Progetto Nave fantasma

Produrre con il contributo (del) pubblico

Pubblicato il 29/10/2004 / di / ateatro n. #BP2004 , 074 / 0 commenti /
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Il 25 dicembre del 1996 a largo di Portopalo in Sicilia affondò un battello carico di migranti provenienti dall’India, dal Pakistan e dallo Sri Lanka. Le vittime furono 283: la più grande tragedia navale avvenuta nel Mediterraneo dal dopoguerra ad oggi.
I mass media italiani, eccetto rare eccezioni («il Manifesto», «Narcomafie»), non se ne occuparono e le autorità si mostrarono da subito molto scettiche, tanto che la tragedia divenne il naufragio fantasma. Nel 2001 il quotidiano «La Repubblica», attraverso un’inchiesta del giornalista Giovanni Maria Bellu, riuscì a individuare il relitto in fondo al mare e a filmare i resti dei corpi che ancora oggi lo circondano. Le immagini del naufragio fantasma furono trasmesse in tutto il mondo. Nonostante l’appello di quattro premi Nobel (Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia) e alcune interpellanze parlamentari, ancora nulla è stato fatto per recuperare il relitto e i corpi delle vittime.

Torniamo indietro allo scorso novembre.
Avevamo già da diversi mesi nel cassetto un testo teatrale dal titolo La nave fantasma, scritto dal giornalista Giovanni Maria Bellu e da Renato Sarti in collaborazione con Bebo Storti. Lo tiravamo fuori spesso, se ne parlava, ma la possibilità di portarlo in scena sembrava sempre lontana.
Proprio la mancanza di risorse economiche e l’improrogabilità di questa vicenda, il suo carattere umano, sociale e politico, ci facevano avvertire la crescente urgenza di dire e di fare qualcosa non solo per il teatro.
Il naufragio fantasma è infatti una sintesi drammatica della vasta problematica connessa al tema dell’immigrazione: la disperazione dei migranti, il silenzio di autorità e media, la ferocia dei trafficanti di esseri umani, la terribile indifferenza e paura della nostra società. E’ una vicenda che fa emergere la grande distanza che separa le dichiarazioni di principio sulla solidarietà e l’eguaglianza dei diritti, dalle azioni concrete di istituzioni e cittadini.
Decidemmo, quindi, di intraprendere un’avventura che rispondesse alla situazione sì in modo creativo ed efficace ma anche in modo estremamente provocatorio. Provocatorio. Consapevoli dei rischi.
Così, dopo aver organizzato l’aspetto formale e la comunicazione, annunciammo che la notte del 25 dicembre 2003 – presso ArtandGallery a Milano – avremmo lanciato una campagna di sottoscrizione popolare per raccogliere i fondi necessari alla produzione.
Il giorno scelto era carico di significato: era la notte di Natale, ma soprattutto ricorreva il settimo anniversario della tragedia.
La nottata prevedeva la lettura di alcuni frammenti del testo teatrale da parte di Renato e Bebo, la proiezione di documenti video e la condivisione di testimonianze di altre personalità impegnate in temi di solidarietà sociale. Il pubblicò trovò del materiale cartaceo sulla l’intera vicenda, in cui dichiaravamo che l’obiettivo della raccolta era quello di coprire le spese di produzione e promozione dello spettacolo teatrale La Nave Fantasma e quelle di realizzazione di materiale video, cartaceo e digitale di approfondimento da distribuire in modo capillare e gratuito ai parenti delle vittime, a istituti scolastici, associazioni, circoli e realtà che si occupano di immigrazione. In modo estremamente ottimistico, aggiungemmo che la quota in eccedenza sarebbe stata devoluta in beneficenza.
Indicammo con chiarezza i tempi della produzione e le modalità di sottoscrizione, tramite bonifico bancario, precisando che tutti i sottoscrittori sarebbero stati aggiornati sull’andamento della raccolta e menzionati nel materiale promozionale prodotto.
Queste informazioni furono contestualmente inserite sul sito del teatro e comunicate ai media attraverso un intenso lavoro di ufficio stampa.

E’ stato immediatamente evidente che il nostro desiderio era sollecitare e raggiungere la collettività e coinvolgere la società civile. Un obiettivo raggiunto, perché la raccolta non ha fruttato molto, ma è composta da tantissimi piccoli contributi di cittadini, che ci hanno dimostrato stima ed espresso il supporto per noi necessario. Questo ci ha fatto capire che la scelta era giusta, anche se non avremmo potuto tener fede a tutti gli obiettivi dichiarati all’inizio della sottoscrizione. C’è una parte della società civile sensibilissima ai temi più scomodi e delicati che ha appoggiato con convinzione e orgoglio il nostro progetto.
Contestualmente, attraverso la disponibilità di alcune strutture – Università di Venezia, Università Bicocca, Leoncavallo, Paolo Pini, Meeting Internazionale Antirazzista dell’Arci, Social Forum di Parma – abbiamo organizzato nei mesi successivi altre letture pubbliche in varie città italiane, che ci hanno permesso di arricchire il nostro budget.
Inoltre, dal punto di vista della comunicazione, i risultati sono stati buoni. Parte della stampa e non solo ha accolto il nostro progetto e ha seguito le sue evoluzioni. Certo, è sempre pericoloso affrontare azioni rivolte ai mass-media che esulino dalla presentazione di uno spettacolo, stagione o festival. Si rischia di essere mal compresi proprio dai colleghi.
Ma come possiamo travalicare i confini in cui il nostro teatro (non di numeri o nomi) è spesso relegato? Come far parlare di una tragedia su cui non si è ancora fatta giustizia e in cui nemmeno il sentimento della pietà umana sembra avere posto?

Renato_Sarti_(Teatro_della_Cooperativa)

2004-10-21T00:00:00

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