Libri & altro: Donne la regia estesa di Edith Craig

Roberta Gandolfi, La prima regista. Edith Craig, fra rivoluzione della scena e cultura delle donne

Pubblicato il 08/01/2005 / di / ateatro n. 079 / 0 commenti /
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Edward Gordon Craig è giustamente considerato uno dei creatori del teatro moderno, e dunque la sua biografia e il suo percorso creativo sono ampiamente studiati e analizzati (vedi anche gli saggi dalla mitica amm, La maschera volubile, Corazzano-Pisa, Titivillus, 2000). Mentre il destino di sua sorella Edith – figlia come lui di Ellen Terry, la grandissima attrice dell’Inghilterra vittoriana – è rimasto nell’ombra, malgrado gli stretti vincoli con il fratello e una carriera di sorprendente interesse. A portare in primo piano questa figura di donna e di artista è stata – almeno in Italia, ma anche all’estero non esistono ricostruzioni di questo respiro – Roberta Gandolfi, che le ha dedicato uno studio appassionato, che dopo essere stato la sua tesi di dottorato è divenuto il sesto volume della serie Culture Teatrali, diretta da Marco De Marinis per Bulzoni.
Nei suoi successi e nelle sue ritrosie, in quello che ha fatto e in quello che non ha potuto o voluto fare, Edith Craig (1869-1947) offre l’oggetto ideale per uno studio «al femminile» di un esemplare percorso umano e artistico. Edith Craig aveva senza dubbio notevoli doti d’attrice, regista, scenografa, pittrice, costumista… Aveva gusto e curiosità, tanto che fu la prima a far conoscere in Gran Bretagna autori come Paul Claudel e Nikolaj Evreinov. Se suo fratello è stato tra i primi e più conseguenti teorici della regia, lei è stata la prima regista britannica. Sulla sua sensibilità femminile, basti dire che è stata la prima donna a riportare sulle scene i drammi di Rosvita, la suora-drammaturga del X secolo. Aveva anche notevoli capacità di organizzatrice culturale: ha fondato e diretto una compagnia longeva e importante come i Pioneer Players e formato personalità come Sybil Thorndike e Joan Littlewood. Ha raccolto l’eredità del teatro suffragista e ha avuto un ruolo di primo piano nella grande stagione dello spettacolo sindacal-politico britannico della prima metà del secolo. Ormai matura, quando animava il Barn Theatre (un «teatro nel fienile» nella campagna inglese) è stata – forse – l’ispiratrice di un personaggio dell’ultimo romanzo incompiuto di Virginia Woolf, Between the Acts
Insomma, una personalità ricchissima, una grande e generosa pedagoga, che però non ha lasciato un corpus di scritti di riflessione programmatica. Protagonista piuttosto di un’attività febbrile, in mille direzioni – quasi all’opposto dell’eterno teorizzare del fratello – si è mossa praticamente sempre ai margini della scena ufficiale – con cui peraltro si incrociava spesso – e in molti casi è stata attiva fuori dai teatri: è stata perciò una figura troppo ricca e sfaccettata perché la si potesse schedare e catalogare con facilità.
Un indiscutibile merito della Prima regista consiste proprio nel raccogliere i vari fili di una biografia e di una attività artistiche così complesse. Il secondo merito è il tentativo di dare un fondamento teorico alla diversità – e in qualche modo alla marginalità – di Edith Craig nella storia del teatro del Novecento: una marginalità determinata anche dalle difficoltà per una donna, in quel momento storico, ad affermarsi come regista teatrale, e poi dalla difficoltà degli storici a cogliere il senso di un percorso eccentrico. Ma in qualche modo questa diversità è stata anche il frutto di una scelta precisa: quella di intervenire, all’interno del teatro del suo tempo, muovendosi tra modernità e tradizione, ma senza mai rompere con quest’ultima, a differenza del fratello; e considerando la regia più come una evoluzione e un arricchimento della direzione di scena, come un alto artigianato in grado di proiettare il teatro nella società per mobilitare energie politiche e attivismo sociale. Insomma, una figura registica molto lontana da quella che si andava delineando all’inizio del secolo, il demiurgo in grado di mediare autorevolmente – e in definitiva autoritariamente – con la sua soggettività forte, tra il drammaturgo, gli attori e il pubblico.
Insomma, c’è anche, nelle ambizioni di Roberta Gandolfi, il desiderio di contrapporre una pratica registica assai diversa da quella «autoriale» affermatasi con i Padri Fondatori nel corso del Novecento – e dunque un modello considerato da Gandolfi implicitamente «maschile». Questa pratica alternativa è quello che l’autrice definisce «regia estesa», una ipotesi da ricostruire, più che rileggendo qualche scritto programmatico, nella pratica scenica. Perché è assai difficile trovare una definizione rigorosa di regia estesa, ma è piuttosto necessario lavorare per negazioni e approssimazioni:

«Edith Craig non concepì mai la regia come gesto definitivo e fondante, come punto di non ritorno della storia teatrale, spartiacque tra un “prima” e un “dopo” irrimediabilmente divisi; non muoveva dall’utopia visionaria dei teorici della civiltà teatrale del Novecento, quali furono suo fratello o Adolphe Appia o Antonin Artaud. (…) Per questo è regia estesa, per questo suo stare a cavallo fra Otto e Novecento, fra arte e vita, fra teatri d’arte e teatri politici. E’ un’altra strada del Novecento teatrale, che mette l’accento, più che sull’autonoma potenza creativa del teatro, sul suo valore d’uso: regia come istanza ideologica che mette in movimento il teatro nella società, nella cultura, dentro alla vita». (p. 195)

In tutto questo sono ovviamente centrali il ruolo e il peso della tradizione teatrale, e il rapporto che possiamo intrattenere con il passato e la sua forza esemplare. E trasmettere una memoria perduta, che possa tornare a essere viva e feconda, è probabilmente il terzo obiettivo di un saggio come questo.

Roberta Gandolfi, La prima regista. Edith Craig, fra rivoluzione della scena e cultura delle donne, Bulzoni, Roma, 2003, 512 pagine, 25,00 euro.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2005-01-08T00:00:00

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