questo revival dello sciamanesimo dopo la durissima repressione sovietica. Gli sciamani ereditano i propri poteri (nel senso che potrebbero avere – ma non necessariamente avranno – le stesse capacità e poteri dei genitori) e sono di diverso tipo: assimilabili a sacerdoti, ma anche solo assistenti, musicisti, guaritori o medici (la conoscenza e l’utilizzazione delle erbe ricopre un ruolo importante anche nei riti) e molto altro ancora.
Saremo nuovamente coinvolti in un rito sciamanico passando il confine fra il territorio di Abakan e quello di Krasnoyarsk: un benvenuto officiato appositamente per noi attorno a un totem, in un punto sacro, segnato dalle continue cerimonie rituali, e ancora nella prima giornata al parco nazionale, ma soprattutto ne troveremo traccia dappertutto intorno agli innumerevoli monoliti e ‘kurgan’ (steli o monumenti funerari) sparsi nella steppa (risalenti a qualche migliaio o anche un centinaio di anni fa): le cose per secoli non devono essere cambiate molto da queste parti, si sono solo interrotte per un’ottantina d’anni.
Al di là del sospetto che qualcuno degli organizzatori locali ci creda davvero (allo spirito della terra, perlomeno), lo spazio dedicato a questi riti corrisponde all’intenzione di richiamare le origini, le caratteristiche della cultura locale: una riscoperta delle ‘radici’ cui si collega la ‘sincerità’ degli spettacoli e che dà un senso al tema del festival (tanto per quanto riguarda il lato ‘etnico’ e, in questo caso, anche ecologico).

Cinque giorni di spettacoli

Il festival è organizzato dal Teatro Sakkza (che vuol dire racconto, fiaba): è il teatro nazionale di marionette della Khakassia, esiste dal 1979 ma solo recentemente ha ottenuto il riconoscimento di ‘teatro nazionale’ (non solo formale: scatto salari eccetera). Naturalmente il termine ‘marionette’ è riduttivo: il teatro utilizza una varietà di tecniche che raramente ho visto padroneggiare da una stessa compagnia – marionette a filo, burattini, pupazzi, di piccole dimensioni o enormi (anche per parate/spettacoli di strada), animazione su nero, ombre, bunraku, semplice uso di maschere e altro – gli animatori sono attori di primissima qualità, una quindicina in tutto, e quasi tutti anche ottimi musicisti. Il teatro nel suo complesso ha un attività molto intensa (30 spettacoli in repertorio dei 100 prodotti nei suoi 25 anni di vita, numerosissime rappresentazioni in due diverse sale, progetti di impegno sociale: da segnalare il lavoro nelle carceri, sostenuto anche da ‘Open found’) e considerando tecnici, personale di sala, amministrativo eccetera può contare su circa 60 dipendenti (ma su pochissimi soldi). Forse troppi, certo (per fortuna anche un po’ della protezione del lavoro dell’ex URSS è rimasta in vigore), ma è inutile sottolineare ancora una volta che da queste macchine un po’ burocratiche che sono (o sono stati) i teatri del centro e est Europa, e che dalla solidità e continuità operativa che hanno garantito è uscito un grande teatro: quale teatro di figura da noi può contare su un organico simile? e quale teatro, avendolo, continuerebbe a produrre anche spettacoli molto semplici, dove la semplicità – e la ricerca della semplicità – non è una condizione economico-organizzativa ma un punto di arrivo, una scelta artistica?

Il repertorio di Skazka – con spettacoli anche molto recenti e uno prodotto per l’occasione – ha una parte molto importante nel programma del festival, ed è per me una autentica rivelazione (da solo vale i viaggio). Penso che sia la consapevolezza della qualità – per certi versi della eccezionalità – del proprio lavoro che ha la comoagnia spinto all’organizzazione del festival, che da un lato consente di proporsi agli altri teatri russi come elemento catalizzatore, dall’altro favorisce l’apertura e i contatti internazionali.
Il regista Eugeni Ibragimov e i suoi collaboratori catturano lo spettatore – adulto o bambino: ma la maggior parte delle produzioni sono per adulti – con immagini, storie, personaggi, in apparenza naïf, in realtà di notevole complessità estetica, filosofica, tecnica. La precisione, la raffinatezza dei movimenti non insegue tanto il realismo – ovvero la massima possibile affinità con il comportamento umano (come nelle nostre tradizioni marionettistiche più blasonate – quanto la «verità» del personaggio, che a volte risulta davvero indimenticabile.
Eugeni è sulla quarantina, circasso (caucasico quindi), piccolo, vitalissimo e di grande comunicativa (del genere che supera le barriere linguistiche – infatti non parla nessuna lingua occidentale – e pare lo renda eccezionale nei laboratori: questo mi dicono gli amici francesi presenti). Dopo innumerevoli vicissitudini e mestieri, quinti piuttosto tardi (ma la vita per un caucasico è un po’ più difficile che per gli altri nella nuova Russia, e certo andrà peggiorando), è arrivato all’Istituto superiore di Marionette di Pietroburgo (il migliore di tutta l’area ex sovietica) e ad Abakan è approdato nel ‘98. Oggi è amato in tutta la Russia (e conosciuto in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Francia).

Le sue origini segnano molto – e molti – spettacoli, ma si contaminano volentieri con altre tradizioni e culture, tanto nella scelta dei testi e dei temi che a livello visivo e musicale (da quella classica russa – colta e popolare – a quella ebraica, dalle suggestioni locali di una antica terra di confine che si riconosce oggi nelle repubbliche di Khakassia, Tuva, Altaj a una evidente curiosità e conoscenza dell’arte visiva del Novecento), il tutto produce una varietà di stili, anche grazie alla collaborazione di scenografi diversi (Ibragimov non crea personalmente i suoi pupazzi), ma una sintesi molto personale (sostenuta anche da una competenza tecnica e tecnologica rara e non ostentata: luci e movimenti così perfetti che non te ne accorgi).

Jacob Jacobson è una fantasia muta, con musiche dal vivo, tratta dalla commedia di Aaaron Zeitlin: una storia privata – amore, gelosia, abbandono – si svolge fra i diversi piani di un transatlantico, ai primi del novecento; una crociera simbolica, che riunisce classi diverse e diversi tipi umani che navigano verso la rovina, fra naufragi reali o sognati, fino a un immaginifico happy end: un epilogo in cielo, in cui la creazione del mondo riparte (forse si può rifare tutto, forse un mondo migliore è possibile). Marionette a filo e pupazzi mossi su nero si muovono su più piani e sono di almeno tre dimensioni, il che non consente solo effetti prospettici suggestivi, ma un’alternanza serrata, senza alcun rallentamento tecnico (lo spettacolo è coprodotto dal francese Théâtre de la Manifacture).
Anche La coppa d’oro parla della creazione, ma a partire dalla tradizione epica della Khakassia; la scena, le maschere e i pupazzi (in questo caso di dimensione umana), utilizzano elementi visivi dell’arte rupestre e dei reperti delle diverse stratificazioni preistoriche e storiche, la vicenda scarna riprende frammenti di leggende turche, tutto è dominato da suggestioni della tradizione sciamanica. Soprattutto nella componente musicale – che in questo caso sovrasta qualitativamente quella visiva – ed è basata sulla tradizione folk di Khakassia e Altay, con strumenti originali e quell’incredibile accompagnamento vocale ‘di gola’, che quasi non sembra umano, che di solito si connette alla tradizione di Tuva (solo un po’ diversa).
Il tema della storia del mondo e dell’uomo e dei nostri torti verso la natura, è molto caro a Ibragimov e al Teatro Skaska ed è al centro anche dell’ultima produzione, quella appositamente realizzata per il festival, di cui abbiamo visto un’anteprima (adattamenti e tagli sono annunciati), caratterizzata da un indicativo titolo provvisorio: Athanatomania (dal greco, anche nel titolo russo, cioè: la mania dell’immortalità). In una serie di brevi quadri, commentati da diapositive/citazioni particolarmente efficaci, si percorre la storia dell’uomo, dalla creazione, al diluvio, su su fino alle scoperte scientifiche, alle guerre recenti, alla caccia, allo squilibrio dell’ambiente. Ma anche in questo caso il finale è luminoso: un mondo migliore è possibile, sta a noi. Un po’ didascalico – perché no? – lo spettacolo è visivamente splendido: uomini, animali, oggetti sono in questo caso di piccole dimensioni, inquadrati, quasi schiacciati dalla scatola nera-mondo che si illudono di dominare. Una commedia umana (molti i passaggi spiritosi) e assieme una ‘tragedia dell’uomo’ (e ricorda infatti in alcuni passaggi l’opera di Imre Madach).

Pupazzi piccoli, piccoli e visione ravvicinata e raccolta, anche per lo spettacolo forse più unitario visivamente (ma molto ‘parlato’): Giuda Iscariota. Il traditore, adattamento di Ibragim Chauokh (il drammaturgo del teatro) del romanzo di Leonid Andreev. Esterni, interni e personaggi di una minuscola Palestina color ocra, illuminata da drammatiche luci di taglio, per una lettura non ortodossa del personaggio di Giuda: in questo caso il discepolo che più ama Gesù, il più buono e il più forte, l’unico che potrà portare a termine una missione così terribile. La costruzione dei personaggi in questa scala, e la forte componente testuale, valorizza al massimo la qualità degli attori-animatori.
Parlati certo, ma molto più accessibili, due spettacoli per bambini e per tutti.

Dove il mare è più blu si basa sulla Favola del pesce e del pescatore di Puškin: un racconto filosofico sull’incapacità di accontentarsi di quello che si ha: etica e ecologia anche in questo caso, con due pupazzi teneri e prepotenti.
Il vecchio e la lupa (che vedremo all’aperto nella seconda parte del Festival) è invece una favola circassa, ricostruita secondo la tradizione caucasica del carnevale folk ‘Jegu’: i pupazzi (di grande espressività in sé, essendo minime le possibilità di movimento) sono mossi da semplici bastoni grezzi e la qualità interpretativa degli animatori-attori è fondamentale. Nell’accompagnamento musicale dal vivo che da allo spettacolo un ritmo serrato, prevalgono le percussioni – tradizione circassa anche in questo caso. Qui Eugeni è tornato alle radici, e ha fatto uno spettacolo modernissimo.

Non parlerò di tutti gli spettacoli del festival ma di quelli che per diverse ragioni (non solo estetiche), mi sembrano più interessanti.

Restano nell’ambito del teatro ‘di figura’ voglio segnalare un’altra opera notevole, tanto più in quanto ‘opera prima’ di una giovane scenografa, artista visiva: Dopo la pioggia (Una storia familiare per adulti, si precisa quasi come un sottotitolo) di Tatiana Batrakova. E’ la storia molto delicata di un amore impossibile, o che semplicemente non c’è stato: un vecchio gattone malandato, un po’ gentiluomo di campagna (un po’ Oblomov), e una capricciosa vecchia barboncina, ritornano col pensiero ai gesti non fatti e non colti, fantasticano su quello che avrebbe potuto essere e cercano tardivi e comici recuperi (come quando il gatto porta in dono all’anziana amica un topolino ucciso). In uno spazio piccolissimo ma colmo di oggetti minuscoli, con due case/gabbie distanti e vicine e una terra di nessuno dedicata al ricordo e al sogno, i due animatori muovono i pupazzi a vista, e seguono con la mimica la loro storia (muta) assecondati da uno struggente accompagnamento musicale classico. Uno spettacolo cechoviano, con echi della grande narrativa, della distanza, della malinconia, dell’inverno, della incapacità di agire: il più russo che ho visto. La compagnia è il Teatro di Marionette della Repubblica di Mari El e anche questo mi sembra interessante: quanti di voi l’hanno sentita? Era territorio militare, praticamente tagliata fuori dal mondo.
(Negli anni in cui l’URSS si stava disintegrando, «Cuore» – credo – aveva pubblicato un’intera pagina con i nomi dei popoli sovietici. Forse qualcuno lo ricorderà: il lettore doveva indicare VERO o FALSO , fra circassi, ingusci, ceceni – oggi noti – e i meno noti yakuty, nivkhi, tungusi eccetera. Erano tutti veri!).

Anche nel teatro di solide tradizioni interpretative russe classiche, fondato nel 1930, di Komy-Permyastsky (non lontana dalla più nota Perm, a ovest degli Urali), è arrivata una piccola rivoluzione. Nel nostro villaggio, questa volta con attori in carne ossa, propone una favola-leggenda locale ‘a morale’ : nello scontro fra ricco e povero al cospetto di un ridicolo improbabile zar (nessuna allusione a Vladimir I naturalmente) vince l’intelligenza. La novità sta nel fatto che anche qui – nel cuore della Russia – è in atto un recupero della tradizione dei diversi popoli e il testo è recitato nella lingua locale, quella della minoranza-maggioranza, che è di ceppo ungro-finnico (un’isola etnico-linguistica persa nella steppa: chi sa, un gruppo rimasto indietro dalle grandi migrazioni).
Sarà la gioia di riappropriarsi delle proprie radici, la giovinezza della compagnia, il ritmo della storia (un po’ Bertoldo un po’ Il re è nudo): lo spettacolo del regista e scenografo Anatoly Popov, è davvero fresco, sincero, molto divertente (un grande successo ad Abakan, nonostante la differenza di lingua).
Personalmente trovo degno di nota che si abbia il coraggio di mettere in scena – per adulti – favole simili: del resto la semplicità, l’essenzialità dei temi, è una delle cose che il festival intende, e vuole valorizzare, come ‘etnoecologiche’.

Dal teatro di Orel – qui siamo a poche ore a sud ovest di Mosca (e potete facilmente trovare la città sulla carta geografica) – il festival ha deciso di invitare uno spettacolo che ha ormai dieci anni di successo in Russia, ma anche in California (dove ha debuttato): Zanna Bianca (un musical-parabola dal romanzo di Jack London), diretto da A. Michailov. La storia del famoso lupo, ma anche il rapporto simbolico fra uomo e natura, e l’evoluzione di un amore, sono realizzati con le tecniche tipiche del musical – coreografie, musica e una minima componente recitata – da una compagnia d’insieme, molto affiatata e molto professionale. Qualche cedimento al gusto americano nelle coreografie, non è comunque tale da compromettere l’originalità dello spettacolo, e si colloca in una linea di apertura e interesse internazionale di questo teatro (anche per l’Europa, quindi: l’Italia prossimamente).

Il teatro drammatico e musicale di Tuva, attivo a Kisyl dal 1936, ha colto invece l’occasione del festival per mostrare il meglio delle ricchissime tradizioni del territorio: musicali (le percussioni, le voci di gola) e di danza (decisamente di influenza orientale: mongola e cinese), legate allo sciamanesimo e al buddismo, violentemente repressi in periodo sovietico, e che stanno attraversando ora un grande revival (in parte sincero, in parte – mi sembra – orientato in senso commerciale/turistico). Lo spettacolo era un vero pasticcio, ma il virtuosismo vocale spiega il fanatismo degli appassionati di world music (provate a cercare in internet e ne avrete la prova).

(Sono stata a Kyzil e un po’ in giro per Tuva, credo che il fascino della musica, dello sciamansimo e del suo accostamento, e contaminazione, con il buddismo, non sia estraneo all’incredibile paesaggio collinare-desertico, incontaminato: siamo nel centro geografico dell’Asia, al confine con la Mongolia – recentemente riaperto – e Pechino è molto più vicina di Mosca).

Da Tuva, anzi proprio dal teatro di cui abbiamo appena parlato, arrivava anche Maxim Munzuk, l’indimenticabile protagonista di Dersu Uzala, il film di Akira Kurosava del 1975. A Munzuk è dedicata una mostra un po’ sintetica, che si propone però come prima tappa di un progetto franco-ceco, che vuole valorizzare il successo mondiale del film.

Tutti di buon livello, ma non particolarmente originali gli altri spettacoli russi. Limitate e amichevoli per ora (ma siamo alla seconda edizione e tutti sperano che il festival possa crescere), le presenze straniere: Estonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Egitto, Turchia.

Una scoperta per tutti è l’antico teatro turco delle ombre (risale al XXVIII secolo): con un laboratorio e uno spettacolo, l’istrionico Mustafah Mutlu, le sue storie e il suo personaggio Karagoz (che dà il titolo allo spettacolo) diventa un po’ la star del festival. Il recupero e il lancio internazionale di questa antica tradizione è opera del Teatro Nazionale di Ankara, ma Mustafàh fa davvero tutto lui: costruisce, anima e da voce a tutti i suoi personaggi, caratteri e storie popolari, naturalmente, col profumo di antichi bazar.
Da Ostrava e Tylova (Repubblica Ceca), due giovanissime compagnie propongono a loro volta la loro ricerca sulle tradizioni popolari (la ritualità, il carnevale): spiritosa la ricostruzione delle diverse versioni della Leggenda di Santa Dorotea.

E una singolare sintesi di tradizione vocale popolare fra Europa centrale e Russia asiatica, ci arriva da Eva Kanalas: Eva ha viaggiato a lungo in tutta quest’area, dall’Ungheria, alla Moldova, all’Altay, ha a studiato e fuso con pazienza e passione le differenti tradizioni vocali, le tecniche di respirazione. Il suo concerto (molto semplice, ma molto teatrale) è una sorta di esperanto della vocalità, oltre il quale sembra di ritrovare i rumori della natura, i richiami degli animali, il vento.

INTORNO AD ABAKAN

Ma Abakan non è solo teatro (e credo che neppure voi sareste venuti qui solo per gli spettacoli). La città è al centro di un territorio bellissimo: una prima escursione, ci porta fino a 60 km. circa dal centro, ed è alla scoperta di alcuni dei principali monoliti e monumenti megalitici (simili a quelli bretoni o scozzesi), steli funerarie, totem, percorsi e recinti sacri imponent

Mimma_Gallina

2004-09-21T00:00:00




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