Per uno stabile corsaro (dieci anni dopo)

Le Albe-Ravenna Teatro

Pubblicato il 26/10/2004 / di / ateatro n. #BP2004 , 075 / 0 commenti /
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Caro Oliviero
quello che segue è il testo Per Uno Stabile Corsaro, “manifesto” col quale le Albe, nei primi anni novanta, affrontavano il nodo della propria trasformazione, da piccola compagnia a Centro per la ricerca e la sperimentazione (allora si chiamavano così, quelli che oggi sono diventati Stabili di Innovazione). Eravamo diventati “grandi”, ma eravamo rimasti corsari? Il testo è del 1995, quindi intreccia i “buoni propositi” alle “buone pratiche” che avevamo cominciato a mettere in atto per realizzarli. Il vostro convegno arriva a tredici anni dalla formazione di Ravenna Teatro e quindi ci permette un bilancio “pubblico”, fatto insieme a tutti quelli che vorranno essere della partita, per ragionare sul paradosso concettuale, l’’ossimoro dello “stabile corsaro”, sul quale la gente come noi si gioca la propria credibilità, e prima che davanti al mondo, davanti alla propria faccia riflessa nello specchio. Mi piace molto l’’idea delle “buone pratiche”, l’’idea di confrontarsi nella concretezza dei percorsi, così come mi piace la tua rivista in rete, quella sì, decisamente, una “buona pratica”. I tempi sono bui, nella loro luccicante idiozia, ma chi ha voglia di non fermarsi al livello dell’opacità generalizzata e paralizzante, si accorge che i fiori continuano a spuntare, le “roselline selvatiche” alla Brecht che nessuno si aspettava, che le isole di intelligenza nell’’oceano inquinato resistono e battono bandiera corsara.
Un abbraccio!

Marco

PER UNO STABILE CORSARO

1. C’è modo e modo di essere corsari.
Ci siamo posti, in questi anni novanta, una domanda essenziale. Ce la siamo posta a livello teorico e nel contesto del nostro lavoro. La domanda è: può un’’istituzione teatrale operare seguendo logiche eretiche, non-istituzionali? Può una compagnia che dirige due teatri lavorare mantenendo e anzi arricchendo la propria identità corsara? C’’è modo e modo di essere corsari. C’è quello dell’artista solitario, che vive la scena con tempi e ritmi propri, alieni dalle logiche del mercato e della produzione. Può aver ottenuto segnalazioni e premi, e avere un certo nome, o può essere ancora uno sconosciuto: se è davvero corsaro, lo è in entrambi i casi, senza bisogno di patenti. C’è quello del piccolo gruppo, piccolo per il numero delle persone che lo compongono, ma capace di opere radicali: appartato, come un’isola, sfida l’interiorità dello spettatore, e mette alla prova quotidianamente la propria possibilità di sopravvivenza. C’è quello dell’attore che lavora negli stabili e nei grandi circuiti, la cui recitazione però, a differenza degli impiegati che gli si agitano attorno, conserva e alimenta il fuoco di una segreta, personale presenza. E infine c’è quello di chi costruisce la propria identità costruendosi come Teatro, ovvero come intreccio tra creazione di opere , ospitalità, progetti: luogo deputato nella città. Quello di chi si misura con la polis, con il territorio si diceva una volta, con la Terra vorrei dire io oggi, sconfinando nel simbolico e facendo un po’ la voce grossa.

2. La scommessa di Ravenna Teatro è quella di uno stabile corsaro.
Uno stabile che corre, alla lettera! Uno stabile in movimento! Non un carrozzone fermo, impantanato, lottizzato come ce ne sono tanti. Ma una casa del teatro: fuorilegge. Fuori dalle leggi mortali della noia, del teatro come museo di cere, del potere ai mestieranti.

3. L’’energia delle origini.
Nel 1991 il Teatro delle Albe e la Compagnia Drammatico Vegetale hanno dato vita a Ravenna Teatro e il Comune di Ravenna ha affidato alla nuova struttura la direzione artistica dei due teatri della città. Siamo passati dalla forma gruppo (piccola famiglia d’’arte) alla forma Stabile (che noi intendiamo come grande famiglia d’’arte). Tale passaggio non è stato, e non è ancora, privo di pericoli. Ogni crescita ne ha. Avere la direzione artistica di entrambi i teatri comunali poteva, e può ancora, risolversi in una trappola: nessun filtro magico ci difende dal rischio di diventare dei burocrati, di perderci nella complessità della macchina organizzativa. E’ un rischio che abbiamo voluto affrontare: è un rischio che ci tiene svegli ogni giorno, vigili.
Nietzsche ha scritto: “Vogliamo aggrapparci coi denti ai diritti della nostra giovinezza e non stancarci di difendere nella nostra giovinezza il futuro contro gli assalitori delle immagini del futuro.” Forse queste parole possono suonare altisonanti e retoriche, a me sembra che mirino dritte al cuore: al cuore del teatro come dell’esistenza. Solo se teniamo accesa in noi una luce fertile e vitale, che Nietzsche chiama giovinezza, che Copeau definiva “l’’energia delle origini”, solo così possiamo costruire. Quello che ci fa vivi non è il lavorare in un sottoscala o in un teatro con i velluti: quello che ci fa vivi è l’energia della nostra presenza. Esserci. Bruciare.
(Anche se, nove volte su dieci, l’energia corre più forte in un sottoscala.)

4. La casa del teatro a Ravenna sono due: Alighieri e Rasi.
Quando il Comune di Ravenna ci ha proposto di prendere in mano i teatri, abbiamo ritenuto che occorresse un salto di mentalità: pensare al complesso delle nostre attività in relazione alla città intera. La città è l’insieme dei diversi pubblici che la compongono. Fin da subito, abbiamo ragionato in termini di dialettica tra le attività da svolgere all’Alighieri, Teatro di Tradizione, e al Rasi: due occhi vedono meglio di uno. L’Alighieri è rimasto il luogo deputato alla cosiddetta “stagione di prosa”: abbiamo lavorato in questo teatro cercando di definire cosa sia la Tradizione oggi, nel contesto dei linguaggi di fine secolo, escludendo dall’’Alighieri i prodotti ‘televisivi’, e intrecciando i lavori di chi, nelle diverse generazioni teatrali, da Strehler a Ronconi a Leo a Moni Ovadia ai Teatri Uniti, sa cosa sia un palcoscenico. La città ha risposto con entusiasmo, e c’’è stato un significativo ricambio di spettatori, con l’’acquisizione di nuove fasce di pubblico giovanile. Questi risultati si sono poi integrati al lavoro fatto al Teatro Rasi, fucina del nuovo, luogo di invenzione e di ricerca, cantiere in cui non abbiamo pensato in termini di pubblico ma in termini di spettatori critici, lucidi, consapevoli, autori. Le migliaia di abbonati all’Alighieri vanno benissimo, ma se al Rasi parallelamente non coltivassimo i laboratori per le scuole, gli incontri con le nuove generazioni teatrali, gli intrecci con la musica e altre discipline, le stagioni di teatro ragazzi e di teatro contemporaneo, i progetti speciali come Le vie dei canti, Il linguaggio della dea, il Dialogo della città con le sue energie, se non coltivassimo ogni giorno l’arte dello spettatore, anche il più sbandierabile aumento di abbonamenti non avrebbe senso. Il senso è quello di una ecologia teatrale: due occhi (due teatri) vedono meglio di uno. Il senso è restituire alla scena quello che le spetta: luogo vitale di ebbrezze e visioni, in relazione affettiva e critica con la polis. E se dico polis non intendo un’astrazione storica: so bene che viviamo nell’epoca dei grandi media e delle metropoli, nell’’epoca del virtuale, ma se dico polis intendo realtà fisiche visibili. Facce. Le facce dei trecento adolescenti che a Ravenna partecipano ai laboratori nelle scuole medie superiori, dai licei agli istituti tecnici: le conosco tutte. Fanno parte della mia vita di regista, di direttore artistico, di scrittore, così come le facce di tanti ateniesi erano parte viva dell’’immaginario e della scrittura di Aristofane. Io amo questo rapporto carnale tra autore e spettatore, che non è in questo caso solo un rapporto tra autore e spettatore, perché con questi adolescenti costruiamo insieme eventi scenici sorprendenti. Giochiamo, affrontiamo il tutto con la stessa vitalità che richiede una partita di calcio, un concerto rock.. Il palco si fa luogo di energie sporche, furibonde, non accademiche, la vita irrompe nel tessuto dei testi antichi, li attraversa senza rispetto, e il linguaggio fisico della scena diventa per chi se ne impossessa più esaltante di un videogame. Le oscenità della commedia antica o i lirismi di Shakespeare rivivono sulla bocca dei quindicenni come lezioni di nuovo teatro, per me e per gli spettatori che le ascoltano. Io amo tutto questo, credo che contenga un segreto essenziale del teatro. Ma forse questo è possibile solo in realtà medio-piccole, circo-scritte, città come Ravenna coi suoi 130.000 abitanti (130.000 come gli abitanti, schiavi compresi, dell’ Atene del V secolo)? Negli ultimi tempi si è parlato di Romagna felix, per la ricchezza che questa terra ha espresso in termini di nuove generazioni teatrali: credo che questo sia in gran parte dovuto a come le tre realtà storiche della ricerca anni 80(Teatro delle Albe, Valdoca, Raffaello Sanzio) si sono spese fisicamente, quotidianamente, attraverso scuole, incontri, collaborazioni, con i tanti giovani che formano oggi le più agguerrite squadre della ricerca anni 90. Non una filiazione, ma un intreccio di biografie, di opere e di percorsi, che ha fatto della nostra regione un esempio efficace e fermentante di ‘coltura teatrale’.

5. Sto parlando, dall’inizio, di corse e corsari.
Quando dico corsaro non intendo il polemista in senso pasoliniano: intendo una capacità di movimento reale nell’universo finto, atrocemente immobile, in cui la Storia ci ha destinati a vivere. Intendo l’essere davvero di corsa. Provo a spiegarmi meglio. Insieme al Kismet Opera di Bari realizzamo, tempo fa, un progetto a due voci dal titolo: Silenzi Corsari. A due voci perché legava insieme due case del teatro, due città, due Italie. Il titolo non inganni; non era un progetto su Pasolini. Era un’altra cosa, Silenzi Corsari: era il provare a interrogarsi, in questi anni novanta, su che cosa resti, impigliato in una palude di detersivi giochi a premio varietà calciatori risse nei salotti televisivi politicanti ladri buffoni che fanno i filosofi e filosofi che fanno i buffoni, del senso della testimonianza intellettuale, quello per cui Pasolini e altri hanno speso un’esistenza. L’intellettuale? Esiste ancora? Dov’è finito? Dove s’è nascosto? L’hanno cacciato? O si è sotterrato? E’ visibile solo nelle antologie scolastiche? E’ una parola -fossile, residuo di un’epoca geologica che non esiste più? E noi, che spendiamo la vita sul palcoscenico, non siamo anche noi parte di questa razza in estinzione? E ancora: cos’è oggi lo scandalo? I media si nutrono di scandali: piccoli, grandi, deprimenti, ridicoli. Per apparire, quindi essere, devi gridare, scalciare, sgomitare: altrimenti non ci sei, il copione non ti prevede. Cos’è lo scandalo, oggi che, come dice Alda Merini, ‘la cosa meno scandalosa è lo scandalo’? Cos’è lo scandalo, oggi che un intero sistema, politico ed economico, è scandalosamente alla deriva? Dobbiamo urlare? Ma urlare dove? Quando? Nelle orecchie di chi? E il teatro, la barchetta di legno su cui poggiamo i piedi, ha ancora voce in capitolo? O è muto da un pezzo? Domande enormi, politiche, per le quali avevamo e abbiamo solo mezze risposte, insufficienti. Una convinzione ci sorreggeva e ci sorregge: è necessario, per sopravvivere, saper praticare il silenzio, una forma attiva, personale, meditata, di silenzio: non rifugiandoti tra i monti, ma restando in città, dentro al Grande Rumore, creandoti una tua silenziosa disciplina di lavoro, in modo da riuscire a sentire la tua voce, prima di tutto, e poi anche quelle degli altri. Se sentirai le voci in mezzo al Grande Rumore (mica quelle dei santi: almeno quella del vicino, per cominciare), allora forse sarai sulla strada giusta, e potrai cominciare a muoverti, ma sì, a correre e creare, e solo allora il tuo sarà diventato un vero silenzio corsaro.

6. In Ravenna Teatro convivono le differenze: non c’è uno stile unitario.
Dentro Ravenna Teatro lavorano due compagnie, il Teatro delle Albe e la Compagnia Drammatico Vegetale: lavora un collettivo di artigiani che talvolta preferisce creare insieme, talvolta preferisce articolarsi in sentieri personali e differenti. Che cosa può chiedere la direzione artistica a tutti questi che lavorano e sudano nella casa del teatro ravennate? Niente e Tutto. Niente, perché ognuno deve avere il diritto di sbagliare in santa pace e piena autonomia, compreso il direttore artistico, scommettendo sulla propria pelle e sul proprio stile. Tutto, perché la scommessa di Ravenna Teatro è quella della fertilità della scena, della magia bianca della scena, del dialogo incessante con le ceneri degli antenati, da Aristofane a Artaud. Chi non è così spiritato da non saper parlare con i morti, verrà cacciato da Ravenna Teatro! Compreso il direttore artistico!

7. Casa in relazione ad altre case.
Della vicinanza con il Kismet di Bari, ho già detto. Ma sono anche altre, le case del teatro a cui ci sentiamo vicini: da Asti a Padova, da Settimo Torinese a Cagliari, da Bologna a Cesena a Popoli attraversano la penisola, e sono i luoghi di una geografia di resistenza teatrale. Che c’è, ben viva, in Italia, in Europa, nel mondo, a dispetto di chi ritiene l’arte scenica un museo addomesticato. Piccola geografia planetaria, che chi ha la ventura di percorrere con i propri spettacoli può verificare anche oltre confine. L’’anno scorso siamo stati invitati a rappresentare Siamo asini o pedanti? a Mulheim, ospiti del Theater an der Ruhr diretto da Roberto Ciulli, regista-filosofo emigrato in Germania trent’anni fa. Anche al Theater an der Ruhr, stabile corsaro nella nazione dei Grandi Stabili Pubblici (per come accoglie gli spettatori, per come inventa il rapporto con la città, per come costruisce cultura teatrale, per come sono all’interno le relazioni tra le persone – persone, non ruoli – e infine anche per gli spettacoli che produce), ci sentiamo vicini, nonostante i chilometri. Una geografia di luoghi differenti, accomunati dalla passione viscerale per il teatro, la malattia di chi continua a vedere nel rituale della scena qualche cosa di necessario, appunto, come le viscere. Eugenio Barba ha definito questa malattia con parole limpide, e con tali parole mi piace concludere qui il mio intervento.
“Quando ci guardiamo attorno e confrontiamo il nostro mestiere con le tecnologie del tempo, o quando confrontiamo le nostre piccole cerchie di spettatori con i pubblici dei mass media, ci sentiamo arcaici. Il teatro ci appare come le vestigia di un’epoca. Se poi confrontiamo queste vestigia così come sono con l’immagine di ciò che furono, lo sgomento aumenta. Il rituale è vuoto. Che cosa vuol dire “rituale vuoto”? Che è insensato, caratterizzato dalla mancanza di valori, qualcosa di degradato? Il vuoto è assenza ma anche potenzialità. Può essere l’oscurità di un crepaccio. Oppure l’’immobilità del lago profondo da cui emergono segni di vita inattesa.”

Marco Martinelli
autore e regista del Teatro delle Albe
direttore artistico di Ravenna Teatro

Marco_Martinelli

2004-10-26T00:00:00

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